Menu CalciomercatoNews CalcioInterviste e StorieConsapevolezzeCaffè Di Marzio
Contatti Mobile
La critica di Sergio Conceiçao: "Al Milan una società assente. Ci serviva protezione, ma non è arrivata"
La critica di Sergio Conceiçao: "Al Milan una società assente. Ci serviva protezione, ma non è arrivata"
In un periodo in cui le cose in casa Milan non sembrano andare per il verso giusto (domani inizierà il ritiro a Milanello), anche Sergio Conceição è intervenuto per parlare del suo periodo da allenatore rossonero. "Giocavamo ogni tre giorni, ci allenavamo in partita. Tanti video, poco lavoro in campo. Ma non mi lamento. Quando ho firmato, conoscevo il calendario". Ma comunque, per il portoghese oggi guida dell'Al Ittihad in Saudi Pro League, il bilancio è tutt'altro che negativo. "Sono comunque stati sei mesi positivi. Abbiamo fatto due finali. Una l’abbiamo persa (quella di Coppa Italia contro il Bologna, ndr), è vero, ma sarebbe potuta andare diversamente". Più nello specifico, l'ex calciatore di Lazio e Inter tra le altre è stato in carica da 30 dicembre 2024 al 30 giugno 2025. In 31 partite, 16 vittorie e 5 pareggi, per una media punti di 1,71 punti totali. SOCIETÀ ASSENTE - "Non è facile fare l’allenatore del Milan", dichiara in modo netto Conceição nell'intervista rilasciata a "Repubblica". "È una squadra storicamente abituata a giocare stagioni di altissimo livello, a vincere le finali di Champions. Al tempo stesso, il momento era complicato. Al Porto era diverso, avevo un presidente che è rimasto in carica per decenni e si è ritirato da più titolato al mondo. La società è ben strutturata e organizzata. Il passaggio non è stato facile".  In rossonero, invece, una situazione diametralmente opposta. "A Milano, dopo la vittoria della Supercoppa, è bastato un pareggio col Cagliari perché cominciassero a girare voci su chi avrebbe preso il mio posto. E nessuno le ha smentite. Ho frequentato spogliatoi per venticinque anni e so che l’instabilità ambientale arriva anche lì. Non era facile giocare con i tifosi che disertavano la curva. E con i social, quello che si diceva di noi arrivava ai calciatori. Ci sarebbe servita grande protezione da parte del club. Se la società non è forte, lo spogliatoio non può essere forte". LEADER E SHOW - Sono diversi, comunque, i momenti indimenticabili vissuti alla guida del Milan. A partire dagli uomini chiave, che pochi giorni dopo l'arrivo in rossonero hanno alzato la Supercoppa in Arabia. "I leader sono quelli che danno l'esempio anche nel modo di comportarsi fuori dal campo. Pulisic e Gabbia erano leader per l'esempio che davano, ma non erano gli unici”. E sulla celebre esultanza con il sigaro ha concluso: “Non volevo fare nessuno show, ma qualcosa che fosse naturale. L'ho sempre fatta nella mia carriera". 
Davide Ancelotti: "Mi sento pronto per allenare il Milan. Quella volta che Ronaldo bevve lo champagne..."
Davide Ancelotti: "Mi sento pronto per allenare il Milan. Quella volta che Ronaldo bevve lo champagne..."
