Consapevolezze – Biglia: “La mia vita con il pallone”
Il tono di voce di Lucas Biglia riflette il suo sguardo e la sua persona. Diretto, onesto, sincero. Lo è stato da giocatore, lo è ora nella sua nuova carriera da allenatore. Parla da Milano, dove vive con la sua famiglia. Finita l’intervista accompagnerà il figlio Alessio agli allenamenti. Un piccolo momento in cui si racchiude tutto. Un’immagine di ciò che è stato e ciò che sarà. Il racconto della sua vita si muove all’interno di queste due coordinate. Una, la famiglia. L’altra il calcio, prima giocato e ora vissuto in un ruolo diverso. “Studio e mi tengo aggiornato. Dopo l’esperienza da assistente con l’Anderlecht, mi piacerebbe iniziare il mio viaggio da primo allenatore. Italia, Belgio, Argentina o un altro Paese: non importa dove. Mi interessa la fiducia nelle mie idee e nei valori che porto”.
Nelle sue parole e nella sua maturità riecheggiano gli insegnamenti fatti propri lungo il percorso: "Il mio non è stato un viaggio facile. Ho conosciuto le ombre e il peso del malessere e della sofferenza. Sono dovuto crescere in fretta. Ho convissuto con responsabilità e ferite. Ma mi hanno reso l’uomo che sono oggi”. Al calcio non ha mai detto addio, perché “è stato lui a farlo con me. In Lucas c’era ancora un fuoco acceso. Ma l’ho accettato. Ora quel fuoco lo voglio portare nella mia nuova pagina da allenatore. Una pagina da scrivere con la passione che ha sempre mosso i miei passi e con i principi che papà mi ha insegnato”.
ARGENTINA – La storia inizia a Mercedes, il paesino argentino in cui è cresciuto e in cui ama tornare anche per pochi giorni: “Il mio posto nel mondo. Lì posso essere Lucas, lì posso essere semplicemente me stesso”. Cresce con l’esempio dei genitori, immagini di umiltà e dignità: “Papà si alzava alle 4 di mattina per andare al lavoro e mantenere la famiglia. Mamma si è sempre preoccupata di curare me e i miei fratelli”. Il pallone era il compagno delle sue giornate. L’Argentinos Juniors lo vuole, Lucas accetta: “I sacrifici sono stati tanti. Il calcio era il centro della mia vita. Tra andate e ritorno, ci mettevo sei ore per andare agli allenamenti. Ho anche deciso di lasciare la scuola contro il volere di mia madre. L’ho finita vent’anni dopo. L’ho fatto per lei e anche per me, per essere un esempio per i miei figli”.
Nel 2006 arriva la chiamata dall’Europa. Lucas e Cecilia, sua moglie, volano in Belgio: “L’esperienza con l’Anderlecht mi ha reso uomo. Mi sono trovato per la prima volta a dover gestire dei soldi, a convivere con le responsabilità della vita adulta. Ho commesso tanti errori, ma mi sono serviti. Sono stati le migliori lezioni di vita”. Dopo due anni, però, la sua vita cambia. Nulla sarà più come prima. Il telefono suona: “Torna, papà non sta bene”.
PAPÀ – “Sono riuscito a lasciare andare il peso che avevo in me per la morte di papà solo due anni fa. È stato difficile. Ci ho messo del tempo, tanto tempo. Lui era il mio esempio. Amava il pallone. È l’uomo che aveva lottato per permettermi di inseguire il mio sogno di diventare il calciatore. Il mio sogno era il suo sogno. E in quel giorno del 2008 tutto mi sembrava essere finito”. Lucas è in ritiro con l’Anderlecht. Il giorno prima aveva parlato con il padre per sfogarsi per la mancata convocazione con la Nazionale per i Giochi Olimpici in Cina. Finita la colazione, vede le tante chiamate perse della moglie e del procuratore: 'Lucas, rientra in Argentina. Hanno dovuto operare tuo padre. Se torni e ti vede, avrà più forza per recuperare'. “In quel momento ho capito tutto: mio padre era morto. Ogni volta che prendevo l’aereo per tornare in Europa mi diceva: ‘Se ti chiamano per tornare per aiutarmi, non farlo. Tuo papà ce la fa’. Non mi avrebbe mai fatto chiamare”. Biglia torna a casa. In aeroporto c’è il fratello ad aspettarlo: “Il mondo mi è crollato addosso. Papà non c’era più”.
Tutto diventa buio. “Perché se n’è andato?”. “Non lo accettavo. Avevo perso il mio riferimento. Ero svuotato”. Da una parte la scomparsa del padre, dall’altra l’Anderlecht che continua a chiamarlo per tornare: “C’era una partita da giocare. Non mi sono allenato per giorni. Sono tornato dopo 10 giorni e con 7/8 kg in più. Ero lì con la squadra, ma ero assente. Non ero io. Stavo male e non riuscivo a rendermi conto di quanto mi era successo”. Lucas vuole mollare tutto, lasciare l’Europa e tornare in Argentina: “Volevo smettere di giocare, il calcio non aveva più senso. Giocavo per vedere papà felice, ora lui non c’è più”. La vita cambia. Nuove pressioni, nuove responsabilità: “Non avevo scelta. Mia madre aveva bisogno di aiuto, i miei fratelli avevano bisogno di un riferimento che li potesse guidare. Dovevo prendermi cura di tutto loro. Il loro benessere dipendeva da me. Stavano male, dovevo aiutarli. A me non era concesso lo stesso. Non ho mai avuto il tempo di accettare ed elaborare quello che era successo. Ero solo un ragazzo che era dovuto diventare grande forse troppo presto. Cercavo di far stare bene le persone che mi circondavano, ma senza accorgermene stavo distruggendo me stesso”. L’assenza del papà lo accompagna per anni: “Ci ho messo tanto tempo per riprendermi. Ogni volta che tornavo in Argentina, sono andato a trovarlo al cimitero. Ci stavo per ore. Parlavo con la sua foto, era l’unico momento in cui potevo mostrarmi debole. Mi mancava, mi manca. Mi manca non averlo mai visto sugli spalti dal mio arrivo in Europa o nella finale del Mondiale. Avrei dato qualsiasi cosa per altri 90’ con lui. Mi manca non vederlo passare del tempo insieme ai miei figli che non hanno mai conosciuto il loro nonno. Ma piano piano ho imparato ad accettarlo. Ho capito che era giusto lasciare andare quel peso. Era giusto per lui. Era giusto per me. Ho deciso di donarci un po’ di pace".
