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Papà & Diego

Io avevo da poco compiuto 4 anni. Mio padre erà già l’allenatore del Napoli. E’ il 1978, è il racconto che accompagnerà per sempre la storia della mia famiglia. L’Argentina ospita i Mondiali, il Ct è Menotti, il fenomeno Kempes, l’Italia di Bearzot affida le sue speranze ai gol di Bettega. A Buenos Aires, arrivano molti allenatori italiani, vogliono seguire dal vivo lo spettacolo, scoprire magari talenti da portare a casa nostra.

Il mio papà fa coppia fissa con Trapattoni, lui guida la Juve e hanno fatto amicizia a Coverciano quando andavano a scuola di panchina per realizzare i loro sogni. I cellulari non ci sono ancora, l’unico telefono per mantenere i contatti è quello dell’albergo. Dalla reception chiamano il sig. Di Marzio, c’è un signore calabrese che insiste da giorni, vuole a tutti i costi parlargli. Mio padre prende tempo, pensa al solito genitore che vuole proporre un figlio futuro campione, non si rende subito conto di cosa presto gli capiterà. Una sera, allora, l’uomo misterioso si presenta direttamente all’hotel Don Carlos, una bottiglia di champagne in una mano e un mazzo di fiori nell’altra, manco dovesse incontrare la donna della sua vita. Si chiama Settimio Aloisio, lavora all’Argentinos Juniors, diventerà poi uno dei procuratori più famosi del mondo, porterà Batistuta alla Fiorentina. Così, mentre ricorda i bei tempi del Catanzaro, invita l’allora allenatore del Napoli a seguirlo in un campetto di periferia, c’è un ragazzino che promette bene, non è uno dei tanti, di nome fa Diego, di cognome Maradona.

Si organizza allora una partita fatta apposta per il suo sinistro, ma a quella partita Diego non si presenta. E’arrabbiato, furioso, ce l’ha con Menotti perché l’ha illuso, perché l’ha inserito nella rosa dei preconvocati mondiali per poi lasciarlo a casa, il suo è già un bel caratterino nonostante abbia ancora 17 anni. Il gruppo composto da Aloisio, Di Marzio e un paio di giornalisti amici (Pesciaroli e Giubilo) si presenta quindi a Villa Fiorito, la casa del Pibe, c’è da convincerlo a mettersi una maglietta e un paio di scarpini per fare questo benedetto provino per il Napoli. I riccioli già lunghi, lo sguardo da furbetto, un talento magico: gli basta un quarto d’ora per illuminare gli occhi dei presenti, qualche gol, una rovesciata da sigla televisiva, una serie di dribbling eleganti ma rabbiosi. Papà inventa una scusa e lascia la tribunetta, ha paura che Pesciaroli, tifoso e amico della Lazio, possa in qualche modo bruciarlo sul tempo, come non saprei.

La partita continua ma Maradona esce quasi subito, c’è l’allenatore del Napoli che praticamente lo rapisce, lo porta negli spogliatoi e gli presenta un foglio di carta (forse un fazzoletto, non lo so), il minimo indispensabile per raccogliere una firma, il primo autografo italiano. Quel pomeriggio, Diego Armando Maradona sbarca virtualmente al San Paolo, sei anni prima dell’annuncio ufficiale: costa 220mila dollari, niente rispetto a quanto verrà poi pagato nel 1984, ma in Italia le frontiere per i calciatori stranieri sono chiuse da un pezzo, tutta colpa della Nazionale che non vince più, riapriranno due anni dopo. La soluzione può essere quella di prenderlo comunque e parcheggiarlo in Svizzera, ma il presidente Ferlaino non si convince. In quei giorni argentini, Diego e mio padre stanno sempre insieme, avrei voluto essere già grandicello per stare con loro e non perdermi neanche un momento, nemmeno un solo respiro. Avrei anche rimproverato mio padre perché lo mandava a comprargli le sigarette, che diamine un po’ di rispetto per quello che sarebbe diventato il giocatore più forte di tutti i tempi. Maradona si sentì napoletano in un attimo, chiese la maglia che gli fu spedita assieme ad altri vestiti, in quel periodo ne aveva davvero bisogno.

Aloisio scrisse molte lettere, ancora a casa ne abbiamo qualcuna, tutte con lo stesso finale: “caro Gianni, Diego verrebbe a Napoli anche a piedi, fai qualcosa…”, ma non bastarono né le sue preghiere né i tentativi di far cambiare idea Ferlaino. A Napoli, la notizia finì su tutti i giornali, qualcuno non credeva che Di Marzio avesse visto davvero un fenomeno, fu persino storpiato ironicamente il cognome da Maradona a “Mariconda”: chi lo prese in giro chiese poi umilmente scusa, trent’anni dopo, non è mai troppo tardi. Quando firmò veramente con il Napoli e non su un pezzo di carta qualunque, Diego rilasciò un’intervista, la prima italiana, l’ho rivista e risentita mille volte. Era sull’aereo che lo portava da Barcellona in Italia, il microfono quello della Rai, il giornalista Fabrizio Maffei: “Il primo a parlarmi di Napoli e a volermi portare nel vostro campionato fu Gianni Di Marzio, forse era destino…”, una frase che ormai conosco a memoria e che mi ha sempre fatto commuovere.

Ho atteso tanto il momento di conoscerlo anch’io, farmi una foto, conservarla gelosamente tra i miei ricordi. Ci sono riuscito a Padova, fine anni 80, non mi dimenticherò mai quella notte, guardavo lui e mio padre abbracciarsi, li sentivo parlare di quei giorni a Buenos Aires, capivo perché gli occhi di un duro ma buono come papà diventavano lucidi. L’ho rivisto poi al San Paolo, dopo un Napoli-Cosenza di Coppa Italia, naturalmente segnò anche se l’allenatore avversario era un amico e gli chiese una maglia per il figlio. Me la diede negli spogliatoi, era tutta bagnata per il sudore ma incredibilmente profumata, un flash che mi porterò sempre dentro. Come quello della seconda foto, io questa volta più alto di lui, meno imbarazzato ma sempre ipnotizzato, l’avrei seguito a casa per farmi raccontare quel provino improvvisato se fossi già stato un giornalista. Non l’ho più incontrato, nemmeno mio padre. Si sono sentiti per telefono mezza volta, un paio d’ anni fa se non ricordo male, chiesi la cortesia a Salvatore Bagni che l’ospitava a casa sua, ci tenevo a farli parlare ancora una volta. I suoi occhi s’illuminarono di nuovo, i miei pure nel vedere così felice mio padre. Il primo a voler portare Maradona a Napoli, l’unico a mandarlo per strada a comprargli le sigarette.