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IntervistaConsapevolezze – Zanoli: “Diventare uomo”
“Alessandro, sei diventato un uomo. Non pensavo che saresti riuscito ad affrontare con tale maturità questo infortunio. Sono orgoglioso di te”. È passata qualche settimana da quando papà mi ha detto quelle parole. Ci ripenso spesso, me le ripeto in testa. È stato bello sentirle. È stato bello perché a dirle è stato mio padre. Ed è stato bello perché, riflettendoci, ha ragione. Sono passati ormai tre mesi da quel 26 gennaio in cui il mio crociato si è rotto. Sono stati mesi pesanti. Il calcio mi manca come l’aria. Ma anche io, come papà, non mi aspettavo di essere in grado di affrontare in questo modo l’infortunio. Sono fiero della persona che sono.
Non sono sempre stato così. Sono figlio delle mie esperienze. Anche, o forse soprattutto, di quelle dolorose. Sono figlio della solitudine provata a 17 anni quando ho lasciato casa per andare a Napoli, del malessere mentale vissuto nei continui prestiti degli anni scorsi. Sono figlio della frustrazione che mi ha travolto quando ho saputo l’esito della risonanza dopo la partita contro l’Hellas Verona. Tutto questo mi ha reso l’uomo che sono. E ora scrivo questa lettera per parlarvi del mio viaggio e di quei lati più nascosti della vita di un calciatore che spesso non si raccontano. Di cosa significhi lottare con un dolore che non è solo fisico, di cosa implichi convivere con un infortunio così lungo, della famiglia dell’Udinese e del mio obiettivo di tornare in campo. Sono qui per raccontarvi chi è Alessandro. La persona, non solo il giocatore.
ALESSANDRO, PENSACI - La mia passione per questo sport la devo a mio padre e a mio fratello. Ricordo quando giocavamo nel giardino dei nonni. Ho iniziato presto. Il calcio mi piaceva. Anche se mia mamma mi raccontava che da piccolo durante gli allenamenti tendevo a stare da solo. Non amavo stare con gli altri. Ero fatto così. Giorno dopo giorno, il pallone è diventato il compagno delle mie giornate. Con i miei amici scavalcavo il cancello della scuola per utilizzare il campetto. Ci passavamo le ore. Poi ci sono stati gli anni a Carpi. Lì c’è stata la prima sliding door della mia vita. Giocavo poco. Negli Allievi Nazionali avevo iniziato la stagione con una mancata convocazione e una panchina. “Io smetto, non mi diverto”. “Alessandro, pensaci bene. Non mollare. Poi non torni più indietro”, mi ripetevano mio papà e mio fratello. Li ho ascoltati, per fortuna. Poche partite dopo, ho iniziato a giocare. Fino alla chiamata del Napoli.
Avevo 17 anni quando ho lasciato casa. Era la prima volta. Ho sofferto tanto quella distanza. Non avevo più la mia famiglia e i miei amici, mi mancavano. Non avevo mai vissuto quella sensazione. Ho pianto tanto durante le prime settimane quando, solo in camera, pensavo a loro. Ogni volta che andavo a trovarli, non volevo più tornare a Napoli. Stavo facendo tanti sacrifici per rincorrere quel mio sogno. Ma non avevo la certezza che un giorno lo avrei realizzato. Questa incertezza mi faceva male. Sono stato più forte.
BUIO – Quel sogno l’ho realizzato. Sono diventato un calciatore professionista e di questo sport ho conosciuto la sua luce e il suo buio. Sono passato da fare un ritiro con il Napoli in cui ero sicuro partente a rimanere e fare più di 10 presenze in A in stagione. Ho avuto la fortuna di vivere i primi sei mesi di quella che sarebbe stata poi l’annata dello Scudetto e il calore di una piazza come quella della Samp. Ma ho anche conosciuto il malessere a cui il pallone ti espone e che spesso da fuori non si vede. È iniziato tutto dopo l’esperienza a Genova. Sono tornato a Napoli con la volontà di restarci per poche settimane. Avevo bisogno di giocare ed essere in un contesto che potesse darmi fiducia e continuità e lì non era possibile.
