Paratici: "Fiorentina come il Real. L'obiettivo è..."
Alla vigilia della sfida europea della Fiorentina contro il Crystal Palace, valida per l’andata dei quarti di finale di Conference League, il direttore sportivo viola Fabio Paratici, ha concesso un'intervista al "Corriere della Sera", nella quale ha toccato diversi temi: dal momento della Fiorentina alle strategie di mercato, passando per il suo passato alla Juventus e uno sguardo sulla Nazionale. Non solo: nel corso della chiacchierata, Paratici ammette e rivela un retroscena di mercato che lo ha visto a un passo dal Milan.
Un progetto, quello viola, che nonostante le difficoltà riscontrate in campionato in questa stagione, merita comunque di avere continuità. A partire dalle strutture e dalla crescita del club, con il simbolo più evidente rappresentato dalla bellezza del centro sportivo, il "Viola Park", diventato a tutti gli effetti, e nel giro di poco tempo, uno dei punti di riferimento del calcio italiano.
LE PAROLE DI PARATICI - Il direttore sportivo ammette che il centro sportivo ha giocato un ruolo fondamentale nella sua scelta: "A lavorare qui ti senti davvero al Real, salvo bruschi risvegli alla domenica. Alla Fiorentina non esistono ritiri punitivi: quale punizione sarà mai passare qualche giorno qui dentro? Ho firmato un contratto lungo perché voglio vedere dieci ragazzi cresciuti qui dentro arrivare in prima squadra, e altri diventare comunque professionisti".
L’obiettivo è portare anche a Firenze un metodo di lavoro più strutturato: "Certamente. Innanzitutto, tanta formazione per i 110 dipendenti del centro sportivo. È fondamentale perché io studio ogni giorno della mia vita, mentre in Italia è tutto empirico. Parlo di numeri, non di algoritmi che è un modo per mandare in vacca il discorso: sono i numeri a darmi i nomi dei tre giocatori migliori per il ruolo che cerco, poi la scelta è mia e va anche a sensazione, l’intuito è fondamentale. Invece qui da noi passa tutto come un’opinione, e in quanto tale legittima. Invece io dico che mancare tre Mondiali non è un’opinione, è un fatto. Tremendo".
Spazio anche al mercato, e in particolare, alla situazione legata a Moise Kean: "Spero che rimanga, ha una clausola d’uscita importante ma in Europa ne conoscono il valore. E aggiungo il nome di Fagioli, un centrocampista da Barcellona che gioca in Italia".
GLI ANNI ALLA JUVE - Paratici ha poi ripercorso il ciclo vincente della Juventus, spiegando i segreti dietro ai nove scudetti consecutivi: "Eravamo vent’anni avanti tutti gli altri. Un presidente visionario, un direttore sapiente, il talento che mi riconosco nel “vedere” i calciatori, gli allenatori più preparati, i giocatori più seri. E le difficoltà delle milanesi nel gestire il declino delle grandi famiglie proprietarie, questo va detto".
E tra i momenti simbolo di quel ciclo anche l’arrivo di Cristiano Ronaldo a Torino: "Prezioso per la Juve, importante per tutti come fu poi Mourinho alla Roma, un campionato ha bisogno di grandi personaggi. Noi tutti volevamo la Champions e il primo anno avremmo potuto vincerla, l’eliminazione dall’Ajax mi resta ancora qui. Il problema fu che segnando un gol a partita, Cristiano rese troppo facile la vita ai compagni, che peraltro avevano già vinto tanto. Per questo cambiammo allenatore, per provare una shakerata".
PARATICI-MILAN, IL RETROSCENA - Tra i passaggi più curiosi dell’intervista c’è anche un retroscena di mercato che lo ha visto a un passo dal Milan prima della firma con la Fiorentina: "Non in trattativa. Avevamo chiuso. Due volte nel giro di quindici giorni, mancava solo la firma. Poi mi hanno detto che non se ne faceva più niente".
NAZIONALE - Paratici ha poi espresso la propria visione sulle riforme necessarie per il calcio italiano, soprattutto a livello di settori giovanili, alla luce dell'ennesima delusione per la mancata qualificazione al Mondiale: "La federazione dovrebbe emanare le linee guida per i vivai come il ministero dell’Istruzione fa per le scuole. Uguali per tutti, dovrebbe controllare la loro applicazione con ispettori. A 5 anni si impara il controllo, a 6 il passaggio facendo correre veloce la palla, a 7 si comincia con l’uno contro uno".
Ha poi aggiunto: "Niente classifiche almeno fino a 12 anni, parola d’ordine enjoy come in Inghilterra — divertiti — tattica di reparto a 13, tattica di squadra a 15. E se un allenatore ha la fortuna di avere quattro piccoli numeri 10 in una leva deve trovare il modo di metterli assieme, non schierarne uno e lasciare in panchina gli altri tre. Nel settore giovanile vanno costruiti i singoli per poi organizzarli in squadra, il contrario degli adulti dove si parte dalle squadre per esaltarne i singoli".