Lichtsteiner: "Amavo troppo la Juventus per andare in un'altra squadra. Conte? Mi insegnò a essere cattivo"
Stephan Lichtsteiner ha smesso di correre sulla fascia per sedersi in panchina, accettando la chiamata del Basilea per crescere come allenatore in un ambiente tranquillo e lontano dalle pressioni. L'ex terzino svizzero è entrato di diritto nella storia del campionato italiano, diventando lo straniero con più scudetti vinti in assoluto in Serie A. Gran parte di questo incredibile palmarès è indissolubilmente legato alla Juventus, club con il quale ha vissuto ben sette anni di successi e di amore incondizionato: le parole dell'ex difensore a La Gazzetta dello Sport.
LA MENTALITÀ BIANCONERA E GLI INSEGNAMENTI DI CONTE - A Torino, Lichtsteiner ha compreso cosa significhi davvero stare al vertice. La differenza principale della Juventus rispetto a tutte le altre società risiede proprio nell'insaziabile fame di vittorie: "Alla Juventus vinci cinque scudetti e non basta, vogliono il sesto. Dai tifosi alla società", ha spiegato l'ex difensore. È proprio questa pressione costante a tracciare il solco decisivo, perché "non tutti riescono a imporsi: capisci cosa cambia tra un giocatore normale e un campione. Sono i trofei vinti a fare la differenza".
Un ruolo cruciale nella sua affermazione in bianconero lo ha giocato Antonio Conte, allenatore con cui ha segnato il primo storico gol allo Juventus Stadium. Sotto la guida dell'allenatore salentino, lo svizzero ha forgiato il suo carattere agonistico: "Antonio era sicuro dal primo giorno che avremmo vinto. È uno che ti insegna che 'vincere è l’unica cosa che conta', ma per davvero", ha ricordato Lichtsteiner, sottolineando come questo sia un insegnamento che si porterà dentro per sempre. Una trasformazione che lo rendeva un cliente scomodissimo sul terreno di gioco: "Mi insegnò, più di ogni altro, a essere cattivo in campo. Io mi trasformavo quando giocavo. So che anche gli arbitri non mi sopportavano facilmente".
LA FERITA CON ALLEGRI E IL RIFIUTO AI NERAZZURRI - Il lungo capitolo juventino ha vissuto però anche momenti di grande amarezza, in particolar modo durante la gestione tecnica di Massimiliano Allegri. L'esclusione dalla lista per la Champions League rappresenta ancora oggi un ricordo doloroso: "È stata una cosa che mi ha fatto male, una ferita che ancora è lì. Soprattutto perché c’entravano questioni personali e non di campo", ha confessato senza filtri lo svizzero. Con il senno di poi, il difensore ha comunque trovato un lato positivo in quella complessa vicenda: "Sono contento di essere stato inserito a gennaio. Evidentemente avevano bisogno di me".
Nonostante le enormi difficoltà di quel periodo turbolento, il legame viscerale con i colori bianconeri non è mai stato messo in discussione, spingendolo a compiere una scelta di mercato molto decisa e coerente con i propri sentimenti. Proprio in quella fase, infatti, Lichtsteiner chiuse le porte all'Inter. "Amavo troppo la Juventus per andare in un'altra squadra italiana, in realtà la amo ancora", ha ammesso a cuore aperto l'ex calciatore, chiarendo in modo inequivocabile le motivazioni del suo secco rifiuto alla società milanese: "Perciò rifiutai l'Inter, sarebbe stato un tradimento".
TRA ANEDDOTI SUL CAMPO, DELUSIONI EUROPEE E NUOVA VITA - A completare il quadro di una carriera vissuta a mille all'ora ci sono tanti altri ricordi indelebili, a partire dal suo impatto con il calcio italiano ai tempi della Lazio: "Ricordo il primo allenamento alla Lazio. Arrivai al campo e non c’era nessuno. Pensavo di aver sbagliato orario, invece con il tempo mi sono abituato ai ritmi di Roma. Si fa tutto con più calma e meno precisione. Tosta per uno svizzero all’inizio…", ha ricordato con il sorriso. Poi l'approdo a Torino e l'incontro con compagni straordinari, come un giovanissimo Paul Pogba: "Non lo conoscevo, mi stupì fin da subito. Aveva una forza delle gambe incredibile e una qualità fuori scala. Pensai: ‘Cavoli questo arriva a zero dallo United, che affare!'. Quando giocava con noi era uno dei centrocampisti più forti del mondo". Memorabile anche la sintonia con Andrea Pirlo, forgiata durante un'amichevole estiva a Bardonecchia e dettata dalla classe cristallina del regista, che lo esortava dicendo: "Dalla a me, anche se mi vedi marcato". E la magia avveniva: "Non ero convinto, ma eseguo. E lui esce tra due difensori con una naturalezza unica. Mi diceva ‘tu corri, poi ci penso io’".
Oltre alle gioie, restano però incise le delusioni continentali, su tutte le due finali di Champions League: "Eccome. Sono due partite che mi hanno tolto il sonno. Una finale persa ti resta dentro per sempre. Cosa darei per rigiocarle", ha ammesso Lichtsteiner, unendo a quel dolore anche altre serate storte, come "la sconfitta di Madrid con il Real, in cui ci fischiarono contro un rigore inesistente e si inc*zzò Buffon, o la partita di Monaco con il Bayern quando eravamo avanti di due gol. Sono partite che bruciano ancora".