Era agosto. “Alessandro, ti vuole lo Sporting”. Quasi non ci credevo. Un’opportunità unica. Era tutto fatto, volevo andare a Lisbona. “Tu non ti muovi, resti qua”. Il Napoli non mi voleva cedre. Un “no” continuo a tutte le offerte. Il mercato era finito. Un velo oscuro ha iniziato a bussare alla mia porta. Ero rimasto a Napoli, ma la mia testa era altrove. Avevo perso serenità, non ero più felice. Ero triste e senza motivazione. La mattina mi svegliavo ed ero sempre nervoso, mi allenavo male. Non mi riconoscevo più. La depressione era entrata nella mia vita. E mi ha accompagnato per mesi. Anche nella seconda parte di stagione quando, dopo il mancato trasferimento al Genoa, sono andato a Salerno. Avevo cambiato maglia, ma non stavo bene. Ciò che avevo vissuto mi aveva segnato. In campo non ero io. Ero un giocatore diverso, un ragazzo diverso. Non riuscivo a esprimermi, giocavo male, la squadra non andava bene. Era tutto buio.
RINASCERE - È stata una battaglia dura da combattere. Nessuno ti insegna ad affrontare quei momenti. Mi sono rivolto a un mental coach, mi è servito per sfogarmi. Ma, alla fine, ne sono uscito da solo con l’aiuto della mia famiglia. E attraversare quel dolore mi ha permesso di vivere con maggior consapevolezza ciò che è arrivato nei mesi successivi. Prima nell’esperienza al Genoa. Una stagione bellissima per me e per la squadra. Ero sicuro di rimanere e di essere riscattato. Pensavo di aver trovato un posto in cui poter avere stabilità e continuità, lasciando alle spalle quell’incertezza propria dei prestiti. È andata diversamente. Il riscatto non è arrivato e sono tornato a Napoli senza conoscere il mio futuro, una volta ancora.
Ho iniziato il ritiro con il Napoli, Conte mi voleva vedere. “Va bene, ma io voglio andare a giocare”. I giorni passavano, io ero sempre lì. A metà agosto la situazione sembrava essersi risolta. Il Napoli stava per prendere Juanlu, il mio passaggio al Bologna era fatto. Stavo per partire per le visite mediche. Poi Lukaku si è fatto male, i soldi che dovevano usare per il terzino li hanno utilizzati per l’attaccante. Negli ultimi giorni di mercato è arrivata l’Udinese. Non volevano cedermi. Sono andato a parlare con Conte. “Fino a quando non arriva un terzino non ti muovi, mi servi”. “Voglio andare via. Voglio andare a giocare. Sono troppi anni che sono in questa situazione, ho bisogno di cambiare”. “Va bene, cercherò di aiutarti e parlerò con la società”. All’ultimo giorno di mercato si è chiusa la trattativa. Non mi sembrava vero, finalmente sarei stato in una squadra che aveva creduto in me. Senza prestiti, incertezze, dubbi. Lo sentivo, Udine era il mio posto.
26 GENNAIO – A Udine mi sono sentito a casa. Una sensazione a cui non ero più abituato. Tutto stava andando bene. Sentivo la fiducia di tutti, avevo trovato continuità. Era il momento migliore della mia carriera. Poi è arrivato il 26 gennaio 2026. Chiudo gli occhi, torno a quel momento. Un cambio di direzione normale, il ginocchio fa un rumore strano. Devo tornare a difendere, non ho tempo per fermarmi. Continuo a giocare. Nel secondo tempo segno il mio primo gol con la maglia bianconera. Pure un gran gol, probabilmente perché avevo il ginocchio rotto. La notte sono un po’ preoccupato, ma penso sia solo una distorsione. La mattina dopo non riesco a piegare la gamba, l’ecografia rileva del liquido. Passano 24 ore e faccio la risonanza. Torno a casa e aspetto. Sono le 20, suona il telefono. È il dottore del club: “Ale, ho brutte notizie. Ti sei rotto il crociato”. Mi crolla il mondo addosso. Buio. Mi sono rotto il crociato. È successo nel mio momento migliore. Stavo vivendo la mia rivincita. Dovrò stare lontano dal campo per sei mesi. È gennaio e la mia stagione è già finita. Perché ancora a me?