RIPARTIRE – Alla fine in Argentina non torna. Lucas resta in Belgio e riparte, un giorno alla volta. Lo fa anche grazie all’arrivo di Allegra, la sua prima figlia: “Mi ha salvato. Grazie a lei ho trovato la forza per andare avanti”. Dopo qualche anno Tare lo porta alla Lazio. In biancoceleste “ho vissuto gli anni più belli della mia vita. Ho espresso il miglior calcio della mia carriera. Ho amato davvero quella maglia. Nel 2015 avevo anche rifiutato un’offerta dello United perché con la società avevo deciso di continuare la mia carriera a Roma. Mi avevano promesso un rinnovo, la mia famiglia stava bene. Non aveva senso cambiare”. La promessa, però, non viene mantenuta. Nel rapporto tra Lucas e il club qualcosa si rompe e porta l’argentino a dire addio: “Mi è costato tanto. Mi sono trovato costretto a cambiare. Non ne ero sicuro, ma non avevo altra scelta. Non ne ho mai parlato, ho preferito il silenzio. Anche a costo di farmi del male. Perché da fuori nessuno conosceva la realtà dei fatti. Da fuori Biglia sembrava un traditore. Ed essere trattato come tale, ricevere fischi e critichi dai tifosi ai quali avevo sempre dato tutto, mi ha ferito. Ed è forse per questo che in città non ci sono mai più tornato. Il dolore sarebbe forse ancora troppo grande”.
Dopo settimane di stress, il passaggio al Milan si concretizza. L’avventura in rossonero, però, lascerà dei rimpianti: “Dopo poche settimane di allenamenti mi sono infortunato. Non stavo bene. Non sono mai stato bene. E questo mi dispiace. Avrei voluto esprimermi in altro modo con la maglia rossonera”. Nel mezzo i due mondiali con la Nazionale: “Vestire la maglia dell’Argentina è stato orgoglio, amore, appartenenza. Con Lei ho toccato il cielo nel 2014 con la finale del Mondiale. Quella gioia mancata in quella partita avrei voluto raggiungerla quattro anni dopo. Ma è andata diversamente. Sono arrivato alla Coppa del Mondo del 2018 con dei problemi fisici. A farmi più male, però, sono state le tante critiche che ho ricevuto dal mio popolo durante quelle settimane. Hanno lasciato il segno”.
CALCIO – “Lucas, devo parlarti. Dobbiamo andare via. I bambini qui non stanno bene, stanno soffrendo”, le parole della moglie Cecilia. “Stava per finire la mia stagione con il Basaksehir. Era stata una bella annata, ma pensando al calcio avevo perso il contatto con tutto il resto. E me ne sono reso conto troppo tardi. Cecilia aveva ragione. Dovevo pensare a loro. Dovevo pensare alla mia famiglia”. Biglia lascia la Turchia e torna in Italia. Il tempo passa, i club guardano altrove. L’argentino resta senza squadra: “Continuavo ad allenarmi in palestra per restare in forma. Volevo farmi trovare pronto. Fino a quel pomeriggio quando sono tornato a casa e mi sono guardato allo specchio: ‘Lucas, che senso ha? Perché fai tutto questo?’. Avevo capito che combattere contro me stesso era inutile. Mi stavo facendo del male. Non lo avevo scelto io, era stato il calcio a farlo per me. Non ero pronto, non lo volevo, ma dovevo dirgli addio. Ho smesso senza deciderlo. La mia fiamma era ancora viva”.
Quella fiamma non si è ancora spenta. Dal campo si è spostata alla panchina. Dal passato è stata trasportata al presente e al futuro di Lucas: “Ho bisogno del pallone, ho bisogno del campo. Il mio futuro l’ho sempre pensato così: da allenatore. Ed è ciò che sto facendo e voglio fare. Dopo i mesi all’Anderlecht da assistente, ora voglio vivere un’esperienza da primo allenatore. So che è un percorso duro e lungo, ma grandi traguardi necessitano del tempo e del lavoro. È un cammino e voglio compierlo tutto. So che allenatore voglio essere. Voglio vivere e far vivere di passione. Mi piacerebbe crescere giocatori che si ricordassero di me come qualcuno che ha lasciato loro qualcosa”. Magari un giorno riuscirà a fermarsi nelle vie di Mercedes sorridere ripensando alla mia storia. Ma è ancora troppo presto. La sua nuova vita con il calcio è appena iniziata. “Ora devo lasciarti. Devo andare agli allenamenti di mio figlio, do una mano a seguire la sua squadra”. Un’immagine che racconta tutto. Un’immagine che racconta Lucas. Il Lucas papà, il Lucas che ama il calcio nella sua essenza, il Lucas che guarda al futuro. Questa volta da allenatore.