Consapevolezze – Ferrer: “La mia perfetta imperfezione”

Consapevolezze – Ferrer: “La mia perfetta imperfezione”
mercoledì 15 aprile 2026, 13:10Consapevolezze
di Nicolò Franceschin
Dal sogno della Serie A all'addio al calcio dopo aver vissuto una lotta contro il cancro: la lettera di Salva Ferrer a Consapevolezze

Pensavo di essere perfetto. O meglio, pensavo di essere indistruttibile. Quando sei un calciatore professionista è facile sentirsi così. Avete presente Iron Man? Ecco, mi sentivo un po’ come lui. Mi sbagliavo. Perché la vita non puoi sempre controllarla. Perché non è giusto pensarsi esenti dalle sue infinite variabili. In pochi giorni sono passato da un campo di calcio a un lettino di ospedale. E quel lettino di ospedale ha assunto poi la forma del divano di casa. Lì, sdraiato e senza forze passavo i giorni dopo la chemioterapia.

Ricordo quei momenti. Interminabili, bui. Vedete, il cancro è una malattia diversa dalle altre. È un ospite che ti bussa alla porta e ti entra dentro senza chiedere il permesso. Lo fa senza avvisarti e all’improvviso fa parte di te. Ti colpisce. Ti sfinisce. Ti svuota. E anche quando lo sconfiggi, in qualche modo non ti abbandona del tutto. Per mesi resta la paura che possa tornare. Restano gli effetti delle terapie. Resta un corpo profondamente cambiato e privo di energie. Resta un’anima segnata. Ma resta anche l’orgoglio per averlo accettato e affrontato. L’orgoglio per il coraggio e il rispetto verso sé stessi. E io sono orgoglio di me. Sono orgoglioso di Salva.

CARO CALCIO – Caro calcio, questa è una lettera che scrivo per te. Per te e, soprattutto, per me stesso. Ne sono passati di anni da quando ci siamo conosciuti, vero? Ero un bambino, non ci siamo più lasciati. Ti ho portato sempre con me, in quei palloni che mi tenevano compagnia in tutte le case in cui sono stato. Qualche settimana fa ti ho salutato. Con un po’ di rammarico per ciò che non è stato e sarebbe potuto essere. Ma c’è anche gratitudine per quello che è stato un viaggio incredibile. Mai avrei immaginato di poterlo compiere. Ero un ragazzo che giocava nelle ultime serie dilettantistiche della Catalogna. In pochi anni mi sono trovato in Serie A con lo Spezia. Chi lo avrebbe mai detto?

Quel viaggio si è interrotto per la prima volta nel novembre del 2023. Ero in prestito all’Anorthosis, una squadra cipriota. Stavo vivendo una grande stagione. Un giorno, toccandomi il collo, mi sono accorto di un linfonodo ingrossato. La mia vita è cambiata per sempre. I dottori del club mi hanno fatto fare degli accertamenti. Io ero ottimista, loro no. Loro erano preoccupati. Per giorni ho vissuto come se nulla stesse succedendo. Poi il momento prima di entrare in ospedale per gli esiti una sensazione mi ha attraversato. Era come se sapessi già i risultati. Ho guardato negli occhi la mia ragazza: “Affronteremo qualsiasi cosa”. “Sì, qualsiasi cosa”.

A TESTA ALTA – “Signor Ferrer, abbiamo una buona e una cattiva notizia. Ha il linfoma di Hodgkin, ma non è in stato avanzato. In casi come il suo, di solito le cure funzionano”. Non riuscivo a parlare, ero bloccato. Com’era possibile? Cosa mi stava succedendo? La mia testa era annebbiata. Confusa, nel suo essere immersa in pensieri e preoccupazioni. Fino a pochi giorni prima stavo vivendo il mio sogno. Era tutto finito. Mi ripetevo una sola domanda: “Perché a me?”.

Ho smesso in fretta di pormela. Non era giusto chiederselo. Non era giusto perché non c’è qualcuno che merita più o meno di altri di imbattersi in situazioni simili. Non c’è nessuno che possa ritenersi immune o perfetto. Siamo esseri imperfetti. Ed è bello così. L’ho compreso quel pomeriggio, durante una chiamata con i miei genitori. Soffrire non serviva. Anche se la malattia fosse andata male, non sarebbe stato utile sprecare i giorni che mi mancavano. Ho deciso di avere fede in me e nella medicina, il resto non potevo controllarlo. La paura di morire ogni tanto appariva, ma sono stato più forte.
 