Riapro gli occhi. Sono passati tre mesi da quel giorno. È stato un periodo tosto. Mi sono voluto operare subito. Il 28 gennaio ero già a Villa Stuart. Poi è iniziato il mio percorso di riabilitazione. Le prime settimane sono state difficili. I pensieri correvano veloci nella mia testa. Erano opprimenti. Non potevo neanche muovermi. E per me che ero abituato ad allenarmi sempre, era straziante. Anche il rapporto con il cibo è stato difficile. Tengo molto al fisico e all’alimentazione, senza poter fare attività fisica ho dovuto trovare un equilibrio diverso per non ingrassare. All’improvviso mi sono ritrovato in una vita diversa, impensabile fino a poco tempo prima.
RESTARE IN PIEDI – Vedete, a volte non si pensa a ciò che significa vivere un infortunio come il mio. E no, non parlo solo del dolore fisico. Parlo delle implicazioni che comporta sul piano mentale e della tua quotidianità. Ti trovi costretto a convivere con variabili e parti di te prima sconosciute. Passi mesi solo con te stesso. Vai al centro sportivo, ma hai ritmi diversi rispetto alla squadra. Altri tempi, altri allenamenti, altri spazi. Ti cambi e poi devi prendere una strada diversa dagli altri. E la tua strada non va al campo. Ma devo dire grazie ai compagni e al club. Mi sono sempre stati vicini, facendomi sentire parte di loro. Sono fortunato a vivere il recupero in un club come l’Udinese. Per l’attenzione alla persona, al suo recupero e benessere. Un ambiente unico, familiare e raro.
Sto facendo qualsiasi cosa per tornare in campo. Di questo periodo ricorderò il sacrificio e il lavoro. E una consapevolezza diversa. Una consapevolezza nata e costruita negli anni passati e in questi ultimi tre mesi. Tre mesi che mi hanno permesso di conoscermi. Conoscermi un po’ di più. Un infortunio non cancella chi sei e quello che hai fatto, non cambia il valore di una persona. Anzi, lo aumenta. Sono esperienze che ti cambiano, ti rendono uomo. E ora posso dirlo: sono orgoglioso di me. Sono stato forte. Ho passato tanti momenti che mi hanno messo alla prova come calciatore e, soprattutto, come persona. Sono rimasto in piedi. Nella mia carriera calcistica non ho vissuto e ottenuto quello che meritavo. Chissà, magari il destino mi sorriderà. Ma ora sto lavorando per riprendermi ciò che la vita mi ha tolto. Lo farò con l’Udinese. Agosto è vicino. Manca poco, lo so. Sto per tornare. Lo prometto a voi, lo prometto a me.
Alessandro
Pisa, incendio sul Monte Faeta: 3500 sfollati nella zona dello stadio
A poche ore da Pisa-Lecce si complica la situazione intorno alla Cetilar Arena. Nella giornata di mercoledì 29 aprile, infatti, si è scatenato un incendio sul Monte Faeta, che a causa delle raffiche di vento grecale si è espanso. Nel paese di Asciano, vicino allo stadio del Pisa, si contano 3500 sfollati, e l'aria nella zona dell'impianto è irrespirabile.
Al momento non si è ancora parlato di possibile rinvio della partita, in programma oggi, venerdì 1 maggio alle 20:45. Le condizioni dell'aria, e i tanti sfollati della zona nei pressi dello stadio, potrebbero portare però a prendere in considerazione questa ipotesi, che pare - per ora - comunque molto remota.
LE ULTIME IN VISTA DELLA PARTITA - La sfida tra Pisa e Lecce, oltretutto, potrebbe dare il primo verdetto ufficiale di questa Serie A, ovvero la retrocessione della squadra allenata da Oscar Hiljemark. Clicca qui per conoscere le combinazioni per la retrocessione
Trump: "Se Infantino dice che l'Iran può partecipare, per me va bene"
"Se Gianni ha detto che che l'Iran deve partecipare al Mondiale, per me va bene", ha rivelato Donald Trump, riferendosi a Infantino. Nelle scorse settimane il presidente della FIFA aveva preso una posizione molto netta a riguardo, spiegando come la nazionale iraniana, in quanto qualificata, avrebbe dovuto giocare la Coppa del Mondo.
Totale fiducia in Infantino dunque, ribadisce nuovamente Donald Trump: "Gianni è fantastico e se lo ha adetto lui, credo si debba lasciarli giocare". Il legame tra il presidente degli Stati Uniti e quello della FIFA è stretto da tempo, tanto che la stessa Federazione Internazionale ha conferito al numero 1 americano il 2025 FIFA Peace Prize.
