Non chiamatelo “protocollo Orsato”. Il designatore agli arbitri: “Abbiate coraggio”
Non chiamatela “linea Orsato”. E nemmeno protocollo Orsato. È uno dei concetti sui quali il responsabile CAN insiste di più nel corso dell’incontro con i media all’International Broadcast Center di Lissone. Orsato parte da un concetto semplice: il VAR non è scomparso e non deve scomparire. L’obiettivo è piuttosto quello di restituire centralità, fiducia e soprattutto coraggio all’arbitro in campo. Una filosofia che si inserisce anche nel solco delle indicazioni internazionali e della linea UEFA, orientata a evitare i cosiddetti “soft penalties”, i rigori concessi per contatti troppo leggeri o non sufficienti a giustificare un intervento.
Orsato ricorda come all’inizio della stagione qualcuno avesse manifestato qualche perplessità rispetto a questo indirizzo. Lui stesso non nasconde che una scelta del genere possa comportare qualche errore in più o qualche episodio perso per strada. Ma il bilancio, nella sua visione, resta positivo: qualcosa si può perdere, ma ciò che si guadagna in termini di responsabilizzazione dell’arbitro è superiore. E tiene anche a sottolineare che non si tratta di una linea personale: l’indirizzo tecnico arriva dal direttore Domenico Messina e viene condiviso all’interno della struttura arbitrale.
CRESCITA DEI GIOVANI - Orsato, del resto, non vuole costruire direttori di gara a propria immagine e somiglianza. Una parte importante del lavoro riguarda proprio la crescita dei più giovani, quelli che definisce affettuosamente i suoi “bambini”. Arbitri con meno esperienza che devono imparare a essere riconosciuti e riconoscibili dai calciatori, anche attraverso la personalità e la comunicazione.
Il designatore ne era consapevole fin dall’inizio: ridurre l’interventismo del VAR e responsabilizzare maggiormente gli arbitri significa accettare anche la possibilità che qualcosa venga perso. Gli errori, infatti, ci sono stati. Ma questo non modifica il percorso intrapreso. L’obiettivo non è convincere tutti della bontà di ogni singola decisione, quanto mantenere una linea riconoscibile nel tempo. Cambiarla di settimana in settimana finirebbe soltanto per disorientare arbitri, calciatori e società.
UNIFORMITÀ E COERENZA - Un concetto emerso anche nel precedente incontro di Lissone con allenatori e addetti ai lavori. Dal confronto è arrivato apprezzamento per l’indirizzo seguito, accompagnato però da una richiesta precisa: uniformità e coerenza. Se un determinato tipo di contatto viene considerato regolare a settembre, dovrà esserlo anche negli ultimi turni del campionato.
È il caso, per esempio, del contatto tra De Bruyne e Vásquez in Genoa-Napoli: giudicato come dinamica di gioco e non come una spinta fallosa, rappresenta un “benchmark” che dovrà rimanere tale fino al termine della stagione.
Il mancato rigore per la trattenuta su Rowe in Juventus-Atalanta è uno degli episodi sui quali rimane maggiore amarezza. Il contatto era da calcio di rigore e il VAR sarebbe dovuto intervenire. L’errore nasce anche dalla lettura della dinamica: l’attenzione si concentra sul momento in cui Rowe cade e non su ciò che accade prima, cioè sulla trattenuta che provoca la caduta. Un inciampo ancora più significativo perché pochi giorni prima, a Coverciano, era stata analizzata una situazione simile (Caracciolo-Pellegrino in Fiorentina-Pisa di Coppa Italia) arrivando alla conclusione che fosse punibile.
Dentro questa filosofia assume un peso enorme anche il posizionamento. L’unica OFR delle prime giornate, quella di Genoa-Frosinone per il fallo di mano di Cittadini, secondo l’analisi proposta a Lissone avrebbe potuto essere evitata se l’episodio fosse stato letto correttamente già dal terreno di gioco.
Per affrontare il tema del fallo di mano vengono esaminati episodi apparentemente simili. In Torino-Milan, sul cross di Cissé, il tocco di braccio viene valutato secondo i parametri stabiliti; in Torino-Monza, invece, dopo il cross di Che Adams e il tocco di Lucchesi, l’arbitro assegna il rigore e viene poi richiamato al monitor. Proprio quest’ultimo passaggio diventa materia di riflessione: secondo l’impostazione illustrata a Lissone, sarebbe stato preferibile un silent check piuttosto che un intervento VAR.
ALTRI ASPETTI IMPORTANTI - Anche la preparazione atletica è diventata sempre più centrale. L’aumento del tempo effettivo ha modificato le esigenze fisiche della direzione di gara: “Se prima contava nove, ora conta undici”. Un allenatore può sostituire un giocatore stanco o infortunato e può gestire il turnover; il designatore, invece, deve fare i conti con disponibilità molto più rigide, soprattutto quando alcuni dei suoi arbitri sono impegnati ad alto livello nelle competizioni UEFA.
E poi c’è il VAR come mestiere specifico. Frequentare il corso non significa automaticamente essere pronti per quel ruolo. Servono capacità, qualità e caratteristiche adatte. Lo stesso Orsato, ripensando alla propria esperienza, riconosce di non essersi mai sentito particolarmente portato per la sala VAR: si sentiva soffocare, dice, con l’istinto di intervenire e trasmettere all’arbitro in campo quella grinta che invece, da VAR, non sempre è possibile manifestare.
Alla fine tutto torna al punto di partenza. Non una rivoluzione contro il VAR e nemmeno una nuova dottrina da legare al nome di Orsato. Piuttosto il tentativo di riportare la decisione, quando possibile, nelle mani dell’arbitro.