Insigne: "Mi ero proposto a 1500 euro pur di tornare a Napoli. Se mi chiama la nazionale? Corro"

Insigne: "Mi ero proposto a 1500 euro pur di tornare a Napoli. Se mi chiama la nazionale? Corro"TUTTOmercatoWEB.com
Lorenzo Insigne al Napoli
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Oggi alle 09:47News Calcio
di Redazione
L'ex capitano del Napoli, ora al Pescara, si racconta a Sportweek. Dagli anni di Toronto al ritorno in campo a 34 anni: "Ho ancora tanto dare"

Quello che emerge dalla stagione e dalle parole di Lorenzo Insigne è ancora tanta voglia di giocare. A 34 anni, l'ex Napoli è ripartito dalla Serie B, in quella Pescara dove, in prestito nella stagione 2011/12, fece capire di poter diventare decisivo anche in Serie A. Alle spalle, oggi, ha l'addio alla squadra della sua vita e una parentesi americana con la maglia del Toronto. Anche se quella in Canada non è un'esperienza calcistica che rifarebbe: "Non sono mai stato al 100% fisicamente: mi infortunavo, pur di tornare in campo giocavo che non mi ero ancora ripreso del tutto e mi facevo male di nuovo. Poi, nel calcio nordamericano non esistono le retrocessioni: sono stato dodici anni nel Napoli, mi è mancata la pressione cui ero abituato. Più sono sotto pressione e più mi sento a mio agio. Infine, ero in una squadra poco competitiva e questo mi ha calcisticamente depresso”

Dopo la fine di quella esperienza, è iniziata una lunga attesa: “Ho aspettato cinque, sei mesi, ed è stata dura. Però mi sono sempre allenato, non ho mai mollato. Come sempre nella mia vita. Mi dicevo: ‘Non smetto, ho solo 34 anni’. Se non mi sono arreso è stato per la mia forza di volontà, e per mia moglie e i miei tre figli che ogni giorno mi ricordano quello che sono stato, che sono e che posso ancora essere”. E, ancora oggi, Insigne continua a sognare e per questo non chiude le porta alla nazionale: "Posso giocare anche in D, ma alla nazionale non rinuncio: se mi chiamano, corro”. 

IL RITORNO A PESCARA - Alla fine, per ripartire ha scelto un sorprendente ritorno al Pescara, che ora vuole guidare alla salvezza in Serie B: “Nel momento in cui ho deciso di tornare qui, ho voluto mettermi a disposizione della squadra, al di là del mio nome e della carriera che ho fatto. I più giovani mi guardano in un certo modo; con ammirazione, diciamo. Cerco di dare l’esempio nel lavoro quotidiano”. E il suo ruolo nello spogliatoio lo ha descritto così: “Sono un punto di riferimento, è inevitabile. Alzo la voce solo nel momento in cui vedo cose che non mi piacciono, tipo un approccio un po’ molle alla partita. Ma ho trovato un gruppo unito e voglioso di rimettere le cose a posto. Ora sappiamo di poter dare fastidio a tutti. Ai miei inizi nel Napoli stavo ad ascoltare gli altri, anche perché ero molto giovane. Imitavo gesti e comportamenti dei più grandi e parlavo poco. Crescendo mi sono preso i miei spazi, la fascia di capitano ha fatto il resto. Ma quello spogliatoio aveva tanti campioni dalla forte personalità, il mio compito era più facile rispetto a oggi”. 

IL LEGAME COL NAPOLI - Quella del Pescara però non è stata l'unica telefonata degli ultimi mesi. Tra queste anche quella del Napoli: "Qualche telefonata è arrivata pure dall’estero, ma i miei interlocutori erano preoccupati del fatto che da giugno a gennaio mi fossi allenato da solo. Ho sempre detto che, col mio fisico, mi sarebbero bastati 15-20 giorni per tornare in forma, ma loro volevano un giocatore già pronto. A Napoli sarei tornato a piedi. Mi hanno contattato un paio di settimane prima di firmare per il Pescara, non ci dormivo la notte. Pur di vestire di nuovo quella maglia mi ero proposto al minimo dello stipendio, 1.500 euro al mese. ‘Se poi dimostro di star bene, rinnovo. Sennò smetto, ma con la squadra del mio cuore’, pensavo. Non ci sono rimasto male perché le scelte altrui vanno rispettate. E poi, dopo Napoli nel mio cuore c’è Pescara”. Sui due scudetti vinti senza di lui invece: "Non mi sono mangiato le mani. Io sono un tifoso del Napoli e mi fa solo piacere che abbia conquistato due scudetti. A me resta il rammarico di non aver vinto nell’anno dei 91 punti, ma in fondo con il Napoli ho trionfato ogni giorno: da napoletano, giocare in quello stadio, con quella maglia e con la fascia da capitano è una vittoria”. 

Tornando all'addio al Napoli, invece ha detto: “La pressione dei tifosi ha pesato tanto. Andavo in campo con una responsabilità difficile da sopportare. Da giovane ho fatto qualche cavolata, ho litigato coi tifosi. Oggi me ne pento e dico che non lo farei più, perché ho capito che le critiche, anche le più dure, erano fatte per spronarmi. Sai il problema qual è? Che la gente non mi ha capito abbastanza, un po’ anche per colpa mia. Sono uno simpatico, mi piace scherzare. All’inizio però resto sulle mie, diffidente, tengo le distanze perché non puoi mai sapere se, chi ti avvicina, lo fa con qualche secondo fine. E così sono passato per presuntuoso. Ma io tengo troppo alla maglia del Napoli, e la cosa che mi fa rabbia è che non sono riuscito a dare tutto quello che avrei voluto. Non sono riuscito a farmi capire. Quando a gennaio il club mi ha chiamato, avevo le lacrime agli occhi. ‘Che fai, piangi?’, dice mia moglie. ‘Sì’, rispondo. ‘Piango perché io amo il Napoli’. Dopo 12 anni non avevo più energie fisiche e mentali. Separarsi è stata una cosa voluta da entrambe le parti, senza colpe da attribuire a una o all’altra. È stata una scelta che andava presa. Certo non mi aspettavo di finire in Canada".