LA POSIZIONE DELLA FIFA - Come detto, Infantino non ha mai fatto passi indietro riguardo la partecipazione dell'Iran al prossimo Mondiale. Dal congresso FIFA di Vancouver di giovedì 30 aprile ha infatti ammesso: "Ovviamente ci sarà, e il motivo è semplice: dobbiamo stare uniti". Durante l'ultima sosta per le nazionali, il numero 1 della FIFA era andato anche a trovare la nazionale iraniana in raduno, e aveva spiegato come la missione della Federazione fosse quella di "Costruire ponti e unire le persone".
IntervistaDa Imola all’Irlanda del Nord per Football Manager: “Perché il calcio non è solo un (video)gioco"
Esci dal lavoro, torni a casa, ceni e, anziché rilassarti di fronte a un film o una serie tv, decidi di dedicarti al tuo secondo impiego, quello di allenatore part-time di una squadra di una cittadina nordirlandese. Niente di serio - almeno per gli altri -, solo l’abitudine di fare una partita a Football Manager che, però, a un certo punto diventa più realistica del previsto. Un giorno, infatti, decidi di deviare un attimo dall’ormai consueta routine giornaliera per “fare una mattata”: la tua squadra, a cui nel tempo ti sei talmente tanto affezionato da diventarne un vero tifoso, inizia a ottenere risultati molto importanti - nella realtà - e a giocarsi un posto in Europa, e tu non puoi far altro che scegliere di partire per la sfida decisiva per la qualificazione. I 2000 chilometri che separano Imola (casa tua) da Coleraine (sede della “tua” squadra) non possono essere un ostacolo.
Il protagonista di questa “mattata” - come la chiama lui - è Andrea Lai, un 39enne di Imola che di lavoro fa il commerciale specializzato nelle spedizioni internazionali e che un giorno come gli altri è diventato l’uomo più virale del Regno Unito, oltre che l’idolo di un paesino dell’Irlanda del Nord. “Sta succedendo tanto di quel casino, stanno ripostando la mia storia dappertutto. È davvero pazzesco - ha raccontato a gianlucadimarzio.com - da giorni mi stanno scrivendo diverse testate britanniche per intervistarmi. Per prima mi ha chiamato la BBC, ora la mia storia è stata ripresa anche da L’Equipe”.
COM’È NATO IL VIAGGIO – Ma se la reazione dei social al suo viaggio può sembrare incredibile, ancor più clamoroso è il modo in cui tutto è cominciato: “Sono un appassionato di calcio da sempre, tifosissimo del Bologna e da parecchi anni gioco a Football Manager. Nel 2019 ho deciso di iniziare una carriera facendo scegliere al gioco la squadra da allenare, e sono finito casualmente a Coleraine. I risultati erano positivi, mi sono particolarmente appassionato al punto che, oltre a seguirli sui social, ho deciso di acquistare dei prodotti – un portachiavi e una maglietta - dallo shop online”. Ed è a questo punto che arriva la svolta.
“Dopo aver fatto l’ordine, però, mi ha contattato lo shop manager per capire se si trattasse di un errore; gli sembrava strano che qualcuno dall’Italia volesse comprare dei prodotti del Coleraine. Poi mi ha chiesto il motivo della spesa e, appena gli ho spiegato come ero arrivato a conoscerli, si è incuriosito talmente tanto che ha voluto farmi un’intervista da pubblicare sui social della squadra”.
LA MATTATA – Gli anni passano e Andrea continua a giocare con il suo Coleraine nelle varie edizioni di Football Manager, ma a inizio 2026 un fattore lo spinge a prendere l’iniziativa: “La società ha alzato un po’ il tiro e ho iniziato ad avere questo tarlo in testa. Nel corso della stagione sono arrivati diversi risultati positivi, quindi ho iniziato a parlare con un amico proponendogli di fare questo viaggio. Il tempo passava, arrivato a marzo ho deciso di prenotare il volo da Bergamo a Belfast, contattando lo shop manager e chiedendogli di tenermi da parte un biglietto per la partita che sarebbe valsa un posto ai playoff di Conference League”.
