Maldini: "Guardiola era tentato. Malagò ha cambiato le regole"
Paolo Maldini ha ripercorso le ultime settimane in una lunga intervista al Corriera della Sera e ha chiarito alcuni aspetti legati al suo ruolo di direttore tecnico della Nazionale.
"Sono gli altri a giudicarmI e non si può piacere a tutti. Io tengo a fare le cose per bene. E tengo a dire le cose chiaramente. Le persone che hanno lavorato con me, i miei compagni di squadra, i colleghi di cinque anni al Milan da dirigente, mi conoscono bene", ha spiegato l'ex capitano del Milan.
IL CARATTERE INTRANSIGENTE - Maldini ha puntualizzato gli aspetti legati al suo carattere: "Se un uomo che cerca di far valere il proprio ruolo e di difendere le proprie mansioni è intransigente, io sono intransigente. Se una persona che si prende le proprie responsabilità, che cerca di vincere e di accettare le sconfitte è intransigente, allora io sono intransigente. Però ho una fortuna, che mi viene dai miei 25 anni di carriera: Non sono attaccato alla poltrona. Mi sento molto libero nelle mie scelte. Grazie a Dio non ho necessità economiche. Quello che mi porta ad accettare i ruoli è la possibilità di eseguirli, di dare il mio contributo. Mi dispiace che questa cosa sia vista come arroganza o intransigenza. Ma se vengo indicato come responsabile, mi sento in dovere di esserlo”.
L’ESPERIENZA DA DIRETTORE TECNICO - “Malagò mi ha chiamato a Pasqua, dicendo: c’è la possibilità che io diventi presidente della Figc; tu sei la persona che vorrei avere con me. Io gli ho dato la mia disponibilità. Nel calcio per me esistono solo due cose: il Milan e la Nazionale", così Paolo Maldini ha raccontato la chiamata di Giovanni Malagò. "Poi non l’ho più sentito. Il giorno prima delle elezioni, Malagò richiama: domani si vota, ci sono buone possibilità, ti vorrei a bordo. Rispondo: parliamone. Mi ha chiesto di diventare presidente del Club Italia. Non si trattava solo di rilanciare la Nazionale. C’era da rifondare il calcio italiano”.
LEONARDO - Ha poi spiegato la scelta di coinvolgere anche Leonardo: “Condivido con lui amicizia, valori, principi. Leo ha una grande capacità organizzativa, oltre che una grande intesa con me. Così siamo partiti. E abbiamo pensato a un nuovo ruolo: la direzione tecnica. La direzione tecnica non è mai stata nell’organigramma della Nazionale: l’allenatore faceva riferimento direttamente al presidente. Però non era giusto: l’allenatore ha bisogno di confrontarsi”.
I PROBLEMI - “Poi i patti sono stati rivisti; di conseguenza l’unica cosa da fare era dimettersi. Anzi, rinunciare a firmare il contratto di quattro anni che doveva partire dal primo agosto”. ha commentato Maldini.
LA SCELTA DEL CT - L'ex difensore ha chiarito come la scelta del nuovo ct fosse stata affidata a lui e Leonardo:“Per prima cosa ho chiesto: il ct chi lo sceglie? Malagò mi ha risposto: l’allenatore lo decidete voi, e io lo avallo. Questo era l’accordo. Poi gli eventi hanno fatto sì che questa cosa cambiasse”.
IL PROGETTO - Durante la conferenza stampa Maldini aveva parlato di un progetto che viaggiava su un periodo di 8-10 anni: “In Lega ho raccontato il nostro progetto, incentrato su due binari diversi. La rifondazione del calcio italiano richiede tempo. Formare nuovi talenti e una nuova mentalità è un percorso lungo. Imponeva di creare un nuovo movimento in cui fossero coinvolte tutte le componenti federali: Serie A, Serie B, Serie C, dilettanti, le associazioni degli allenatori, dei giocatori, degli arbitri. E poi c’era l’altro binario, o se preferisce l’altro treno, che doveva viaggiare molto più veloce: perché tra meno di due mesi giochiamo con Belgio, Turchia e Francia per la Nations. Dovevamo sia preparare il domani, sia far bene oggi. E ricominciare a vincere”.
Ha poi aggiunto: "L'aspetto temporale è l’unico punto su cui in Lega ho trovato un certo scetticismo. Ma è il tempo stimato da noi sulla base dell’esperienza non solo delle grandi potenze, l'Inghilterra, la Francia, la Spagna, ma anche delle altre nazioni che hanno rifondato il loro calcio, come la Svizzera. La ristrutturazione aveva bisogno di tutte le componenti, che devono parlarsi e aiutare. I mondiali sono tra quattro anni e gli Europei tra due. So bene che se non ci fossimo qualificati saremmo saltati. Forse non è giusto, ma è così. Bisogna vincere subito. Ma bisogna anche preparare il futuro”.
