Motta: "L'intervento su Scamacca più difficile dei rigori. Cech il mio mito"
Il portiere della Lazio Edoardo Motta, in lunga intervista al TG1, ha raccontato la sua grande prestazione contro l'Atalanta: i quattro rigori parati ai bergamaschi hanno permesso ai biancocelesti di conquistare la finale di Coppa Italia.
"Ho iniziato a casa e ho iniziato casualmente in porta. Non avevamo un giardino ma un cortile fatto con la ghiaia e sembra un po' assurdo ma mi piaceva fare il portiere e buttarmi sulla ghiaia. Mio padre mi dava un po' del matto, però io dolore non lo sentivo, quindi mi divertivo e da lì poi è iniziato tutto", ha spiegato Motta, partendo proprio dall'inizio e su come ha mosso i primi passi fra i pali.
LA SEMIFINALE DI COPPA ITALIA - Oltre ai quattro rigori, Motta si era reso protagonista grazie a una grande parata su un un colpo di testa di Scamacca al 95': "Più difficile parare quattro rigori o l'intervento su Scamacca? Forse l'intervento sull'attaccante, perché quello ha tolto qualche incertezza che ho avuto durante la partita e poi da lì mi sono sentito molto più sereno e dentro la gara".
Al termine della partita ha festeggiato insieme agli altri giocatori della Lazio e il portiere ha raccontato: "Mi sono commosso quando i compagni mi hanno portato in trionfo, è una cosa che non mi è mai capitata e non pensavo neanche capitasse. Quindi mi sono abbandonato, mi sono lasciato un po' andare alle mie emozioni, cosa che cerco di non far mai vedere. Secondo me rimanere sempre solido definisce di più la persona che si è piuttosto di essere molto emotivo o poco. Non mi sono vergognato perché è una cosa che viene istintiva, non sei tu a comandare né ti vengono imposte, viene proprio fuori naturalmente".
Ha poi continuato: "Mi ha fatto i complimenti Sportiello dopo la partita. Mi dispiace di non essere andato a salutare Carnesecchi e Mister Palladino. L'ho avuto a Monza quando ero più piccolo".
IL FUTURO - Motta si è espresso anche sugli aspetti da migliorare: "In generale su tutto: sono veramente senza esperienza. Quindi non devo mai smettere di imparare, di migliorare, di crescere e questo è l'obiettivo che mi porto dietro giorno dopo giorno. In particolare probabilmente sul gestire emotivamente i momenti della gara e la partita in generale, sia tecnicamente e tatticamente soprattutto".
IL MODELLO - "Quando ero piccolo il mio punto di riferimento è sempre stato Petr Cech, quando giocava al Chelsea, poi in Nazionale della Repubblica Ceca o nell'Arsenal", così ha condiviso il classe 2005. "Ho iniziato a fare il portiere guardando soprattutto lui perché ero impressionato: oltre all'aspetto visivo, perché aveva questo caschetto che ha reso iconico, come può essere la coppola per Yashin anni fa. La cultura e la storia del portiere mi ha sempre affascinato, soprattutto da quando ho iniziato a farlo, ho cercato sempre di guardare alla storia del ruolo che ricopro".
UN SOGNO - Motta ha poi concluso la sua intervista parlando del suo sogno: "In questo momento è cercare di arrivare più in alto possibile, senza rimpianti, senza rammarichi e godendomi comunque la vita senza togliermi nulla".