Il Botafogo, il Mondiale con papà Carlo alla guida del Brasile e gli aneddoti sul Real Madrid. Davide Ancelotti si è raccontato a tuttotondo nel podcast della Gazzetta dello Sport "Tripletta". Il giovane allenatore è reduce dall'esperienza formativa sulla panchina del Botafogo. "Un’esperienza che mi ha formato e mi ha reso più forte", Ancelotti ha descritto così la sua avventura con il club sudamericano.  Nel presente c'è sempre il Brasile, questa volta la Nazionale. La coppia Ancelotti - padre e figlio - guiderà la Seleçao nei prossimi Mondiali. E poi? Davide ha commentato così il futuro: "Spero in un club che mi intrighi. Qualche proposta sul tavolo c’è, io vorrei decidere già prima del torneo di giugno, ma vediamo".  "MI SENTO PRONTO PER ALLENARE IL MILAN" - Ancelotti è rimasto colpito dalla passione dei brasiliani e dalla cultura della competizione. "Noi pensiamo che fuori dall’Italia non ci sia la cultura del competere a ogni costo, ma la passione che ho visto in Brasile, per la Seleçao ma anche al Botafogo che ho allenato, è incredibile" ha detto. "Tutti vogliono vincere e quando vedi la maglia verdeoro non puoi non sentire una grande responsabilità". Poi, l'allenatore ha riavvolto il nastro, parlando della sua infanzia. Il classe '89 ha raccontato di aver più volte accompagnato papà Carlo al campo: "Sì, già alla Reggiana e al Parma andavo spesso al campo. Ricordo con piacere Gigi Buffon, che aveva la pazienza di giocare un po’ con me. Sarà per quello che da bambino volevo fare il portiere (ride ndr)”. Ancelotti jr non si pone limiti e alla domanda se allenerebbe il Milan come suo padre risponde:  “Certo, e mi sento anche pronto per farlo”.  GLI ANEDDOTI SU MODRIC E CR7 - L'allenatore ha parlato della lunga esperienza sulla panchina del Real Madrid, in cui ha avuto modo di confrontarsi con grandi campionai. Tra questi c'era Cristiano Ronaldo. Sul portoghese ha detto: "È uno dei giocatori più competitivi della storia. Ha un’etica del lavoro unica". Poi, un simpatico aneddoto su CR7: "Quando nel 2014 vinse il Pallone d’oro. Cristiano si concesse una flute di champagne per festeggiare. Bene, al primo allenamento chiese una sessione extra per smaltirla".  E non manca un aneddoto su Luka Modric, faro del centrocampo del Milan e leggenda dei Blancos. Alla domanda sul centrocampista più forte mai allenato, Ancelotti ha risposto: "Kroos. Ma anche Modric". Sul croato ha aggiunto: "Ho un bell’aneddoto: giocava sempre con delle calze che metteva sotto ai calzettoni del Real. Un giorno in casa del Rayo il magazziniere, che per lui era un fratello, si dimenticò di portarle. Apriti cielo, Luka era una furia. A proposito di giocatori perfezionisti". 
Luis Alberto: "Nella mia Lazio eravamo una famiglia. Tornare? Magari da allenatore"
Luis Alberto: "Nella mia Lazio eravamo una famiglia. Tornare? Magari da allenatore"
