Consapevolezze – Gondo: “Continuo a credere nel mio sogno”

Consapevolezze – Gondo: “Continuo a credere nel mio sogno”
© foto di Ac Reggiana 1919
Oggi alle 13:30Consapevolezze
di Nicolò Franceschin
Il viaggio dalla Costa d'Avorio, la voglia di smettere dopo gli infortuni in Grecia, la rinascita grazie alla famiglia e la voglia di tornare in campo: la lettera di Cedric Gondo

Quello che sto per dirvi, lo sanno poche persone. L’unico a cui ne avevo parlato subito era stato mio fratello. Il 2017 stava per finire. Di solito l’inizio di un nuovo anno porta con sé speranze e sogni. Tanti guardano con sorriso al suo arrivo. Io non ce la facevo. Non ci riuscivo proprio. Ero triste. Ero giù. E lo ero da settimane. Ero in Grecia, lontano dalla mia casa e dalle persone a cui volevo bene. Ero da solo. E stavo male, come mai ero stato prima. E tutto era dovuto alla mia più grande passione: il calcio. Una volta uscito dal settore giovanile della Fiorentina, il salto con i grandi è stato pesante. La prima esperienza è stata a Terni. Faticavo a esprimermi. Volevo dare di più, ma non ce la facevo. E invece di aiutarmi, i compagni più anziani se la prendevano con me. Ero solo un ragazzo, non avevo gli strumenti per gestire quella situazione. Era frustrante. Mi trovavo in spogliatoio a piangere. Le lacrime uscivano da sole. Lente, sul mio viso. "Perché non mi capiscono? Cosa sto sbagliando?". Continuavo a chiedermelo.

In estate è finita la mia storia con la Fiorentina e sono andato all’Asteras Tripolīs. Sono volato in Grecia con la voglia di ripartire. Anzi, a dire la verità me lo ero imposto. “Quando tornerò in Italia, dovrò dimostrare di avercela fatta”. Pensavo di motivarmi, ma mi stavo autodistruggendo, caricandomi di aspettative inutili. E la situazione non è migliorata, anzi. Nuovo paese, non conoscevo la lingua, ero lontano da tutti. Continuavo a infortunarmi. Appena rientravo, subito un altro problema fisico. Il mio corpo non stava bene. Io non stavo bene. Ero andato lì per ripartire, avevo lasciato tutto e mi facevo sempre male. Era un incubo che si ripeteva. Incessante. Andare al campo mi pesava. Appena finivano gli allenamenti, volevo solo tornarmene a casa. Il calcio non era più il mio rifugio. Mi ricordo le voci dei fisioterapisti: “Sta sempre male, forse è meglio che smette”. Avevo solo vent’anni. Ma quando continui a sentirti dire alcune cose, finisci per crederci. Ho messo in dubbio me e il mio fisico. Mentalmente ero distrutto, morto. “Non ce la faccio più, non ce la faccio più”. Continuavo a ripeterlo a mio fratello. “Non voglio più stare qui, voglio tornare in Italia. Voglio smettere. Basta”. Buio. Ho fatto quello che mi sentivo. Sono tornato a casa e mi sono preso una pausa dal calcio. Cos’è successo dopo? Ora ve lo racconto. Vi dico solo che oggi sono contento di aver vissuto quei momenti, di aver attraversato quel malessere, di esserne uscito. E, alla fine, forse è andata bene così. In quella incertezza ho ritrovato me stesso, ho conosciuto la mia compagna, è nato nostro figlio, ho ritrovato l’amore per il pallone. Però ora voglio iniziare dall’inizio. Dal piccolo Cedric che giocava in strada in Costa d’Avorio.

RADICI – Fermi, lo vedete quel bambino. Sono io, lì con gli altri bambini del quartiere a giocare a calcio. In Costa d’Avorio l’infanzia è diversa, hai più autonomia e indipendenza. Passavo le ore con gli amici e il pallone. Pensavo solo a quello. Poi è iniziata la guerra civile. Ero piccolo, non ero del tutto consapevole della gravità della situazione. I rumori e i botti, i militari: per noi bambini era quasi un gioco. Aspettavamo solo gli adulti che ci chiamassero per il coprifuoco. Una cosa, però, la ricordo bene. Il discorso di Didier Drogba al Paese per fermare la guerra civile. Uomini e donne della Costa d'Avorio (…) oggi vi supplichiamo in ginocchio: perdonatevi... un paese in via di sviluppo come il nostro non può sprofondare nella guerra. Deponete le armi! Organizzate elezioni libere!». Quelle parole hanno fermato gli scontri. Quelle parole hanno dato un momento di pace e respiro a un popolo intero. Per quel bambino davanti alla televisione, Drogba era diventato un eroe. Un eroe per la vita.

In quel periodo i miei genitori hanno deciso di lasciare la Costa d’Avorio e venire in Italia. Volevano regalare ai loro figli una nuova prospettiva di vita. Per problemi con i documenti, non ero potuto partire con loro e i miei fratelli. Non dimenticherò mai il momento prima di andarmene. “Ci vediamo presto, tra poco torno”, ripetevo ai miei amici. Non sapevo che sarei tornato solo anni dopo. Piangevo, non volevo andarmene. Dovevo viaggiare da solo con una hostess. E avevo paura. Stavo lasciando tutto, senza sapere dove sarei andato. Ma ancora più dura è stata per i miei genitori. Si sono trovati in un nuovo paese, senza sapere la lingua e a dover mantenere nove figli. Hanno sempre cercato di nascondere le preoccupazioni e i sacrifici che erano costretti a fare. Ma anche se ero piccolo, capivo ciò che stavano facendo per noi. Io ho avuto la fortuna di incontrare amici che mi sono stati vicini e una maestra, la signora Marianna, che si è presa cura di me. Era l’insegnante di italiano, quanto mi ha seguito. Incontrare loro mi ha cambiato la vita.