L’IDEA PIRLO - Paolo Maldini ha poi spiegato la scelta di affidare la panchina azzurra a Pirlo: “La nostra idea era legata alla tecnica. Al gioco offensivo. A un cambiamento. In Italia siamo rimasti indietro su tante cose. Volevamo che la formazione dei ragazzi fosse basata non sull’esasperazione tattica ma sulla tecnica, l’uno contro uno, la mentalità offensiva. E volevamo un allenatore giovane, che avesse avuto una storia in Nazionale”.
GLI ALTRI NOMI - “Oltre Pirlo c’erano altri nomi: Daniele De Rossi e Fabio Grosso. Tre campioni del mondo", ha proseguito il dirigente. "Ma il presidente ci ha detto che in base agli accordi che l’hanno portato all'elezione, con l’appoggio di tutti i club tranne la Lazio, non potevamo toccare gli allenatori delle squadre di Serie A. Quindi De Rossi e Grosso erano esclusi. Ma io capisco. A fine luglio le squadre sono già in ritiro, è difficile cambiare in corsa. Malagò ci ha detto: questo non si può fare. E noi siamo andati avanti con Pirlo. Thiago Motta? No, i nomi erano quelli”.
ALLENATORE PER IL PROGETTO - Maldini ha poi aggiunto: “Pirlo non è un vincente? Questa è una considerazione personale. Noi volevamo un allenatore giovane, che sposasse il progetto e avesse una carriera di alto livello. Tecnicamente quando parlo con Pirlo lo trovo preparatissimo. Accompagnato e sostenuto da un direttore tecnico e da un advisor, sarebbe stato l’allenatore ideale. Che curriculum avevano gli ultimi due allenatori che hanno vinto il Mondiale, Scaloni e de la Fuente? Se si vede tutto legato all'allenatore che sta in panchina, si guarda all’oggi, mai al domani. E noi veniamo da tre mancate qualificazioni”.
LA CHIAMATA AD ANCELOTTI - “Una telefonata al migliore allenatore italiano di sempre, al mio fraterno amico Carlo Ancelotti, l’abbiamo fatta. Ci ha risposto che il Brasile gli ha ribadito la completa fiducia, ci ha salutati dicendoci in bocca al lupo. Una telefonata doverosa”, ha puntualizzato Maldini.
I CONTATTI CON GUARDIOLA - Maldini ha parlato anche del tentativo di portare Guardiola sulla panchina dell'Italia: “È l’allenatore che più incarna il gioco tecnico e offensivo. Attraverso qualche amico aveva manifestato l’idea di allenare una Nazionale. Siamo andati a trovarlo a Barcellona, abbiamo pranzato insieme, abbiamo parlato per un'intera giornata. Era molto tentato. È andato molto vicino ad accettare. Si era messo anche a scrivere formazioni sui fogli. I soldi non sono mai stati un tema. Pep ci ha detto chiaramente: datemi un euro in meno di quello che prendeva l’ultimo ct, e io sono a posto”.
IL RIFIUTO - E sul rifiuto del catalano: “Per stanchezza. Guardiola viene da dieci anni massacranti in Premier. Si è operato alla schiena. Vuole riposarsi. Ma è stata una discussione molto seria, abbiamo studiato le rose, dagli under 17 in su. Così siamo andati su Pirlo. Malagò sapeva tutto, l’abbiamo informato passo dopo passo".
IL RAPPORTO DI PIRLO CON FONBET - Si è parlato anche del tema controversa legato al rapporto di Pirlo con Fonbet: “Questa cosa ha sicuramente contato. Noi non la sapevamo. L’opinione pubblica ha fatto il suo lavoro. Ma non c’era nulla sul piano giuridico che avrebbe potuto impedire ad Andrea di fare l’allenatore della Nazionale. Di sicuro lo si è cavalcato in modo assolutamente esagerato. Pirlo era disposto a chiudere i rapporti con la Bet company russa. È una persona correttissima, non meritava questo clamore. Hanno tirato fuori il codice etico, il decreto dignità. Ma se ci fosse stata la reale volontà di farlo firmare come ct, non ci sarebbero stati ostacoli legali”.