Alla vigilia della finale di Coppa Italia tra Inter e Lazio, l'ex biancoceleste Luis Alberto ha rilasciato una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport. "Mercoledì non sarò all’Olimpico purtroppo. I miei figli vanno ancora a scuola, e al momento è complicato prendere un volo da queste parti, ma ne ho già parlato con Radu: l’anno prossimo vengo in curva nord o in tribuna, come ha fatto Milinkovic". Dopo aver lasciato la Capitale nel 2024, infatti, ora lo spagnolo continua a vestire una divisa biancoceleste ma in Qatar con l’Al-Wakrah, in cui gioca da gennaio. "Amo la Lazio, è stata la mia vita e nel mio cuore, nel profondo, sono ancora lì all’Olimpico. Sarà sempre parte di me", ha ribadito. "Hanno avuto fiducia in me quando nessuno ci credeva. Dopo i primi cinque mesi volevo smettere, ero andato nel pallone, luce spenta. Ne sono uscito grazie a un mental coach e a Igli Tare. Senza un aiuto psicologico avrei smesso di sicuro. Per questo ai giovani dico che se hanno bisogno di un qualsiasi tipo di aiuto devono affidarsi a una figura simile". Il futuro dopo il calcio, qualche aneddoto sulla carriera e i problemi attuali della Lazio. Luis Alberto si racconta. LA COPPA ITALIA - Con la Lazio, il fantasista spagnolo ha alzato tre trofei, tra cui proprio la Coppa Italia. Il primo ricordo che viene in mente? "Lo scatto dopo il gol liberatorio di Correa all’ultimo minuto, sotto la curva nord, tutti insieme. Mai più fatto uno sprint così in vita mia". Ora, però, le cose non sembrano andare allo stesso modo nella sponda biancoceleste di Roma: "Noi eravamo una famiglia, tutti amici. Per certi aspetti non credo sia più replicabile. Si era creata una magia difficile da raccontare. Io e Milinkovic giocavamo a memoria, Immobile segnava bendato, Leiva gestiva…e Radu me ne diceva di tutti i colori perché rientravo poco in difesa. Sentirci era quasi comico, mi insultava. Ma la verità è che mi sono divertito come un bambino". ADDIO E SARRI - L'addio alla Lazio arriva l'1 luglio 2024, direzione Al-Dulhail, sempre in Qatar. "È stato un lutto sportivo enorme, difficile da sopportare. Ci ho messo un po’ a elaborarlo". E anche il rapporto con Sarri è stato amore e odio. "All’inizio non ci potevamo vedere. Un paio di volte sono volati stracci, male parole, insulti vari. Ma il nostro rapporto è iniziato lì: io ho capito lui e lui ha capito me. Senza di lui non so dove sarebbe la squadra. È il valore aggiunto e meriterebbe un trofeo". LA CONTESTAZIONE - Direttamente dal Qatar, Luis Alberto continua a seguire la sua Lazio, anche nei momenti più difficili. "Giocare in uno stadio vuoto non è facile, il gioco ne risente. Meno male che in finale i tifosi ci saranno. Guardate noi, nel 2019-20: senza il Covid avremmo vinto lo scudetto, è sicuro. Poi con l’Olimpico vuoto si perse la magia. In finale? Se devo dire uno che può tirar fuori il colpo… dico il mio amico Pedro". FUTURO - A chiudere, l'intervista di Luis Alberto alla Gazzetta si conclude con uno sguardo al futuro. "La mia famiglia sta benissimo e non ci manca niente. Ma so che non manca molto alla fine. In futuro mi piacerebbe fare l’allenatore", rivela il numero 10. "Se la Lazio la chiamasse domani, tornerei?Non mi chiamano. Ma magari torno da mister", chiude ridendo. 
Lacrime, umiltà e un'eredità "impossibile": così Julian Schuster ha portato il Friburgo nella storia