PALLONE – Mamma voleva che giocassi a basket, ma io di nascosto saltavo catechismo per andare a giocare a calcio con i miei amici. Alla fine, l’ha accettato anche lei. Tutto è iniziato con un provino all’Aurora Treviso 2. Giocavo in attacco, stavo sempre fisso davanti alla porta. Nessuno mi aveva mai insegnato le regole del fuorigioco. Ci ha pensato l’allenatore, usando dei bicchieri. Poco dopo è arrivata l’Atalanta. Sembrava fatta, ma le società non hanno trovato l’accordo. Sono andato alla Fiorentina. A notarmi Renato Candier, l’osservatore viola. Un uomo speciale per me. È stato lui a venirmi a prendere per trasferirmi a Firenze. Mi sembrava di vivere un déjà vu. Io triste e da solo che salutavo i miei amici per una nuova pagina di vita. E quella pagina nascondeva un impatto traumatico. Ero abituato a stare in casa con otto fratelli, il rumore, le persone. Mi sono trovato solo in un convitto. Dopo il primo allenamento sarei voluto tornare a casa. “Mamma, non so se ce la faccio a rimanere”. “Cedric, hai preso questa decisione. Ora la porti fino in fondo”. Aveva ragione.

Piano piano è andata meglio. E sì, prima che me lo chiediate, sono stato uno dei protagonisti di “Calciatori giovani speranze”. E rispondo subito a una domanda. Lo rifarei? Sì. Questo non significa che sia stata un’esperienza positiva in tutte le sue sfumature. L’aspetto più difficile da gestire non sono state le telecamere, ma una volta che il programma era uscito. Nessuno ci aveva preparato al dopo, al successo, alla fama. Non era il nostro mondo, noi volevamo solo giocare a calcio. “Tu sei quello di Mtv”. “Mi fai un autografo”. Ecco, tutto questo non sapevamo come affrontarlo. Era tutto più grande di noi. Ma ogni esperienza aiuta. E chi mi ha incontrato negli anni successivi, ha conosciuto un ragazzo diverso. Maturo, serio, professionale.

RINASCITA - Di cos’è successo dopo Firenze, ve l’ho già raccontato. Facciamo un salto in avanti. Sono tornato in Italia, ero svincolato. Era tutto così incerto. Ma in quei mesi, sono rinato. Ho conosciuto la mia compagna. È diventata il mio rifugio. Una pausa dalla vita in cui potevo essere semplicemente Cedric. Semplicemente me stesso. Era ossigeno. Sono finito a Rieti in Serie C, c’erano alcuni miei vecchi compagni della Fiorentina. Persone che mi conoscevano. Ed era ciò che mi serviva in quel momento. A ottobre la mia compagna è rimasta incinta. Lì tutto è cambiato. Non giocavo più solo per me. Ma per lei e per nostro figlio. “Cedric, deve essere il tuo anno”. Da Rieti sono finito a Salerno. Era l’ultimo giorno di mercato. Tutto grazie a un’amichevole in cui volevano osservare Maistro, un mio compagno. Ero la quarta punta, non avevo spazio. “Se non gioco cosa sto qua a fare? Meglio se vado in C”. Ma il ds Fabiani la pensava diversamente: “Tu non hai capito. Qui ti ho portato io, sei la mia scommessa. Non vai da nessuna parte”. Quelle parole mi hanno lasciato il segno. Sono rimasto e mi sono regalato ricordi indimenticabili. La doppietta con il Venezia, la promozione, l’esordio e il primo gol in A, l’affetto di una città che non passerà mai. Grazie Salerno, mi hai accolto senza chiedermi niente. Mi hai accettato e mi hai reso uomo. E insieme abbiamo gioito.

Io che volevo smettere e avevo perso fiducia in me. Io che ero sempre infortunato e avevo deciso di fermarmi. Ma ogni cosa ha il suo tempo. La vita me lo ha insegnato. E mi sono trovato in Serie A, con una famiglia e un figlio, con l’amore e la mia passione. Incredibile. Dopo Salerno, la promozione con la Cremonese, l’anno ad Ascoli e le tre stagioni con la Reggiana. Sarei rimasto a Reggio. Era diventata casa mia. E lasciare con una retrocessione è una delle ferite più grandi che ho in me. Ma non è dipeso da me, purtroppo. E ora sono svincolato. Tanti mi chiedono quando tornerò. La verità è che non lo so nemmeno io. Io rimango sereno. È un’occasione per condividere il tempo con la mia famiglia e i miei amici che prima non ho mai avuto. Certo, il calcio mi manca. È la mia passione più grande e il fuoco in me è ancora vivo. Ho ancora tanto da dare. Con lo spirito di Rock Lee, il mio personaggio preferito di Naruto. Magari con meno talento di altri, ma con dedizione, sacrificio e passione. I valori che mi hanno permesso di continuare a credere nel mio sogno. E se l’ho fatto finora, perché smettere proprio ora?