INCOMPATIBILITÀ - Maldini è intervenuto anche sulla questione di suo figlio Christian e del figlio di Pirlo, che stanno intraprendendo la carriera di procuratori e quindi un’incompatibilità con ruolo in Nazionale: “Nessuno l’ha detto, ma quella norma è stata cancellata nel 2019. Sempre sul piano giuridico, non c’era nulla che potesse impedire ai nostri figli di fare gli agenti, a me di fare il direttore tecnico della Nazionale e a Pirlo di allenarla. E se si fosse dimostrata una reale incompatibilità del mio ruolo con la professione di mio figlio, mi sarei dimesso subito. È stata una cosa molto pretestuosa e mai spiegata dai vertici federali. Ma ha avuto un impatto”.
IL NO DEL PRESIDENTE - “Ha telefonato a me e a Leonardo per dire: ‘Secondo me Pirlo non si può più prendere. Da oggi l’allenatore lo decido io. Da oggi cambiano le regole: io decido il ct e voi avallate’," così il dirigente ha raccontato il rifiuto di Giovanni Malagò. "Ma se ho una mansione, se ho una responsabilità, e intendo esercitarle, questo è un discorso inaccettabile. Ci siamo presi 24 ore e abbiamo presentato le nostre dimissioni, su un contratto che doveva ancora partire. Non so se questo è essere intransigente e presuntuoso. Io sono abituato in un’altra maniera. Non c’erano più le condizioni di fiducia per svolgere un lavoro che è enorme, ma allo stesso tempo esaltante”.
Ha poi aggiunto: "C’era un rapporto basato sulla fiducia. Se fai una scelta poi la devi difendere. Se racconti quel che pensavi di creare, la scelta si capisce un po’ di più.".
MANCINI - “Io apprezzo Roberto Mancini. Ma avevamo un progetto diverso. Volevamo un ct nuovo, giovane. Mancini e Conte sono due grandi allenatori. E non è questione di amicizia”, ha spiegato Maldini.
CONTE - Antonio Conte è stato da subito indicato come il nome della Lega Serie A ma Maldini ha chiarito: “Io ho parlato con Marotta, con Percassi, con altri presidenti e dirigenti, e nessuno mi ha fatto un nome. La Lega è stata corretta, mi ha anche garantito: se c’è da dare una mano sul piano economico, noi ci siamo. Ma un pochino mi conoscono. Se devo venire qua e due nomi sono già scelti, uno da Malagò e uno dalla Lega, che senso ha chiamarmi? Tante volte mi è stata assicurata l’autonomia. Che avessero un loro pre- ferito, ci sta. Ma se chiedi collaborazione, e prevedi un progetto condiviso, poi devi condividerlo".
RANIERI - Maldini si è anche espresso su Claudio Ranieri, che ha preso il suo posto da direttore tecnico: “La sua storia parla per lui. Non posso giudicare. Avere una figura come Ranieri è un plus, qualcosa di eccezionale. Dico solo che il lavoro da fare è enorme. Non so cosa gli sia stato chiesto. Temo che sarà data molta importanza alla Nazionale, e molta meno alla rifondazione del calcio italiano”.
IL RIMPIANTO - L'ex rossonero ha rivelato: “Ho un cruccio che mi porterò dentro. Avevo assunto un impegno gravoso che nei giorni era diventato quasi un sogno: fare qualcosa per le prossime generazioni, per costruire un’Italia competitiva. Un sogno interrotto ma bellissimo, anche per le tante persone che avevo trovato disposte a lavorare. Guardiola ci ha parlato a lungo dell’impatto che Cruijff ebbe sul calcio spagnolo. Per due anni fu combattuto da tutti. Ma se oggi la Spagna crea talenti, è grazie alle indicazioni di Cruijff. Non vogliamo paragonarci a lui. Ma la strada era quella. Difficile, lunga; ma avrebbe cambiato l’identità del calcio italiano. È un peccato. Un vero peccato”.
IL RICORDO DI BARESI - Infine Maldini ha ricordato il suo ex compagno di squadra scomaparso lo scorso 31 luglio: “Per la scomparsa di Franco provo una profonda tristezza. Ho rivisto gli ultimi quarant’anni della sua vita. Venticinque li ho passati con lui. Non è stata soltanto un’amicizia. Quando giochi al fianco di una persona, stai con lei i giorni e le notti, ti diverti insieme, soffri insieme, vinci insieme, ti leghi in modo indissolubile. Franco Baresi per me è stato un esempio di leadership perfetto per il mio carattere, che allora più di adesso era introverso, chiuso. Lui mi mostrava come volevo essere: poche parole, tanti fatti”.