Lacrime, umiltà e un'eredità "impossibile": così Julian Schuster ha portato il Friburgo nella storia
C'è un momento esatto in cui la tensione si scioglie, l'adrenalina cede il passo all'emozione e il calcio mostra il suo lato più umano. È successo al triplice fischio di Friburgo-Braga, semifinale di ritorno di Europa League. Dopo oltre novanta minuti di pura sofferenza sportiva - un 3-1 sofferto, nonostante la superiorità numerica durata per quasi tutto il match -, il prato dell'Europa-Park Stadion è stato invaso da un'onda anomala di tifosi in delirio. E in mezzo a quel mare di gente, abbracciato ai suoi sostenitori, c'era un uomo in lacrime: Julian Schuster. "Provo semplicemente una gioia immensa quando guardo i volti delle persone. È questo che prevale e che resterà per tutta l'eternità", ha sussurrato con la voce rotta dall'emozione. Ma per capire la portata del miracolo sportivo compiuto da questo allenatore di 41 anni, bisogna riavvolgere il nastro all'estate del 2024. Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da @_gianlucadimarzio.com_ L'EREDITÀ "IMPOSSIBILE" DI CHRISTIAN STREICH - Raccogliere un'eredità così pesante, in una piazza che viveva in simbiosi con il suo allenatore Christian Streich, sembrava una missione impossibile. L'opinione comune tra i dirigenti della Bundesliga era una sola: per il club della Foresta Nera sarà l'inizio della fine. La dirigenza, però, ha fatto la scelta più coraggiosa e romantica possibile: affidare la panchina a chi quel club lo conosceva come le sue tasche. Julian Schuster. Nel suo primo anno da Head Coach ha sfiorato clamorosamente la qualificazione in Champions League. Nel secondo, quello attuale, si è spinto oltre ogni limite dell'immaginazione: semifinale di Coppa di Germania e, soprattutto, la prima, storica finale europea del club. IL "COMUNICATORE BRUTALE" CHE MANGIA MUESLI - Ma chi è davvero Julian Schuster? Prima di indossare l'abito da allenatore, è stato l'anima del Friburgo in campo: 242 presenze, leader silenzioso e capitano di lungo corso, scelto proprio da Streich nel 2012. Mediano difensivo, all'occorrenza libero, sopperiva ai limiti fisici con un'intelligenza rara. "Come giocatore non sono mai stato veloce e non sono mai stato forte", ha ammesso tempo fa. "L'analisi tattica era il mio modo per essere migliore degli altri". Il suo ex compagno di squadra Nils Petersen ha raccontato un aneddoto che spiega tutto: "Era chiaro come il sole che un giorno 'Schusti' sarebbe diventato un allenatore. I suoi discorsi nello spogliatoio erano incredibilmente chiari e motivanti. Quando parlava lui, lo spogliatoio calava nel silenzio totale. Come giocatore, era l'estensione del braccio di un allenatore più lunga che abbia mai visto". A Friburgo lo amano al punto che, ancora oggi, i tifosi gli dedicano lo stesso coro di quando era un giocatore. Un coro ironico fa riferimento al suo mangiare muesli a colazione e all'andare a letto presto la sera. "Ho fatto pace con quella canzone", ha scherzato lui recentemente. Visualizza questo post su Instagram Un post condiviso da SC Freiburg (@scfreiburg) IL SEGRETO DEL SUCCESSO: LA NORMALITÀ - Il vero segreto del Friburgo di