REAGIRE – Ho scelto di reagire. Ho chiesto di iniziare subito la terapia, non volevo perdere tempo. Dopo poche settimane dalla diagnosi, non volevo perdere tempo. Avevo un ospite indesiderato in me, volevo toglierlo. E così a dicembre sono partito con la chemio. L’esperienza più dura della mia vita. E non parlo solo del dolore fisico, ma soprattutto degli effetti psicologici. Perché la chemio non è sola. A lei si accompagna un velo. Cupo, pesante. Un velo che si impadronisce di te nei giorni successivi e non ti lascia. Il malessere è mentale. Sei svuotato, senza motivazioni. Avete presente “Il Signore degli Anelli”? Ecco, era come dover portare l’anello. Era frustrante dover affrontare nuovi cicli sapendo che avrebbero comportato tutto ciò. Passavo le ore sul divano senza avere neanche la forza di guardare la televisione, la testa era confusa e annebbiata, il volto gonfio, l’acqua e la mia saliva mi infastidivano.

Il quarto mese è stato il peggiore. Ho vissuto la mia crisi più profonda. Mi chiudevo in casa, non volevo uscire. Provavo a reagire, ma non ce la facevo. In quei giorni ho compreso chi durante quei trattamenti si lascia andare e non è più in grado di andare avanti. Piano piano ho trovato la forza. Come in quel viaggio in macchina. Ero diretto in palestra per disdire l’abbonamento. Non ci ero andato per un mese. Poi qualcosa è scattato in me: "No, tu non molli. Tu torni ad allenarti". E così è stato. Volevo avere un bel ricordo di me in riferimento a quei momenti. Il ricordo di un ragazzo forte. Se avessi mollato, a distanza di anni avrei provato vergogna nei confronti di me stesso.

PROVARCI  – La battaglia l’ho vinta io. Anche se vi dico la verità, il giorno in cui mi hanno detto di aver sconfitto il cancro non ho provato una pura e totale felicità. Ricordate quello che ho scritto all’inizio della lettera? È una malattia diversa dalle altre. Quando arrivi alla fine, ti trovi nel momento di maggior debolezza e stanchezza. Sei completamente svuotato e debilitato. In quel momento inizia un nuovo percorso. Devi ricostruirti, una volta ancora. Ad aiutarmi c’era l’idea di voler tornare a giocare. Il calcio è stato il sogno della mia vita. Ho lottato da ragazzo per diventare un calciatore professionista. Anni dopo ho combattuto una seconda volta per riconquistarmi la possibilità di calciare quel pallone.

Tornare ad allenarmi mi ha fatto vivere emozioni contrastanti. Ero contento per aver ritrovato il mio amico. Ero lì con lui. Dall’altra parte, però, stavo male. Mi sono ritrovato a dover convivere con dolori estenuanti. Non mi hanno più lasciato. L’unica opzione era calmarli con dei farmaci. E in me, piano piano, è maturata la consapevolezza che nulla sarebbe stato più come prima. Speravo di poter tornare al mio livello, ma non ce l’ho fatta. Ci ho provato in ogni modo, credetemi. Ma non è stato possibile.

SONO SALVA – Ogni mattina, ogni allenamento, ogni tragitto percorso per tornare a casa. Pensavo alla mia carriera, a quella sofferenza che non mi abbandonava, alla frustrazione provata. Il campo non era più casa mia. O almeno non lo era più come prima. Ero sempre stato una persona sicura delle proprie qualità. In quei mesi, no. In quei mesi avevo perso la fiducia in me, non avevo più autostima. E nella mia testa ritornava quella domanda: “Salva, devi smettere?

Sono riuscito a giocare un’ultima partita. La mia ultima volta da calciatore. Il 13 maggio 2025, Spezia-Cosenza. Dieci bellissimi minuti. In estate ho lasciato l’Italia e sono andato al CE Europa, in terza divisione spagnola. Ho provato in ogni modo a recuperare, ma il dolore all’anca era insopportabile. L’unica opzione era mettere una protesi. Dovevo scegliere tra il calcio e il mio benessere. Durante un allenamento ho capito che era arrivato il momento. L’idea di lasciare mi donava sollievo. Ho alzato la mano e ho parlato con l’allenatore: “È finita”. Il 3 febbraio scorso ho annunciato il mio addio. Da quel giorno è iniziata una nuova pagina della mia vita. Il calcio ci sarà ancora. Se lo sento vicino, sto meglio. Sono nel mezzo di un processo di maturazione e accettazione di tutto quello che ho passato. Ho tante emozioni in me. Devo ancora viverle e affrontarle tutte. Posso dirmi di avercela fatta. Ho mantenuto la promessa: se mi riguardo indietro provo orgoglio. Orgoglio per come ho affrontato la malattia e per essere stato capace di ascoltarmi e rispettarmi Il percorso è ancora lungo, ma sto camminando. E questa è la cosa più importante. Camminare e sorridere nella nostra perfetta imperfezione.