Consapevolezze – Zanoli: “Diventare uomo”
“Alessandro, sei diventato un uomo. Non pensavo che saresti riuscito ad affrontare con tale maturità questo infortunio. Sono orgoglioso di te”. È passata qualche settimana da quando papà mi ha detto quelle parole. Ci ripenso spesso, me le ripeto in testa. È stato bello sentirle. È stato bello perché a dirle è stato mio padre. Ed è stato bello perché, riflettendoci, ha ragione. Sono passati ormai tre mesi da quel 26 gennaio in cui il mio crociato si è rotto. Sono stati mesi pesanti. Il calcio mi manca come l’aria. Ma anche io, come papà, non mi aspettavo di essere in grado di affrontare in questo modo l’infortunio. Sono fiero della persona che sono.
Non sono sempre stato così. Sono figlio delle mie esperienze. Anche, o forse soprattutto, di quelle dolorose. Sono figlio della solitudine provata a 17 anni quando ho lasciato casa per andare a Napoli, del malessere mentale vissuto nei continui prestiti degli anni scorsi. Sono figlio della frustrazione che mi ha travolto quando ho saputo l’esito della risonanza dopo la partita contro l’Hellas Verona. Tutto questo mi ha reso l’uomo che sono. E ora scrivo questa lettera per parlarvi del mio viaggio e di quei lati più nascosti della vita di un calciatore che spesso non si raccontano. Di cosa significhi lottare con un dolore che non è solo fisico, di cosa implichi convivere con un infortunio così lungo, della famiglia dell’Udinese e del mio obiettivo di tornare in campo. Sono qui per raccontarvi chi è Alessandro. La persona, non solo il giocatore.
ALESSANDRO, PENSACI - La mia passione per questo sport la devo a mio padre e a mio fratello. Ricordo quando giocavamo nel giardino dei nonni. Ho iniziato presto. Il calcio mi piaceva. Anche se mia mamma mi raccontava che da piccolo durante gli allenamenti tendevo a stare da solo. Non amavo stare con gli altri. Ero fatto così. Giorno dopo giorno, il pallone è diventato il compagno delle mie giornate. Con i miei amici scavalcavo il cancello della scuola per utilizzare il campetto. Ci passavamo le ore. Poi ci sono stati gli anni a Carpi. Lì c’è stata la prima sliding door della mia vita. Giocavo poco. Negli Allievi Nazionali avevo iniziato la stagione con una mancata convocazione e una panchina. “Io smetto, non mi diverto”. “Alessandro, pensaci bene. Non mollare. Poi non torni più indietro”, mi ripetevano mio papà e mio fratello. Li ho ascoltati, per fortuna. Poche partite dopo, ho iniziato a giocare. Fino alla chiamata del Napoli.
Avevo 17 anni quando ho lasciato casa. Era la prima volta. Ho sofferto tanto quella distanza. Non avevo più la mia famiglia e i miei amici, mi mancavano. Non avevo mai vissuto quella sensazione. Ho pianto tanto durante le prime settimane quando, solo in camera, pensavo a loro. Ogni volta che andavo a trovarli, non volevo più tornare a Napoli. Stavo facendo tanti sacrifici per rincorrere quel mio sogno. Ma non avevo la certezza che un giorno lo avrei realizzato. Questa incertezza mi faceva male. Sono stato più forte.
BUIO – Quel sogno l’ho realizzato. Sono diventato un calciatore professionista e di questo sport ho conosciuto la sua luce e il suo buio. Sono passato da fare un ritiro con il Napoli in cui ero sicuro partente a rimanere e fare più di 10 presenze in A in stagione. Ho avuto la fortuna di vivere i primi sei mesi di quella che sarebbe stata poi l’annata dello Scudetto e il calore di una piazza come quella della Samp. Ma ho anche conosciuto il malessere a cui il pallone ti espone e che spesso da fuori non si vede. È iniziato tutto dopo l’esperienza a Genova. Sono tornato a Napoli con la volontà di restarci per poche settimane. Avevo bisogno di giocare ed essere in un contesto che potesse darmi fiducia e continuità e lì non era possibile.
Era agosto. “Alessandro, ti vuole lo Sporting”. Quasi non ci credevo. Un’opportunità unica. Era tutto fatto, volevo andare a Lisbona. “Tu non ti muovi, resti qua”. Il Napoli non mi voleva cedre. Un “no” continuo a tutte le offerte. Il mercato era finito. Un velo oscuro ha iniziato a bussare alla mia porta. Ero rimasto a Napoli, ma la mia testa era altrove. Avevo perso serenità, non ero più felice. Ero triste e senza motivazione. La mattina mi svegliavo ed ero sempre nervoso, mi allenavo male. Non mi riconoscevo più. La depressione era entrata nella mia vita. E mi ha accompagnato per mesi. Anche nella seconda parte di stagione quando, dopo il mancato trasferimento al Genoa, sono andato a Salerno. Avevo cambiato maglia, ma non stavo bene. Ciò che avevo vissuto mi aveva segnato. In campo non ero io. Ero un giocatore diverso, un ragazzo diverso. Non riuscivo a esprimermi, giocavo male, la squadra non andava bene. Era tutto buio.