Schuster è la normalità del suo condottiero. Il pregio migliore di Schuster è l'umiltà. Niente urla sguaiate ai giocatori, nessuna polemica con gli arbitri, zero lamentele per le condizioni del campo o per il calendario. È un uomo che ama il suo lavoro e rispetta chi lo circonda, tanto da fermarsi sempre dopo ogni conferenza stampa per un extra-time con i giornalisti, rispondendo a ogni domanda con estrema educazione e pazienza. Preferisce il lavoro sul campo, la tattica e, soprattutto, il legame con la sua gente. Ora lo aspetta l'ultimo ostacolo, il più grande: la finale di Istanbul. "La cosa più importante, in questi momenti di trionfo, è sapere esattamente chi sei", parola di Julian Schuster.
I miracoli di Kinský aiutano il Tottenham contro il Leeds: Spurs a più 2 sulla zona retrocessione
I miracoli di Kinský aiutano il Tottenham contro il Leeds: Spurs a più 2 sulla zona retrocessione
Non tutti gli eroi indossano un mantello e in casa Tottenham lo sanno bene. Nell'ultimo turno di campionato contro il Leeds, gli Spurs hanno riscoperto tutta la qualità di Antonín Kinský, il portiere che lo scorso 10 marzo, nell'andata degli ottavi di finale di Champions League contro l'Atletico Madrid, subì 3 gol in poco più di un quarto d'ora e fu sostituito al 17' del primo tempo da Igor Tudor.  Uno smacco, se così si può definire, che ha aiutato il portiere della Repubblica Ceca ad alzare l'asticella. Ieri, 11 maggio, il Tottenham ha pareggiato 1-1 contro il Leeds, ottenendo un punto d'oro nella corsa salvezza. Chi è stato votato MVP della partita? Proprio Kinský, che ha mantenuto in vita i suoi con due parate incredibili al 20' su Rodon e al 98' su un gran tiro di Longstaff. Una serata magica per il classe 2003 che, complice l'infortunio di Vicario, si è ritagliato il suo spazio.  LE PROTESTE - Non sono mancate le proteste del Tottenham al termine della partita. Gli Spurs - unica squadra a non aver ricevuto un rigore a favore in questa Premier League - si sono lamentati per un penalty non fischiato al 100' per un fallo su Maddison. Nel post partita, De Zerbi si è espresso così sugli arbitri: "Non erano sereni oggi, forse hanno subito la pressione degli episodi riguardanti il VAR nella partita tra Arsenal e West Ham" (al 95' è stato annullato il gol dell'1-1 agli Hammers dopo la revisione della sala VAR).  Per l'allenatore, il risultato non è stato condizionato dalla direzione di gara. "Abbiamo sofferto la loro pressione per la loro velocità con la palla e la disposizione in campo. Non abbiamo giocato con calma, siamo stati frenetici". I CALENDARI A CONFRONTO - In Premier League manca un ultimo verdetto per la questione retrocessione. Wolves e Burnley hanno già salutato il massimo campionato, scendendo in Championship. Resta da capire chi tra Tottenham e West Ham retrocederà nella Serie B inglese, con i giochi tra Spurs e Hammers ancora del tutto aperti. Mancano solo 2 giornate al termine della stagione, nelle quali la squadra di Roberto De Zerbi affronterà il Chelsea in trasferta e l'Everton al Tottenham Hotspur Stadium. Il West Ham, invece, è atteso dalle gare contro Newcastle e Leeds. 
