Consapevolezze - Pavoletti: “Leo, il mare, la vita”
Fateci caso. Se rileggete uno stesso libro a distanza di anni è possibile (o probabile) che vi insegnerà qualcosa di nuovo. Vi accorgerete di una sfumatura o un dettaglio che le volte precedenti vi erano sfuggiti. Oppure non eravate in grado e non avevate ancora gli “occhi” per notarlo o comprenderlo. Perché nel frattempo anche voi siete cambiati. Non siete più la stessa persona. Siete maturati, siete stati toccati dalle esperienze, vi siete conosciuti. Conosciuti un po’ di più. E la stessa cosa capita rileggendo e riguardando la nostra vita. A seconda del momento e della prospettiva da cui la si guarda, è diversa. Non dico che sia una regola fissa per tutti, ma per me è stato così. Sia con un libro, sia con la vita. Vi racconterò di entrambi. Sono Leonardo Pavoletti. Per alcuni Pavoloso. Per altri “solo” Leo. Scrivo questa lettera in un istante del mio percorso diverso da tutti gli altri. Unico, forse. Il primo, dopo anni, senza un pallone tra i piedi. È particolare. Ma è anche utile. Utile per fermarsi e poter osservare ciò che è stato il mio viaggio. Ciò che sono stato io. Apprezzare quelle piccole grandi conquiste che nella frenesia e nella corsa quotidiana del mondo del calcio rischi di perderti o non comprendere. Come il fatto che in 5 minuti possa racchiudersi una vita intera.
CAMMINO - Ho pensato da dove iniziare queste righe. Una delle prime idee è stata il gol di Bari. Il più famoso. Riflettendoci, però, non sarebbe giusto. Sia perché, per quanto importante, c’è molto altro; sia perché, per capirlo, bisogna prima leggere il resto della storia. La storia di un “livornese di scoglio”, figlio del mare, dell’ironia e dell’anima popolare della sua città. Se ripenso alla mia vita, le prime immagini che mi vengono in mente sono di me bambino. Le partitelle in cortile con mio fratello, i miei cugini e gli amichetti del condominio. E, soprattutto, le giornate passate al circolo a giocare a tennis. Mio padre era un insegnante. E sì, il calcio non è stato il mio primo sport. Ho iniziato solo qualche anno dopo. Ciò che non è cambiato è lo sguardo di mio padre. È sempre stato un rapporto particolare il nostro. Lui, una persona affettuosa che quando si parlava di sport si trasformava. Competitivo di natura, ha sempre riposto grandi aspettative in me. Ha sempre creduto in me, anche quando io lo facevo meno. Questo, però, significava anche pressioni che all’autostima di un giovane ragazzo non sempre hanno fatto bene. Ma senza di lui non sarei mai arrivato in Serie A.
Vi racconto un episodio per farvi capire meglio. Da piccolo ero tra i più forti della squadra. Una volta adolescente, invece, gli altri crescevano, io no. Ero un giocatore normale. Bravino, ma normale. A papà questo non interessava, alzava sempre l’asticella. Un giorno, dopo le ennesime delusioni di una partita, mentre tornavano in macchina gli ho detto che forse avrei smesso, non ammettendo che in parte fosse anche per sua responsabilità. Ma proprio per volontà di non fargli provare quella amarezza, non ho smesso. Capite? Allo stesso tempo era ciò per cui avrei detto basta e ciò per cui sono andato avanti. E un po’ di strada ne ho fatta, no?
MONTAGNE RUSSE - Già, le montagne russe. La mia vita è stata un po’ così. Un fil rouge con cambiamenti a volte repentini, altre più lenti. Sempre imprevedibili. Come detto, giocavo poco. Stavo spesso in panchina. Per un ragazzo non è bello. Ma mi ha preparato a vivere e reggere situazioni che avrei incontrato anni dopo. Perché alla fine è vero, tutto serve. Ogni esperienza può essere insegnante e maestra, può donarti un tassello di vita che riscopri quando meno te l’aspetti. Ma ci torneremo.
Restiamo su quel ragazzo di 16 anni. Ero in panchina e neanche in un club professionistico, ma nell’Armando Picchi, club di Serie D. Ero in juniores. Difficile pensare di poter diventare il calciatore. In prima squadra ci sono arrivato per un gol segnato di testa, prendendo un pugno in faccia dal portiere. Quel coraggio era stato premiato. L’anno successivo ho segnato 13 gol, prendevo 300€ al mese. Mi sentivo un campione. Vedete, ero abituato alla panchina. Era tutto nuovo per me. Viareggio, Pavia e Juve Stabia. A Castellammare trovo Braglia, un allenatore che stravedeva per me. Dopo poco mi sono fatto male, la squadra andava bene. Risultato? Non ho più giocato. “Ma com’è possibile? Gli piacevo così tanto e ora non mi vuole più nella sua squadra?”. Ero giovane, non lo capivo. E non lo accettavo. A gennaio sono andato a Casale Monferrato. Sei mesi, tre gol. In C2. “Ma dove vuoi andare Leo? Forse, il tuo sogno è finito”. Fermi. Qui c’è una sliding door della mia vita. In quella frustrazione è nato qualcosa d’altro. Qualcosa di diverso. In quei giorni ho fatto un patto con me stesso: avrei reagito. Non volevo più stare così. A Lanciano avrei provato a essere un calciatore vero. Volevo crederci. O almeno provarci.