All’arrivo in città, poi, viene accolto come un vero e proprio eroe: “Quando sono andato a ritirare il biglietto ho incontrato lo speaker dello stadio, che appena ha ascoltato la mia storia è rimasto stupito e ha voluto farmi visitare l’impianto e conoscere gran parte dello staff. Il social media manager mi ha proposto addirittura di fare un’altra intervista da promuovere sui social del club, diventata poi super virale”.
Intanto si gioca la partita, il Coleraine vince e scoppia la festa. Ma da un momento all’altro diventa lui il protagonista: “Al termine del match sono andato fuori dagli spogliatoi per provare a strappare qualche autografo, e mentre mi stavo intrattenendo con l’attaccante che aveva segnato la tripletta quel giorno lui mi ha riconosciuto chiamandomi ‘Italian guy’ e presentandomi ai compagni e all’allenatore. Una roba folle. Ho anche scherzato con il mister, dicendogli che mi era spiaciuto prendere il suo posto su Football Manager”.
UN LEGAME INSOSTITUIBILE – Come in un sogno, con la differenza che si è trattato di qualcosa di assolutamente reale. E pensare che è stato il club a ringraziarlo: “Anche loro erano contenti di questa cosa, e non solo per la visibilità ricevuta. Mi hanno anche proposto di rimanere una settimana in più per poter assistere alla finale di coppa nazionale, ma ho dovuto rifiutare a malincuore per motivi di lavoro. Ma ho già in programma di tornare, magari per i playoff di Conference League o per il centenario che ricorre il prossimo anno. Ma il mio sogno sarebbe vederli affrontare il Bologna, mi hanno anche chiesto scherzosamente di organizzare un’amichevole”.
Insomma, un legame ormai diventato indissolubile e certamente insostituibile: “Ho giocato con tantissime squadre negli anni, ma quello che mi è capitato con il Coleraine non lo riesco a vedere replicabile da altre parti. Aver deciso di fare la stupidaggine di comprare due gadget mi ha portato qui, non mi aspetto di replicare una cosa così tanto potente: rimarrà nel mio cuore per sempre”. Dalla scrivania di un ufficio di Imola alle emozioni di una partita di Premiership nordirlandese, il tutto grazie a una carriera virtuale inaugurata nel 2019. Perché il calcio non è solo un (video)gioco.
Pisa-Lecce, le probabili formazioni
Venerdì 1 maggio 2026 potrebbe arrivare il primo verdetto di questa Serie A: la retrocessione del Pisa. In caso di sconfitta o pareggio contro il Lecce, infatti, la squadra di Hiljemark sarebbe aritmeticamente condannata alla Serie B. I giallorossi, invece, sono al momento salvi grazie al punto di vantaggio sulla Cremonese terzultima. Un duello, quello tra Di Francesco e Giampaolo, che potrebbe durare fino alla fine del campionato e che decreterà l'ultima retrocessione.
Per la sfida della Cetilar Arena, in programma venerdì 1 maggio alle 20:45, Oscar Hiljemark dovrebbe proseguire con il 3-5-2. Davanti a Semper i favoriti sono Bozhinov, Canestrelli e Caracciolo. Leris e Angori potrebbero partire titolari dal primo minuto sulle fasce, con in mezzo Akinsanmiro, Aebischer e Vural. Davanti, senza Durosinmi, sono pronti Moreo e Stojilkovic.
Sarà invece 4-2-3-1 per il Lecce di Eusebio Di Francesco, una delle poche squadre che non gioca a 3 dietro. Falcone è confermato, e sarà protetto da Veiga, Siebert, Tiago Gabriel e Gallo. In mezzo, oltre a Ramadani, in ballottaggio ci sono Ngom e Gandelman. Ballottaggio anche in attacco, con Cheddira al momento favorito su Camarda, e alle spalle della punta dovrebbero invece giocare Pierotti, Coulibaly e Banda.
PISA-LECCE, LE PROBABILI FORMAZIONI - Di seguito le probabili scelte di Hiljemark e Di Francesco.
PISA (3-5-2): Semper; Bozhinov, Canestrelli, Caracciolo. Leris, Akinsanmiro, Aebischer, Vural, Angori; Moreo, Stojilkovic. Allenatore: Oscar Hiljemark.
LECCE (4-2-3-1): Falcone; Veiga, Siebert, Tiago Gabriel, Gallo; Ngom, Ramadani; Pierotti, Coulibaly, Banda; Cheddira. Allenatore: Eusebio Di Francesco.