Galatasaray, quarto scudetto di fila: Osimhen e non solo, i segreti della vittoria
Galatasaray, quarto scudetto di fila: Osimhen e non solo, i segreti della vittoria
La Süper Lig 2025/2026 è stata una delle più tese e calde degli ultimi anni. La parola fine l’ha messa il Galatasaray, che grazie al successo contro l’Antalyaspor per 4-2, ha vinto il quarto titolo consecutivo, il ventiseiesimo della sua storia. I rivali di sempre del Fenerbahce si sono dovuti arrendere alla penultima giornata, dopo un duello ad altissima intensità fuori e dentro dal campo. A fare la differenza è stato il derby di qualche settimana fa, vinto per 3-0 dai giallorossi. La tensione è stata massima e un episodio lo conferma: all'intervallo della partita decisiva, sul risultato di 1-0, il Galatasaray ha diffuso una nota molto dura: "Nonostante questi arbitri, siamo in vantaggio per 1-0. Vediamo cosa state facendo, i vostri piani, la malvagità che avete dentro". Il club turco ha proseguito: "Questo ordine delle cose non continuerà così. Siamo qui, non taceremo! Alla fine, di nuovo, i buoni vinceranno!". Questa conclusione racconta di una disputa tra i due club che si è protratta per tutta la stagione. Polemiche arbitrali, sfottò social e una vera e propria guerra psicologica. Alla fine, come ironicamente raccontato in un video sul profilo Instagram del Galatasaray, è stato il "leone" a sconfiggere il "canarino".  GALATASARAY: LA CONTINUITÀ CON LA MANO DI OKAN BURUK - Il Galatasaray da qualche anno sta alzando il suo livello e lo sta portando ad una dimensione europea. I quattro titoli consecutivi della squadra della capitale portano la firma di Okan Buruk, ex giocatore profondamente legato all’ambiente giallorosso. L’allenatore ha costruito una squadra aggressiva, che mette al centro del suo calcio il pressing alto e la verticalizzazione immediata. Il suo 4-2-3-1 punta sulla freschezza delle ali e sulla ricerca costante del cross per Victor Osimhen o per Mauro Icardi. I due in molte occasioni hanno anche giocato insieme, diventando un'arma letale per le difese avversarie. Oltre al talento delle sue stelle, il Galatasaray di Buruk ha avuto il merito di diventare riconoscibile con una struttura organizzata e chiara. In campionato sono arrivate 24 vittorie, 4 pareggi e 5 sconfitte. La squadra ha quasi chiuso il discorso nello scontro diretto contro il Fenerbache del 26 aprile, per poi complicarsi la vita perdendo per 4-1 a casa del Samsunspor. Sangue freddo e lucidità, però, hanno permesso di ottenere la matematica vittoria al Rams Park contro l’Antalyaspor nel turno successivo. Decisivo, neanche a dirlo, Osimhen, autore di una doppietta. Proprio lo stadio casalingo, un vero e proprio inferno, è stato un altro fattore determinante. 43 punti ottenuti in 17 partite, con 13 vittorie e 4 pareggi. Anche da questo punto di vista il club è cresciuto, ritrovando l’atmosfera di un tempo, puntando su luci, coreografie e video motivazionali. A farne le spese in Champions League sono state tra le altre anche Juventus e Liverpool, sconfitte rispettivamente per 4-1 e 1-0.  LE STELLE: OSIMHEN MA NON SOLO - Ad avvicinare il Galatasaray ad una dimensione europea negli ultimi anni è stato il mercato. Tanti investimenti e un messaggio chiaro: il campionato turco non è più terra per giocatori a fine carriera, ma può accogliere anche calciatori nel pieno della loro maturità. Da Osimhen a Icardi, a Sanè e Torreira, fino ad arrivare a Davinson Sanchez, Lang, Lemina e Gündogan. Allo stesso tempo nella rosa sono presenti anche 19 turchi, con alcune certezze della nazionale di Montella come Akgün, Yilmaz e Çakir. Un mix che ha portato al successo. Il brand internazionale del club è cresciuto, la squadra ha assunto un modo di giocare più adatto al calcio europeo, ma l’identità turca è stata preservata. La stampa locale racconta di un Galatasaray paragonabile a quello del ciclo di Fatih Terim, che nel 1999/2000 trionfó in Coppa UEFA contro l’Arsenal. I giallorossi hanno faticato per anni a ritrovare una competitività credibile a certi livelli, ma il percorso in Champions League di questa stagione testimonia un salto di qualità. Il grande simbolo della squadra è Victor Osimhen, considerato un supereroe in Turchia. Okan Buruk lo ha definito il “Nostro Mbappé”. Leader emotivo, dominante dal punto di vista fisico e prolifico: per lui 15 gol e 5 assist in 22 partite di campionato e un totale di 59 reti e 16 assist in 74 presenze in maglia Galatasaray. Semplicemente decisivo. Tra i leader c’è anche Mauro Icardi: “Durante questi 4 anni ho sentito di tutto. Che fossi grasso, magro, esausto, ferito, fuori forma o semplicemente non lo stesso. Forse hanno ragione. Ma i numeri e i titoli parlano da soli. Andate a vederli”, ha raccontato l’attaccante ex Inter sui social. Quarto titolo per lui e 14 gol in 30 partite. Meno impattanti le altre stelle Sané e Gündogan, ma comunque protagoniste. La dinastia del Galatasaray prosegue: il quarto titolo consecutivo è arrivato, ora la voglia è quella di fare uno step in più nella prossima Champions League: “Il Galatasaray è grande, ma lo renderemo ancora più grande”’ parola di Mauro Icardi.