PAVOLOSO - A Lanciano ho fatto 16 gol. Potevo essere davvero un calciatore. Poi Sassuolo in B. 5 gol in tre partite, una squadra fortissima. Tutto sembrava andare per il meglio. Qualche incomprensione con l’allenatore, pochi minuti, la promozione in A e un altro prestito in B. Per loro, non ero pronto. La Serie A me la sono ripresa mesi dopo. A Sassuolo e, soprattutto, a Genova. Era inverno quando mi è arrivata la chiamata del Genoa. Inaspettata, sorprendente. Sono partito. Una città di mare che viveva di calcio, una rosa che sognava grandi obiettivi. E Gasperini in panchina. Un genio. Anche se dopo tre giorni mi massacrò davanti a tutti con un video tattico per dei movimenti sbagliati. Ero appena arrivato, era impossibile che potessi già averli imparati. Ma a lui non importava. Poi, però, è stato amore. Gli ultimi due mesi, magici. Ero il titolare di una squadra che stava conquistando l’Europa. Vincevamo. Segnavo. Eccome se segnavo. E tutto Marassi urlava il mio nome. Tra i momenti più belli della mia vita. Un bambino che viveva un sogno. Il nome scritto sulla maglia. Uno stadio che canta per te. Ero diventato Pavoloso.
CASA - Cagliari è casa. È la sensazione di aver trovato il proprio posto nel mondo e di non avere bisogno di cercare altro. Cagliari è l’unione tutta sua del popolo sardo. È l’occhio attento e penetrante della sua gente, che prima di accettarti ti deve studiare e capire. Perché una volta che entri a far parte della loro famiglia, sarai per sempre loro figlio. Ci ho passato 9 lunghi anni. Anni in cui tutto ha trovato senso, un passo alla volta. Anni che hanno raccontato e racchiuso tutto. Una prima stagione dura, in cui ho faticato a legare con la città e a creare rapporti, con ritiri punitivi e una salvezza arrivata all’ultimo. Quella successiva, fatta di gol, Nazionale e la nascita del mio primo figlio. E poi il crociato rotto due volte, i cambi di allenatore, la retrocessione. Sento ancora il buio, la tristezza, la pesantezza di quel giorno. Il silenzio. Noi seduti su un battello per tornare dallo stadio di Venezia. I compagni che piangevano. Quel senso di fallimento. Mi sentivo responsabile. Dovevo riportare il Cagliari in A.
5 MINUTI - Bari, 11 giugno 2023. Se vinciamo, torniamo in A. Non aspettavo altro, ma Ranieri mi tiene in panchina. Quella maledetta panchina, come quando ero ragazzo. Sono incazzato. Il tempo scorre, 0-0. Entro solo all’89’. Ma la vita me lo ha insegnato, ogni minuto può essere importante. Mi sono allenato per questo. Cross dalla destra, ci arrivo prima di tutti. 0-1, siamo in Serie A. Tutto riassunto in 5 minuti. 5 minuti. Ora capite perché per comprendere quel gol era necessario partire dall’inizio?
Mi è capitato di ripensarci. Ripensare al fatto che su quel pallone ci sia arrivato grazie a quel ragazzino che giovane e inconsapevole si faceva partite in panchina, viaggi in macchina con papà, che non si sentiva all’altezza. Quando ormai era un uomo, tutto è tornato. La bellezza e il significato di quella rete li ho capiti solo dopo. E non rivedendola in tv, leggendo i complimenti sui social o le pagine di giornale. L’ho fatto rivedendolo e rivivendolo con gli occhi e il cuore dei sardi. “Leo, è stato l’ultimo abbraccio con papà”. “È stata la prima volta che ho pianto con i miei figli”. Tutti si ricordavano dove e con chi fossero in quell’istante. Ogni cagliaritano, un ricordo diverso. Unico, eterno.
IL PESCATORE - Oggi sono sereno. Ho deciso di dire addio al calcio. Anche se una piccola porta la lascio ancora aperta. Chissà, non si sa mai. Ma al momento, sto bene così. È iniziata una nuova pagina della mia vita. Ogni tanto sono impaziente, vorrei già sapere come andrà, leggere il finale di quella pagina. Ma la vita mi ha insegnato ad avere pazienza. E me l’ha insegnato un libro che mi avevano regalato ai tempi di Lanciano. “Il vecchio e il mare” di Hemingway. L’ho riletto a distanza di anni. Mi è servito per comprendere che uno dei doni più preziosi che possiamo fare a noi stessi è l’imparare a vedere e apprezzare ciò che abbiamo. Spesso sprechiamo troppo tempo a preoccuparci di ciò che non c’è o che potrebbe esserci nella nostra vita, dimenticandoci del resto. E, intanto, il tempo scorre. Ho imparato a farlo. A essere un po’ come quel pescatore, nei suoi viaggi in mezzo alle onde. A vivere, perché tutto mi servirà. A rimanere me stesso, il livornese di scoglio. Con mia moglie, i miei tre figli. La mia squadra per la vita. E con il mio mare, che ora ho qua davanti in questa giornata di autunno. Io, lui e i miei pensieri. E quel ragazzino che pensava che non avrebbe fatto nulla di buono. Un po’ di pazienza, il bello arriverà. Ed è arrivato, vero Leo?