Luis De la Fuente, il costruttore della Spagna Campione del Mondo
La Spagna è tornata sul tetto del mondo dopo aver sconfitto l'Argentina nella finale del MetLife Stadium di New York. L'ultima volta era stata nel 2010 e nessuno poteva immaginare che 16 anni dopo, la storia personale del costruttore del trionfo della Roja sarebbe iniziata da un telefono che nel 2011 non squillava.
"Il mese prossimo mi chiamerà qualcuno", continuava a ripetersi Luis De la Fuente. Ma le settimane passavano e nulla cambiava. L'attuale ct spagnolo, nell'ottobre del 2011 era stato infatti esonerato dall’Alavés, club basco che all'epoca militava nella terza serie spagnola. È un momento difficile, di attesa indefinita. Nel mentre l'allenatore trascorre alcuni mesi a Lezama, il centro tecnico dell'Athletic Bilbao, per studiare Marcelo Bielsa, per provare a migliorarsi, per farsi trovare pronto se mai una chiamata fosse arrivata. "La calma è potere. La tranquillità è potere", avrebbe spiegato in conferenza stampa al Mondiale del 2026 prima della partita contro l'Uruguay. Chissà se all'epoca questo concetto lo aveva già imparato. Un anno e mezzo senza squadra fino all'occasione giusta che arriva nel maggio del 2013: la risposta a un annuncio su un foglio di giornale cambia la sua storia e quella di un intero paese. Il telefono, finalmente, squilla: è la RFEF, la federazione calcistica della Spagna; De la Fuente riparte dalle giovanili della Roja.
DE LA FUENTE: LA STORIA DI UN VIAGGIO...PAZIENTE - Luis De la Fuente non è soltanto il commissario tecnico che ha riportato la Spagna dove mancava dal 2010. È l’uomo che questa Nazionale l’ha vista nascere, l’ha accompagnata durante la sua crescita e infine l’ha portata fino al gradino più alto. Il Mondiale della Roja, infatti, non è cominciato in Nord America. È iniziato molti anni prima, proprio nei campi delle selezioni giovanili spagnole dove la carriera del 65enne è ripartita. Da quel maggio del 2013 infatti per lui inizia una vera e propria scalata, un passo alla volta. Nel 2015 vinse l’Europeo Under 19, nel 2018 i Giochi del Mediterraneo, nel 2019 l’Europeo Under 21. Poi, nel 2021, la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Tokyo. I trofei raccontano però solo una parte del suo lavoro. De la Fuente ha costruito una filosofia, selezione dopo selezione, fino a portarla alla Nazionale maggiore: "Abbiamo giocato contro una delle migliori selezioni del mondo. Ma contro avevano la miglior squadra del mondo", ha spiegato dopo la vittoria contro la Francia in semifinale. Il significato del suo percorso sta tutto qui: oltre alla bravura sul campo, agli aspetti tecnici e tattici, la sua rivoluzione è stata quella di creare una vera e propria famiglia in ogni gruppo in cui ha lavorato. Unai Simón, Cucurella, Mikel Merino, Zubimendi, Pedri, Dani Olmo, Oyarzabal sono ragazzi che ha visto crescere e in cui ha sempre creduto, anche a costo di fare alcune scelte ritenute impopolari. Si parla di De la Fuente come "costruttore" proprio perché il suo legame con molti protagonisti dell'oggi parte da lontano. Li ha visti maturare, ne ha seguito l’evoluzione tecnica e umana, ha imparato a riconoscerne qualità, caratteri e fragilità. Non ha semplicemente selezionato la Spagna Campione del Mondo. L’ha creata con pazienza anno dopo anno.
DALLO SCETTICISMO AL TRIONFO MONDIALE - De la Fuente chi? Nel dicembre del 2022, quando la Federazione gli affidò la panchina della Spagna, questa era la frase più ricorrente. Per molti il basco rappresentava quasi un passo indietro dopo un big come Luis Enrique. Non aveva allenato grandi club e non possedeva il curriculum internazionale di tanti suoi colleghi. Conosceva però meglio di chiunque altro il contesto e gli uomini che aveva a disposizione. Così ha costruito la sua Spagna, vincente sin dal primo momento. Non ha mai perso tra Europei e Mondiali: nessun allenatore con almeno quattordici presenze nelle due competizioni può vantare lo stesso rendimento. Ha portato a casa la Nations League nel 2023, l'Europeo nel 2024 e il Mondiale nel 2026. Tutto questo senza tradire la propria identità. Ha continuato a proporre il suo calcio, ad avere fiducia nei propri uomini e a non farsi travolgere dalla pressione, sempre con il "potere della tranquillità" al centro. Il Mondiale comincia con il deludente 0-0 contro Capo Verde, ma nessuna certezza viene incrinata.
Ha coinvolto chi partiva dall’inizio e chi entrava dalla panchina, ricordando continuamente che nessun successo individuale avrebbe senso senza il collettivo. Lo spiega attraverso Marco Aurelio, uno dei suoi riferimenti filosofici. "Ciò che è dannoso per l’alveare è dannoso anche per l’ape. Ognuno di noi deve pensare come una squadra, come un gruppo. Per questa Nazionale funziona, perché abbiamo persone molto valide che la compongono". E con questi principi, passo dopo passo, da quel lontano 2013 avvolto dall'incertezza, è arrivato sul tetto del mondo con la Spagna. È stata questa la sua Nazionale. Piena di talento, ma capace di muoversi come un corpo unico: nessun protagonismo ha mai superato l’obiettivo comune. Non è un semplice slogan, ma il manifesto a cui è sempre stato fedele nel suo percorso. La Spagna è di nuovo campione del mondo sedici anni dopo il Sudafrica. L’uomo tranquillo ha trasformato la calma in potere. Ha avuto ragione colui che aspettava una telefonata e che sembrava essere stato dimenticato dal calcio. Alla fine quella chiamata è arrivata. E ha cambiato per sempre la sua storia e quella della Spagna.