RINASCERE - È stata una battaglia dura da combattere. Nessuno ti insegna ad affrontare quei momenti. Mi sono rivolto a un mental coach, mi è servito per sfogarmi. Ma, alla fine, ne sono uscito da solo con l’aiuto della mia famiglia. E attraversare quel dolore mi ha permesso di vivere con maggior consapevolezza ciò che è arrivato nei mesi successivi. Prima nell’esperienza al Genoa. Una stagione bellissima per me e per la squadra. Ero sicuro di rimanere e di essere riscattato. Pensavo di aver trovato un posto in cui poter avere stabilità e continuità, lasciando alle spalle quell’incertezza propria dei prestiti. È andata diversamente. Il riscatto non è arrivato e sono tornato a Napoli senza conoscere il mio futuro, una volta ancora.
Ho iniziato il ritiro con il Napoli, Conte mi voleva vedere. “Va bene, ma io voglio andare a giocare”. I giorni passavano, io ero sempre lì. A metà agosto la situazione sembrava essersi risolta. Il Napoli stava per prendere Juanlu, il mio passaggio al Bologna era fatto. Stavo per partire per le visite mediche. Poi Lukaku si è fatto male, i soldi che dovevano usare per il terzino li hanno utilizzati per l’attaccante. Negli ultimi giorni di mercato è arrivata l’Udinese. Non volevano cedermi. Sono andato a parlare con Conte. “Fino a quando non arriva un terzino non ti muovi, mi servi”. “Voglio andare via. Voglio andare a giocare. Sono troppi anni che sono in questa situazione, ho bisogno di cambiare”. “Va bene, cercherò di aiutarti e parlerò con la società”. All’ultimo giorno di mercato si è chiusa la trattativa. Non mi sembrava vero, finalmente sarei stato in una squadra che aveva creduto in me. Senza prestiti, incertezze, dubbi. Lo sentivo, Udine era il mio posto.
26 GENNAIO – A Udine mi sono sentito a casa. Una sensazione a cui non ero più abituato. Tutto stava andando bene. Sentivo la fiducia di tutti, avevo trovato continuità. Era il momento migliore della mia carriera. Poi è arrivato il 26 gennaio 2026. Chiudo gli occhi, torno a quel momento. Un cambio di direzione normale, il ginocchio fa un rumore strano. Devo tornare a difendere, non ho tempo per fermarmi. Continuo a giocare. Nel secondo tempo segno il mio primo gol con la maglia bianconera. Pure un gran gol, probabilmente perché avevo il ginocchio rotto. La notte sono un po’ preoccupato, ma penso sia solo una distorsione. La mattina dopo non riesco a piegare la gamba, l’ecografia rileva del liquido. Passano 24 ore e faccio la risonanza. Torno a casa e aspetto. Sono le 20, suona il telefono. È il dottore del club: “Ale, ho brutte notizie. Ti sei rotto il crociato”. Mi crolla il mondo addosso. Buio. Mi sono rotto il crociato. È successo nel mio momento migliore. Stavo vivendo la mia rivincita. Dovrò stare lontano dal campo per sei mesi. È gennaio e la mia stagione è già finita. Perché ancora a me?
Riapro gli occhi. Sono passati tre mesi da quel giorno. È stato un periodo tosto. Mi sono voluto operare subito. Il 28 gennaio ero già a Villa Stuart. Poi è iniziato il mio percorso di riabilitazione. Le prime settimane sono state difficili. I pensieri correvano veloci nella mia testa. Erano opprimenti. Non potevo neanche muovermi. E per me che ero abituato ad allenarmi sempre, era straziante. Anche il rapporto con il cibo è stato difficile. Tengo molto al fisico e all’alimentazione, senza poter fare attività fisica ho dovuto trovare un equilibrio diverso per non ingrassare. All’improvviso mi sono ritrovato in una vita diversa, impensabile fino a poco tempo prima.
RESTARE IN PIEDI – Vedete, a volte non si pensa a ciò che significa vivere un infortunio come il mio. E no, non parlo solo del dolore fisico. Parlo delle implicazioni che comporta sul piano mentale e della tua quotidianità. Ti trovi costretto a convivere con variabili e parti di te prima sconosciute. Passi mesi solo con te stesso. Vai al centro sportivo, ma hai ritmi diversi rispetto alla squadra. Altri tempi, altri allenamenti, altri spazi. Ti cambi e poi devi prendere una strada diversa dagli altri. E la tua strada non va al campo. Ma devo dire grazie ai compagni e al club. Mi sono sempre stati vicini, facendomi sentire parte di loro. Sono fortunato a vivere il recupero in un club come l’Udinese. Per l’attenzione alla persona, al suo recupero e benessere. Un ambiente unico, familiare e raro.
Sto facendo qualsiasi cosa per tornare in campo. Di questo periodo ricorderò il sacrificio e il lavoro. E una consapevolezza diversa. Una consapevolezza nata e costruita negli anni passati e in questi ultimi tre mesi. Tre mesi che mi hanno permesso di conoscermi. Conoscermi un po’ di più. Un infortunio non cancella chi sei e quello che hai fatto, non cambia il valore di una persona. Anzi, lo aumenta. Sono esperienze che ti cambiano, ti rendono uomo. E ora posso dirlo: sono orgoglioso di me. Sono stato forte. Ho passato tanti momenti che mi hanno messo alla prova come calciatore e, soprattutto, come persona. Sono rimasto in piedi. Nella mia carriera calcistica non ho vissuto e ottenuto quello che meritavo. Chissà, magari il destino mi sorriderà. Ma ora sto lavorando per riprendermi ciò che la vita mi ha tolto. Lo farò con l’Udinese. Agosto è vicino. Manca poco, lo so. Sto per tornare. Lo prometto a voi, lo prometto a me.
Alessandro