L'Italia può essere ripescata ai Mondiali? I possibili scenari
"L'Italia può essere ripescata ai Mondiali del 2026?", è questa la domanda che molti italiani si stanno facendo sin dall'uscita di scena ai playoff a causa della sconfitta contro la Bosnia. Un'ipotesi, quella del ripescaggio, legata chiaramente al conflitto tra Stati Uniti e Iran, e alla possibilità che la nazionale iraniana decida di ritirarsi.
Il primo a dare speranze è stato Paolo Zampolli, Rappresentante speciale degli Stati Uniti per le partnership globali e uomo molto legato a Donald Trump, che in settimana ha ammesso: "C'è più del 50% di possibilità che l'Italia giochi il prossimo Mondiale". Zampolli aveva ammesso di aver chiesto a Infantino una possibilità di chiamare l'Italia, sottolineando: "Se poi si mandano delle persone che non sono benvenute negli Stati Uniti d'America è meglio che non vengano", riferendosi all'Iran.
LE PAROLE DI INFANTINO E TRUMP - Diversa è invece la posizione del numero 1 della FIFA, Gianni Infantino, che anche durante l'ultimo congresso a Vancouver ha spiegato: "L'Iran parteciperà al mondiale sicuramente. Il nostro obiettivo è unire e creare ponti, non dividere". Hanno fatto eco alle sue parole anche quelle di Trump, che poco dopo ha rivelato: "Gianni (Infantino, ndr) è fantastico, e se lo dice lui io sono d'accordo".
LA CRITICA DI GRAVINA - Gabriele Gravina, presidente dimissionario della FIGC, a Otto e Mezzo mercoledì 29 aprile aveva dichiarato: "Il ripescaggio dell'Italia ai Mondiali mi sembra un'idea fantasiosa e vergognosa. Si sta negoziando sulla passione dei tifosi italiani, che sono gli unici a meritare di andarci"
Sorpresa Milan: per l'attacco c'è anche Gabriel Jesus
Il Milan insegue l’obiettivo Champions League e, intanto, lavora sul mercato. Come rivelato a Sky Calcio Unplugged, il podcast di SkySport con Gianluca Di Marzio, Lisa Offside e Stefano Borghi, nella lista dell'attacco dei rossoneri c'è Gabriel Jesus dell’Arsenal. L’attaccante brasiliano è uno degli obiettivi primari come per l'anno prossimo. Rimane da capire se l'Arsenal lo lascerà andare e a quali condizioni.
Il giocatore, in scadenza nel 2027, in questa stagione con la maglia dei Gunners ha collezionato 5 gol in 25 presenze tra campionato inglese e coppe. Il classe 1997 per le sue caratteristiche di punta mobile potrebbe essere la chiave per l'attacco del Milan, poco prolifico in questa stagione. Con Santi Gimenez ko e Fullkrug arrivato a gennaio, Massimiliano Allegri ha più volte adattato Pulisic e Leao a fare a spallate con i difensori. Gabriel Jesus può essere il giocatore giusto per i rossoneri, intenzionati a tornare subito in Champions League e vivere la stagione 2026/27 da protagonisti tanto in Italia quanto in Europa.
IL 2025/26 DI GABRIEL JESUS - In questa stagione il centravanti brasiliano è rientrato a novembre, dopo la rottura del legamento crociato subita lo scorso 13 gennaio 2025. Complice la condizione non ottimale, unita alla concorrenza offensiva, non ha trovato molto spazio al centro dell'attacco dei Gunners. Sono infatti solo 887 i minuti giocati da Gabriel Jesus, che però a San Siro contro l'Inter è sceso in campo da titolare e ha realizzato una doppietta.
Nainggolan a Sky Calcio Unplugged: "Spalletti? Per me è una persona speciale. Inter? Un gruppo che sa vincere"
Intervistato a Sky Calcio Unplugged, il podcast interamente targato Sky condotto da Gianluca Di Marzio, Lisa Offside e Stefano Borghi, Radja Nainggolan ha commentato i tanti temi del momento e ha raccontato alcuni temi del passato. Per iniziare il centrocampista ha parlato del gruppo con cui ha condiviso lo spogliatoio all'Inter: "Noi eravamo un bel gruppo e ci divertivamo sia in campo che fuori. Eravamo un gruppo unito ma purtroppo non abbiamo vinto niente. Abbiamo fatto comunque stagioni importanti. Io vivevo ogni partita allo stesso modo. Bisognava provare a vincere e divertirsi".
