Intervista

Consapevolezze - Ruocco: "Il peso delle responsabilità"

Consapevolezze - Ruocco: "Il peso delle responsabilità"
© foto di Credit: Mantova 1911
Oggi alle 09:30Consapevolezze
di Redazione
Oggi vive uno dei migliori momenti della sua carriera con il Mantova. Nel passato sacrifici e delusioni. Lo psicologo, l'aiuto della moglie e della famiglia, la serenità ritrovata: la lettera di Ruocco

Oggi sto bene. Mi sto godendo la mia quotidianità con la mia famiglia e con il calcio. Ma non è sempre stato così. E il motivo era nascosto dentro di me. 
Nessuno ci conosce meglio di noi stessi. Ma è anche vero che, forse, non arriviamo mai a conoscerci davvero. O comunque per farlo ci serve del tempo. Perché vedete, spesso pensiamo di sapere tutto di noi, ma in realtà abbiamo toccato e compreso solo la superficie. Io ho iniziato a comprenderlo poco tempo fa, quando piano piano ho provato a darmi la possibilità di guardare e abbracciare le mie fragilità, di guardarmi indietro e fare pace con dei pesi con cui convivevo da troppo tempo. Responsabilità, possibili fallimenti, pensieri, infortuni. Ho deciso di andare in terapia da uno psicologo. Mi è servito. Mi è servito tanto. Per apprezzare i sacrifici che avevo fatto fino a quel momento, per ridare luce a momenti bui, per ritrovare quella serenità che oggi vivo in me, nella mia vita e in campo. 

RINCORRENDO UN SOGNO - Sono nato con il pallone. È sempre stato al mio fianco. Ho un ricordo impresso nella mente. Ero bambino e andavo a dormire con mamma: ero circondato da palle. E poi le domeniche con papà, mi portava sempre a un campetto vicino a casa. Ci andavamo a piedi, sempre per la stessa strada. E poi lì, a calciare punizioni su punizioni. Tutto è iniziato tra le vie di Napoli. Fanno parte di me. Anche se non ho solo ricordi belli della città. Sono cresciuto in un quartiere difficile in cui se non riesci a intraprendere la strada giusta sin da piccolo rischi di rovinarti per sempre, come è successo a molti miei compagni che hanno preso una strada sbagliata. Per fortuna, i valori dei miei genitori mi hanno aiutato a fare le scelte giuste. Ma di Napoli ho anche immagini belle. Le partite con i miei cugini e gli amici. E poi Diego. Sono cresciuto guardando i video di Maradona. Li vedevo quando mi svegliavo e quando andavo a dormire. A volte saltavo anche la scuola per studiarli. 
A 10 anni la mia vita è cambiata. La mia e quella dei miei genitori. Abbiamo detto addio a Napoli per inseguire un sogno. Il mio sogno. Roberto Clerici mi aveva chiamato per andare al Brescia. Un sacrificio, soprattutto per loro. Avevano lasciato tutto. Casa, città, amici, lavoro. E lo avevano fatto per me. Ed è qualcosa che ha lasciato un segno. Da quel momento ho convissuto con quella responsabilità. Avrei dovuto farcela anche per loro. 

RESISTERE - I primi sono stati tranquilli. Dopo cinque stagioni, un messaggio: “Sei troppo piccolo e gracile. Non continuerai nel Brescia”. Buio. "Com’è possibile? Avevo mollato tutto per andare lì. I miei genitori avevano mollato tutto per permettermi di andare lì. E ora cosa faccio?"
Volevo smettere, devo essere sincero. L’ho vissuta malissimo, essermi trasferito e aver fatto trasferire i tuoi genitori per un sogno che vedi svanire. Ho pensato di mollare. Ci sono state tante persone che mi hanno aiutato. Il mio preparatore personale Stefano, il mio procuratore, mia sorella e mia mamma.
Vedete, nella vita ci sono dei momenti in cui non tutto va come vorresti. In cui la testa è confusa, non capisci la sua direzione. Ti senti stretto in un malessere che non spieghi. Ecco, in quei momenti devi resistere. Solo resistere.
Tanti altri al mio posto avrebbero mollato. Lì e anche durante e dopo il primo anno tra i grandi con la Giana Erminio. Tanti infortuni, poca continuità. Tornavo a casa e mi chiedevo cosa avrei fatto per restare in piedi. Soprattutto a fine stagione, quando la società non mi ha confermato e sono rimasto senza squadra. Da solo, senza prospettive. Ancora una volta. 

SARDEGNA - Mesi, settimane. Fermo ad aspettare. “E se non mi chiama nessuno, cosa faccio?” Continuavo a pensarci. Fino al 28 agosto, quando si è presentata l’opportunità della Torres. Sono sincero, non conoscevo molto la piazza. Ma ho imparato a farlo. In Sardegna ho posto i primi tasselli della mia rinascita. Sono ripartito dalla Serie D. All’inizio non ho trovato neanche grande spazio. Lavoro, sacrificio, volontà. Il tempo ha fatto il resto. Mi sono innamorato dell’isola. Mi sono innamorato di Alessia, mia moglie. Con lei ho conosciuto il senso dell’amore, in tutte le sue sfumature. Ho compreso cosa significhi amare ed essere amati. 

MENTE E CUORE - Quando mi ha chiamato il Mantova la mia vita è stata stravolta. Un déjà vu. Un nuovo trasferimento. Alessia, ha dovuto lasciare la sua isola per restare al mio fianco. Per me, come avevano fatto i miei genitori quando avevo 10 anni. Un gesto enorme da parte sua. Un’altra responsabilità in me. 
Il primo anno è stato complicato. Tanto complicato. Il trasferirsi, quel senso di responsabilità nei confronti di mia moglie e mia madre. In campo continuavo a infortunarmi. Nella mia testa tutto si accumulava. Pensieri, paure, dubbi. Ed ero solo un ragazzo. Nessuno ti insegna a gestire tutto questo. E io non capivo come poterlo fare. 
Ho scelto di chiedere aiuto e affidarmi a uno psicologo, mi ha aiutato tantissimo. Gli sarò grato per sempre. Mi ha permesso di essere me stesso, senza vergogna. Di parlare di me, del mio passato, di ciò che mi faceva stare male. Con lui sono riuscito a far emergere ricordi che avevo quasi dimenticato. Mi ha permesso di far pace con quel peso che mi addossavo da quando avevo dieci anni. E fondamentale è stata la presenza e il supporto di Alessia e del bambino. Un percorso lungo che mi ha permesso di essere il Francesco di oggi. E anche in campo la differenza si è vista. Mi sono costruito la mia personale serenità. 
Oggi Francesco è un ragazzo che si gode la sua vita. Sto vivendo un grande momento con il Mantova. Qui sto bene. Il club e la città mi hanno aspettato e aiutato in un momento difficile. Ho segnato alla Lazio, il punto più alto della mia carriera. Sono più consapevole delle mie qualità. So che la strada è ancora lunga. Non ho ancora fatto nulla. E chissà, un giorno magari potrò tornare a Napoli per indossare la maglia azzurra. Ne è passato di tempo da quel giorno. Il giorno in cui me ne sono andato. Quel bambino è diventato un uomo. Ha continuato a camminare, nonostante tutto. E ora può dirlo, è orgoglioso del suo viaggio.

A cura di Nicolò Franceschin e Alessandro Neve