IntervistaCome Guanaes e il suo Mirassol hanno "rotto" il calcio brasiliano: "Ci siamo guadagnati il rispetto di tutti"
Come Guanaes e il suo Mirassol hanno "rotto" il calcio brasiliano: "Ci siamo guadagnati il rispetto di tutti"
Immaginate di essere tifosi della squadra della vostra regione, la più piccola dello stato di San Paolo. Giocate in Serie D, ma avete un fenomeno in squadra. Ora immaginate che, grazie alla sua cessione, la società riesca a costruire un centro sportivo all'avanguardia, trasformandosi ufficialmente nella culla dei migliori giovani talenti del Paese. Smettete di immaginare: questa squadra esiste, è il Mirassol, e la sua non è una favola, ma un progetto. Si tratta di una piccola realtà brasiliana che è riuscita a scalare le gerarchie del calcio sudamericano, passando dalla Serie D alla Libertadores a seguito di un processo durato quasi dieci anni. L'architetto di quest'ultimo capitolo è Rafael Guanaes. L'allenatore, che al primo anno nella massima competizione continentale ha portato il club fino a uno storico quarto posto, ha raccontato l'impresa a gianlucadimarzio.com Dalle neuroscienze all’uso ossessivo dei GPS, fino al monitoraggio del sonno: Guanaes è la mente analitica dietro il successo del Mirassol. Ma per capire il presente, bisogna fare un passo indietro. "È stato un incastro perfetto," esordisce Guanaes. "Il Mirassol cercava un allenatore che rispettasse un’identità precisa: possesso palla, pressing alto e aggressività. Non avevo esperienza a questo livello, ma il club ha avuto il coraggio di scommettere sul mio profilo. Tra me e la società c’è stata sintonia immediata: è stata una storia bellissima sin dall’inizio." "Qui non ci sono le pressioni delle grandi piazze," spiega l'allenatore. "Spesso i tifosi dei grandi club guardano solo il risultato, creando problemi ai giocatori. Al Mirassol non accade. Abbiamo rotto molti paradigmi: siamo piccoli, ma giochiamo a viso aperto contro chiunque. Oggi nessuno ci considera più soltanto 'una piccola squadra'; ci siamo guadagnati il rispetto di tutti." QUESTIONE DI DNA - Per scalare le gerarchie del calcio brasiliano e centrare un quarto posto al debutto, non basta la tattica: serve che ogni giocatore senta propria la maglia che indossa. Guanaes è convinto che il segreto del Mirassol risieda nella consapevolezza delle proprie radici. " I giocatori devono conoscere la storia di questo club, dai campionati minori fino alla Serie A. Il Mirassol è una famiglia dove l'aspetto umano è tutto. Lavoriamo sulla mentalità: dobbiamo giocare costantemente al limite delle nostre forze." Ma la sopravvivenza nel calcio d'élite non passa solo dal cuore; serve un'idea di gioco che resti nel tempo. L'obiettivo di Guanaes non è solo vincere le partite, ma cambiare la percezione stessa del club, lasciando un'eredità che vada oltre la sua gestione. " Il mio obiettivo è lasciare un'impronta, un'identità chiara che rimanga nel cuore dei tifosi e nella cultura della dirigenza. Pratichiamo un possesso palla intelligente, fatto di coraggio e intensità, cercando di impressionare l'avversario a prescindere dal suo blasone. Abbiamo rotto il paradigma della 'piccola squadra' che si difende e basta: il vero legato del mio Mirassol sarà questa mentalità propositiva." ALLENATORE ARTIGIANO - Nello studio di Guanaes i poster di Guardiola, Klopp e Luis Enrique non sono trofei, ma mappe da studiare. Tuttavia, l'allenatore del Mirassol sa che "copiare" non basta: bisogna saper adattare la teoria alla materia prima a disposizione. È qui che nasce la sua definizione di calcio artigianale. "Il lavoro dell’allenatore è quello di un artigiano delle idee. Guardo a Guardiola per il possesso, ma il calcio sta cambiando e oggi serve molta più verticalità. Nel contesto del Mirassol non posso permettermi un possesso fine a se stesso: devo aggredire, finalizzare, sfruttare al massimo le caratteristiche dei miei ragazzi. Non seguo un solo modello, cerco di creare la mia filosofia migliorando me stesso e la squadra ogni giorno." "I dati sono fondamentali, ma io confido molto nei miei occhi. Non guardo mai solo il risultato, ma analizzo se abbiamo fatto ciò che avevamo preparato. Ho uno staff che mi aiuta a studiare ogni dimensione: dai GPS alle statistiche, fino alla