Parlando dell'attuale campionato di Serie A il classe 1988 non ha dubbi su chi fosse fin dall'inizio la favorita per lo scudetto: "Se mi aveste chiesto all'inizio dell'anno chi avrebbe potuto vincere lo scudetto avrei detto sempre l'Inter. Come rosa è la superiore e negli ultimi anni è quella che ha giocato meglio e vinto le partite più importanti. Hanno una rosa anche abbastanza larga, anche se in questa stagione è stato inserito qualche giovane come Esposito. Dietro ci sono pochi cambi e una stagione è lunga ma penso che hanno fatto bene. L'Inter per me era la più forte e non c'era una squadra che poteva avvicinarsi. Anche quando c'è stato un periodo in cui si sono avvicinate Napoli e Milan la continuità, poi, ha fatto la differenza perché le altre non la hanno come la ha l'Inter". Per Nainggolan, nonostante il complicato finale della scorsa annata per i nerazzurri, il gruppo allenato da Chivu è il più pronto per vincere: "La differenza sta nei singoli, ti faccio un esempio: Thuram in questa stagione è stato criticato perché non era lo stesso dello scorso anno. In queste ultime giornate però è tornato quello della passata stagione e queste sono gare importanti per la volata finale. Al Milan manca comunque Leao perché gioca ma non fa la differenza. Nei momenti importanti i giocatori dell'Inter hanno sempre risposto. A Napoli, dove si è puntato tutto su Lukaku, il belga è mancato per gran parte della stagione. L'Inter sotto questo aspetto ha risposto meglio rispetto alle altre e su 38 partite, parlando solo del campionato, l'Inter è stata quella con più continuità e nei momenti in cui veniva avvicinata dalle altre riusciva sempre a tirarsi fuori. È un gruppo d'esperienza e capace di vincere. Arrivati a questo punto sapevano cosa dovevano fare per vincere. Penso che comunque aver tirato fuori quel qualcosa che le altre non hanno ha fatto la differenza".
"SPALLETTI? PER ME È UNA PERSONA IMPORTANTE" - Il centrocampista belga ha poi parlato del lavoro di Luciano Spalletti con la Juventus: "Io adoro Spalletti per il suo modo di giocare e quello di comunicare. Mi piace tutto di lui. Sa sempre dare una risposta anche quando viene criticato e si prende tante resposabilità quando le cose non vanno. In questo momento la Juventus è la squadra che gioca il miglior calcio in Italia con una squadra che prima non giocava in questo modo. Poteva essere l'anti Inter? Per me poteva giocarsela se Spalletti fosse stato lì dall'inizio".
Per Nainggolan, infatti, Spalletti non è una persona qualunque: "Sembra sempre uno molto duro quando lo vedi o lo senti. Quando ti vuole bene però si scioglie e prende le cose in modo diverso da come far vedere. È una persona che mi ha aiutato e migliorato tanto. Per me è una persona importante".
"ROMA-BARCELLONA? C'ERA QUALCOSA NELL'ARIA" - Dopo Spalletti, il classe 1988 ha fatto il suo bilancio sulla stagione della Roma: "Quando ero alla Roma noi giocavamo per le posizioni alte. Non abbiamo vinto lo scudetto ma eravamo sempre secondi e provavamo a mettere in difficoltà la Juventus, che era imbattibile. Era una squadra fatta bene con giocatori forti, che ancora oggi sono ad alto livello come Salah o Rudiger, però non eravamo pronti a competere con una squadra con un tridente in difesa come Barzagli-Bonucci-Chiellini. La Roma è difficile da giudicare: ci sono partite in cui fa bene e altre in cui fa male. Io non amo quel tipo di gioco perché non sono per questo tipo di calcio. C'è Dybala che dovrebbe fare la differenza ma gioca meno di quanto ci si aspetta. È difficile giudicare una squadra che sta facendo bene ma per me l'obiettivo di una piazza come Roma, di cui io sono innamorato, non può che essere stare sempre nelle prime 4".
