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Biografia

Ci ho messo più di trent’anni per tornare dove sono nato. Non conoscevo le strade, non sapevo a memoria le vie, ricordavo solo il nome della clinica -Villa Stabia- dove mia madre mi aveva dato alla luce. Più di trent’anni sì, non proprio un figlio modello per la mia città, Castellammare di Stabia, una trentina di chilometri da Napoli. Lì sono nato il 28 marzo del 1974, sono Ariete per gli amanti dei segni zodiacali, non chiedetemi l’ora e comunque non sono un fanatico degli ascendenti. Lì sono tornato il 19 Febbraio del 2006, la solita cuffia con il microfono incorporato, gli sguardi curiosi dei miei concittadini, il derby tra Juve Stabia e Napoli da raccontare. Pensate, è l’unica telecronaca della mia carriera ad essere letteralmente saltata per un tempo, nelle case non è mai arrivata la mia voce e non sono mai arrivate le immagini fino all’inizio della ripresa, sarà stato un segno del destino, chissà.

Pane e pallone, sempre e comunque. Perché mio padre, Gianni, ha fatto l’allenatore per una vita trasmettendomi passione e segreti, perché a pallone ero troppo scarso per giocare con il cognome e fare in campo il figlio di papà, meglio allora restare in questo mondo facendo capire agli altri com’è, cacciando notizie, vendendo sogni e regalando emozioni. Ho cominciato sul tappeto di casa, le prime telecronache con Big Jim e i suoi fratelli, i mobili fatti a porte, un Subbuteo per compagno. A scuola sono sempre andato bene, con la mia cartellina prima e lo zainetto poi ho girato da Napoli a Genova, da Lecce a Catania, elementari e medie prima di trasferirmi a Padova dove i miei avevano pensato di farmi fare l’Università, Giurisprudenza. Li ringrazio perché in quella facoltà ho conosciuto Anna Maria che quindici anni dopo sarebbe diventata mia moglie, la donna che mi ha amato, accompagnato e aiutato in tutto il mio percorso di lavoro e vita. Sempre a Padova ho cominciato a fare il giornalista, il mestiere che immaginavo sin da bambino, non volevo fare il dottore o l’astronauta. Ricordo ancora le prime rubriche su un settimanale chiamato Padovasport, le successive ospitate nei programmi televisivi locali, poi a vent’anni (1994) un’occasione tutta mia: Triveneta mi affida una trasmissione al lunedì sera, la chiamiamo Goal Time, mi ritrovo a condurre con i capelli lunghi e il pizzetto, la sera dell’esordio mi tremava la voce con ospiti Paolo Rossi e Alexi Lalas, l’americano del Padova che suonò in diretta con la chitarra. Un anno e passo a Telenuovo, mi affidano le telecronache del Padova, tg sportivi e approfondimenti, una scuola di pratica, dieci anni per imparare a memoria il rapporto con la telecamera e il telespettatore, sarò sempre debitore con i direttori Vinco e Zwirner, li considero i miei padri televisivi. Nel frattempo, la domenica, già collaboro con Telepiù prima e Stream poi, commento le partite delle squadre venete in casa, una sorta di corrispondente.

Poi, un bel giorno, mi chiama Massimo Corcione, l’uomo che odia essere chiamato direttore e pretende subito il tu. Mi convoca per un colloquio, mi chiede se sono disponibile a mollare tutto per trasferirmi a Milano e mettermi in gioco su Sky. Il cuore mi batte fortissimo, chiamo casa e fidanzata, non sto nella pelle. E’ la grande avventura, Corcione il maestro ideale per crescere e migliorare, Sky la realtà che ti lascia libero di essere quello che sei, una famiglia credetemi. Nel frattempo mi sono laureato, a Teramo (Padova era diventata troppo dura, soprattutto lavorando contemporaneamente), mia madre Tucci finalmente felice, Milano da vivere per imparare a conoscere i segreti del mercato, quello che da subito mi ha contagiato, l’unico tatuaggio che ho sulla pelle. Il resto e’ storia recente, mille emozioni e una sola passione, il calcio: il racconto delle promozioni del Napoli dalla C alla A, il Mondiale in Germania e quelle due telecronache indimenticabili (Tunisia-Arabia Saudita e Messico-Angola), i fuochi d’artificio che mi scoppiano in faccia ad ogni acquisto annunciato con Bonan a “Speciale Calciomercato”, il primo derby commentato -quello della Lanterna- che non dimenticherò mai per l’adrenalina provata. Non le ho mai contate tutte le gare vissute in diretta, credo di aver quasi raggiunto quota mille, continuerò ad avere un microfono per amico e un sorriso per tutti. Sperando di non far passare altri trent’anni prima di tornare nella mia città.