qualità del sonno dei giocatori. La tecnologia ci prepara, ma è l'occhio che mi permette di fare la scelta migliore." IL FASCINO DELLA LIBERTADORES - La stagione del Mirassol vive di un dualismo affascinante: da una parte l’atmosfera magica della Libertadores, dall'altra la lotta serrata per risalire la classifica in campionato. "Ci aspettano due sfide durissime in altitudine" ammette Guanaes guardando al cammino continentale. "Siamo vicini alla qualificazione, ci manca solo un punto. Finora abbiamo sfruttato al meglio il fattore campo con tre vittorie convincenti, ma ora dobbiamo restare concentrati. Non sentiamo la pressione del risultato a ogni costo: vogliamo solo spingerci fin dove ci è possibile, giocando il nostro calcio." "In campionato stiamo vivendo un buon momento. La sfida contro il Lanús ci ha restituito intensità, fiducia e identità. Maggio è un mese decisivo: tra coppa e campionato abbiamo l'opportunità di uscire dalla zona calda. Sono convinto che, sfruttando le partite in casa e mantenendo questo livello di gioco, a fine mese saremo fuori dalle zone basse, pronti a continuare a scrivere la nostra storia nel Brasileirão." IL TOCCO DEL DESTINO - Mentre il Mirassol continua a stupire il Sudamerica, Guanaes non dimentica la strada percorsa. Quando gli si chiede cosa direbbe al se stesso quindicenne, la risposta è un misto di gratitudine e incredulità. "Ci pensavo proprio prima dell'ultima partita. Ero un tifoso, andavo allo stadio a vedere la Libertadores ma una volta comprai un biglietto che si rivelò essere falso. Provai a entrare da ogni porta, senza riuscirci. Ieri ero lì, ad allenare in quella stessa competizione. È un sogno che sto realizzando, sto cercando di essere la mia versione migliore. Al Rafael del passato direi di continuare a crederci: lavorando sodo si possono raggiungere cose immense." Oggi però, quel ragazzo rimasto fuori dai cancelli non ha più bisogno di biglietti. Rafael la Libertadores la vive dall'interno, dettando i tempi, studiando la scienza applicata al campo e sfidando i colossi del continente. Perché a volte, per entrare nella storia, non serve un titolo d'ingresso: serve il coraggio di sognare una strada che ancora non esiste. E Rafael Guanaes, quella strada, la sta tracciando un passaggio alla volta.
Walter Mazzarri torna in Grecia: attesa domani la firma con l'Iraklis
Walter Mazzarri torna in Grecia: attesa domani la firma con l'Iraklis
Walter Mazzarri si prepara, salvo sorprese, alla sua nuova avventura sulla panchina dell'Iraklis. L'allenatore viaggerà nella mattinata di oggi, 12 maggio, in Grecia e sono attese nella giornata di domani le firme con il club. Come vi abbiamo raccontato, l'ex Napoli e la squadra ellenica sono già stati vicini. Nelle scorse settimane, Mazzarri era volato in Grecia per guidare l'Iraklis ma la trattativa era saltata.  Ora, l'esperto allenatore si prepara per una nuova avventura a distanza di 2 anni dall'ultima esperienza in panchina, ossia alla guida del Napoli. Mazzarri è ora pronto per l'Iraklis, club promosso nella massima serie greca. Lo scorso 22 marzo, la squadra di Salonicco ha battuto 3-1 l'Anagennisi Karditsas, chiudendo così al primo posto il Championship Round della Super League 2.
Maresca: "Sono pronto a tornare. Futuro al City? Vedremo"
Maresca: "Sono pronto a tornare. Futuro al City? Vedremo"
Maresca è pronto a tornare in panchina. Questo il messaggio dell'allenatore a margine della terza edizione del Premio Gianni Di Marzio: "Mi sento pronto per il prossimo capitolo - ha detto a Sky Sport - è la cosa più importante. Futuro al Manchester City? Ciò che conta, a prescindere dal club, è essere pronto. Ci sono poche settimane prima della fine della stagione, poi vedremo cosa succede". IL PASSATO CON PEP - Maresca è già stato in passato al Manchester City, al fianco di Pep Guardiola: "È stata un'esperienza fondamentale: mi ha trasmesso il metodo. Lavorando con Pep ho avuto la fortuna di vedere come lavorare. Una cosa che risalta poca è la cultura del lavoro. Dimostra la passione che ha per il suo lavoro".
Ultime notizie di calciomercato
© gianlucadimarzio.com di proprietà di G.D.M. Comunication S.r.l. - P.IVA 08591160968
Direttore responsabile delle testate e amministratore per GDM Comunication Gianluca Di Marzio