Parlando dei giallorossi, poi, la mente non poteva tornare alla rimonta ai quarti di finale di Champions League sul Barcellona: "Quella è una partita in cui abbiamo perso 4-1 là ma il risultato doveva essere diverso anche perché c'era un rigore su Pellegrini, che oggi con il VAR verrebbe dato. Poi se parliamo della semifinale contro il Liverpool... A me comunque va bene così perché il calcio vero è così. Ormai non c'è nemmeno più la furbizia. Riguardo quella partita lì comunque devo essere sincero in quella settimana si respirava qualcosa, una sensazione che ci faceva dire che potesse succedere qualcosa. Iniziata la partita noi pensavamo solo a non prendere gol e fare il primo, poi a non prenderne uno e fare il secondo e poi è arrivata la rete di Manolas e abbiamo detto: 'c***o ce la possiamo fare'".
"KOMPANY? SPERO CHE POSSA VINCERE LA CHAMPIONS LEAGUE" - Nainggolan ha parlato anche dell'incredibile percorso di Vincent Kompany, suo ex compagno in nazionale, con il Bayern Monaco: "Me lo aspettavo perché quando eravamo in nazionale aveva sempre la parola giusto e sapeva sempre cosa dire. Avevamo una squadra forte e non era facile gestire un gruppo così. Avevamo Lukaku, De Bruyne, Hazard e lui. Avevamo tanti giocatori forti ma lui riusciva a far mantenere la calma e farci restare concentrati sugli obiettivi. Noi giocavamo molto e scherzavamo molto perché sapevamo di essere forti. Lui aveva già un piccolo allenatore dentro di sè e sapeva farci distinguere i momenti. Il Bayern ha un'identità forte: non è da tutti rispondere in quel modo dopo essere finiti sotto 5-2. Lui dice sempre le cose giuste perché viene da un mondo dove convivono varie nazionalità. Lui è uno che ha vissuto: conosce la strada e la bella vita, la gente importante e meno importante e nel suo staff ci sono anche amici d'infanzia. Lui lo aveva dentro e gli auguro il meglio. Spero che possa arrivare a vincere la Champions League".
Parlando dell'avventura dell'ex Manchester City sulla panchina dei bavaresi l'ex Inter e Roma si è espresso anche sul 5-4 contro il PSG: "Ti faccio un'altra domanda: Se il PSG giocasse contro la Juventus quanti gol potrebbe fare? Possiamo dire quindi che gli attacchi sono troppo forti. Secondo me poi si parla troppo dei rigori. Io poi non sono uno che ama il VAR perché le regole cambiano troppo spesso. Per me il calcio deve rimanere uno sport appassionante in cui l'arbitro può fare anche un errore. A me del calcio moderno piace che i terzini sono fondamentali e fanno tanto la differenza, anche perché ormai sono più offensivi che difensivi. Vogliono portare un calcio offensivo e per quello ci sono stati tanti gol. Se vogliamo parlare però del risultato 5-4 lo compari a 1-0 perché il gol di scarto è 1 per il ritorno. Va detto però che è stata una delle partite più belle della Champions League. Poi il giorno dopo vedi un Atletico Madrid-Arsenal e pensi: 'c***o che partita di me**a".
"UN CALCIATORE CHE MI SOMIGLIA? BARELLA" - Nainggolan ha parlato anche della stagione di Barella, attuale calciatore di Serie A che per il belga si avvicina di più al suo prime: "Se penso al mio prime penso a Barella e in tutto quello che fa nel difendere e nell'attaccare. Magari fa meno gol di me ma quando li fa li fa belli. Lui quando c'è o non c'è la differenza si sente e anche con me era così. Questo fa capire l'importanza che abbiamo nella squadra. Barella non si può mai criticare. Ci si aspetta sempre tanto dai giocatori forti ma se uno come Barella fa 55 partite l'anno e ne sbaglia magari quattro si parla di stagione diversa. Io vi posso dire che per me in questa stagione lui è sempre sufficiente. Da lui ci si aspetta sempre una prestazione da 8 ma è un essere umano. Per me Barella in una stagione sarà sempre il migliore dell'Inter".
Per concludere il 44 si è soffermato sullo scudetto vinto con l'Inter: "Ho giocato un paio di partite... Io voglio essere protagonista e quell'anno non lo sono stato quindi non mi interessa e quella stagione nemmeno la calcolo".
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