Consapevolezze – Frey: “In viaggio con la vita”
Ho scoperto che la vita è un viaggio in cui ciò che sei non è ciò che eri o sarai. Siamo esseri in continua trasformazione e cambiamento. Ogni giorno conosciamo nuove parti di noi stessi, diventando persone più consapevoli. E, spesso, questo accade quando attraversiamo momenti di sofferenza. Nell’accettarli prima e affrontarli dopo, troviamo nuove risposte, prospettive e modi d’essere. Scopriamo chi siamo. E la vita me l’ha insegnato.
Ho attraversato tre profonde fasi di dolore. Una fisica, una psicologica, una che ha coinvolto la mia persona nella sua totalità. Ma oggi, se mi riguardo indietro e ripenso a quelle difficoltà, lo faccio con il sorriso. Il sorriso di chi ha saputo soffrire, di chi è stato male e ha saputo rialzarsi, di chi è orgoglioso dell’uomo che è diventato. Oggi vi parlo da casa mia. Vi parlo dalla stanza che racconta la mia storia. Contiene tutti quei giocattoli che da piccolo la mia famiglia non poteva permettersi di prendermi. Custodisce le immagini che ho costruito con due guanti e un pallone. E ora vi farò entrare nella mia camera dei ricordi.
IMPARARE A CAMMINARE – Se chiudo gli occhi ricordo ancora l’odore dei guanti che usava mio padre. Erano nel mio destino. Papà faceva il calciatore, è arrivato in B francese. A pensarci, la nostra è una vera e propria dinastia. Nonno è stato in Nazionale, mio fratello e mio figlio hanno raggiunto la Serie A. E poi c’è la mia storia. È iniziato tutto nel quartiere popolare dove vivevamo. La mia non era una famiglia benestante. I miei genitori non potevano permettersi di regalarci giochi, ma non mi hanno fatto mancare nulla. Ho avuto un’infanzia bellissima senza avere niente. E mamma e papà mi hanno insegnato il significato dell’umiltà e del lavoro. Solo anni dopo ho compreso quanti sacrifici hanno fatto per noi, ho saputo del rischio di sfratto, ho apprezzato la grandezza dei loro valori. A loro sono grato.
Avevo solo dieci anni quando ho dovuto lasciare casa, famiglia, amici. Mi voleva il Cannes, ma era lontano da casa. “Seba, ti devi trasferire dai nonni, non puoi restare qui”. Mamma e papà non potevano portarmi. È stato traumatico. Passavo le sere a piangere. Ricordo che mia nonna staccava il telefono per non farmi chiamare i miei genitori ed evitare il rischio che potessi andarmene. Devo ringraziare lei e mio nonno se ce l’ho fatta. A nonno, anni dopo, avevo giurato che gli avrei regalato la maglia della mia prima convocazione in Nazionale. È morto un anno prima della mia chiamata con la Francia. Ma la promessa l’ho mantenuta: ho fatto mettere la divisa nella sua tomba. Glielo avevo promesso.
IL PRIMO DOLORE E IL BUDDISMO – Il mio viaggio è proseguito. A 16 anni si è presentata la Juventus. Sono andato a Torino con il mio procuratore e mio padre sono andato a Torino per vedere le strutture bianconere e parlare con Moggi e Bettega. Un universo a me sconosciuto. Ero nel parcheggio e vedevo passare davanti a me giocatori come Zidane e Del Piero. Ricordo le Fiat Barchetta cabrio, quanto erano belle. Alla fine, però, ho rifiutato. Non mi sentivo pronto. A soli 16 anni avevo paura di bruciarmi. Un anno dopo è arrivata l’Inter, ho accettato. Mi sono ritrovato con campioni come Ronaldo e Baggio. Il Fenomeno era speciale, il più forte di tutti. Ed era una persona incredibile. Generoso e disponibile con tutti. Pensate che per Natale aveva fatto arrivare a tutta la squadra l’ultimo orologio della Nike, rarissimo al tempo.
Stagione dopo stagione sono arrivato alla Fiorentina, l’amore della mia vita. Firenze è stata la casa a cui ho affidato tante parti di me. È stato il luogo che mi ha visto diventare uomo, in cui ho conosciuto la sofferenza, in cui mi sono riscoperto. Lì, ho incontrato il mio primo grande momento di dolore. Era il 10 gennaio 2006. Coppa Italia, giocavamo contro la Juve. Quella partita non dovevo neanche giocarla. A causa di una lite tra il secondo portiere e il preparatore, sono sceso in campo io. È arrivata quell’azione. Mi sono scontrato con Zalayeta. Buio. Ho sentito il mio ginocchio esplodere. In un istante la mia carriera era cambiata per sempre. Avrei perso il Mondiale. Ho fatto i primi esami: “Seba, forse non giocherai mai più”. “Io tornerò”. Volevo tornare in campo. Dovevo tornare in campo. Il primo mese è stato durissimo. Ho fatto di tutto per recuperare. Mi allenavo quattro volte al giorno. Il dolore era asfissiante. Le tempistiche per il rientro erano tra i sedici e i diciotto mesi: me ne sono bastati sei. Ma quando ho iniziato il ritiro estivo, percepivo sensazioni strane. Avevo un ginocchio nuovo, non mi sentivo sicuro. Avevo perso tranquillità. Ho deciso di chiamare Roby (Baggio). “Ciao Seba, mi aspettavo la tua chiamata”. Mi ha introdotto al Buddismo e mi ha cambiato la vita. Il Buddismo mi ha permesso di canalizzare le mie emozioni, l’approccio al calcio, la gestione dello stress, relativizzare ciò che mi accade.
IL SECONDO DOLORE E LA TERAPIA – E poi è arrivato la seconda grande sofferenza. Un altro infortunio al ginocchio. Meno grave del primo, ma psicologicamente mi ha devastato. Non avevo ancora trent’anni, stavo attraversando un periodo di profonda difficoltà. Stavo divorziando con la mia ex moglie. Vedete, sono situazioni in cui la tua intera vita entra in discussione. Ciò che pensavi sarebbe durato perfetto, svanisce. Stavo male. E durante un allenamento il crociato si è lesionato. Tutto si è spento. Vivevo in un appartamento grande, riempito dall’affetto e le voci dei figli e dei cani. I rumori di una famiglia. All’improvviso tutto era vuoto e silenzioso. Rientravo la sera ed ero solo. Ero sempre stato un giocatore di personalità, un leader… in quel momento no, tutte le mie certezze e sicurezze erano sparite.
Isolato, senza la famiglia, un infortunio da gestire e un senso di fallimento che mi distruggeva. Era tutto troppo pesante per me. Sono caduto in depressione. Il mondo mi è crollato addosso. La notte non dormivo, i pensieri correvano nella mia testa. Ho deciso di chiedere aiuto e andare in terapia. Non è stata una decisione semplice. Al tempo la salute mentale era un tema ancora molto distante dal mondo del calcio. Non ne ho parlato con nessuno, temevo potesse spargersi la voce. Il percorso con lo psicologo mi ha cambiato tanto. Ho accettato quanto mi stava accadendo e i limiti che potevo avere e piano piano sono stato in grado di cambiare pagina. Mi sono dato una seconda possibilità. La possibilità di tornare a stare bene. E lo dico a tutti: non abbiate paura a chiedere aiuto.
IL TERZO DOLORE E LA VITA – A Firenze poi ho detto addio, anche se non avrei mai voluto farlo. Ero nella città che amavo, ero capitano, giocavo in Champions… ma è stata una scelta obbligata. Nel 2015, dopo le esperienze con Genoa e Bursaspor, ho deciso di smettere. Era il momento giusto per farlo, non mi sono mai pentito della mia decisione. E, anche dopo l’addio al calcio, la vita mi ha presentato nuove difficoltà da affrontare. Prima con il 14 luglio 2016. Era tutto organizzato: appena tornato da un viaggio in Italia sarei andato con amici in centro a Nizza per la Festa Nazionale. A causa di un ritardo aereo, avevo deciso di fare ritorno a casa. Ricordo che a un certo punto avevo infiniti messaggi e chiamate sul telefono. “Seba stai bene?”, “Seba dove sei?”. Appena ho acceso la tele e sono uscito sul balcone ho capito: c’era stato un attentato. Lì, nella mia città, in quella via che avevo attraversato pochi giorni prima. Per mesi non ci sono più tornato. Mi sentivo violato. Il destino mi ha salvato.
E poi c’è stata la malattia. È iniziato tutto con una febbre alta che non passava e le convulsioni. Poi sono andato al pronto soccorso. Se ci ripenso, ancora sento quei brividi che mi correvano per tutto il corpo. Non smettevo di sudare. Mi hanno trattenuto in ospedale: “Hai un problema serio, ma non abbiamo capito cosa sia”. Pensavano fosse la meningite, mi hanno messo in isolamento in terapia intensiva. Ero spaventato e senza forze: era una malattia autoimmune. Dopo giorni sono tornato a casa, ero contento. Ma il peggio doveva ancora arrivare. La mattina successiva mi sono svegliato e non riuscivo più a muovere alcuna parte del corpo esclusa la testa. “Cosa mi sta succedendo?”. Avevo paura. Ho richiamato il dottore, avevo dolori atroci. “Devi sperare che il virus non prenda la direzione del cervello, potresti morire. Goditi quello che hai”. Non riuscivo neanche a stare in piedi, era umiliante. Era davvero la fine di tutto? Ho chiamato il notaio per fare un testamento. “Se vengo a mancare, dallo a mia moglie”. Per fortuna è rimasto sigillato. Ci ho messo del tempo, ma mi sono ripreso. E ora, guardandomi indietro, capisco che anche quel momento così impegnativo mi è servito. Mi ha fatto scoprire una parte nuova di me, più sensibile e aperta all’altro e al mondo. Ho imparato a emozionarmi più facilmente, ad apprezzare le piccole cose, a toccare con più cura il senso della vita. Il dottore aveva ragione: godiamoci ciò che abbiamo. E oggi io sono grato. Grato alla (mia) vita.