Dalla Bovisa allo scudetto con il Verona: la storia di Osvaldo Bagnoli

Dalla Bovisa allo scudetto con il Verona: la storia di Osvaldo BagnoliTUTTOmercatoWEB.com
Osvaldo Bagnoli
© foto di Giuseppe Celeste/Image Sport
Oggi alle 13:10Interviste e Storie
di Lorenzo Moscioni
La storia di Osvaldo Bagnoli, scomparso all'età di 91 anni. Fu l'allenatore dello storico scudetto del Verona nella stagione 1984-85

Sei il più Grande di tutti. E ci manchi già, Osvaldo”, è una parte del lungo saluto del Verona a Osvaldo Bagnoli che si è spento all’età di 91 anni.

Il più grande di tutti perché è stato l’uomo capace di rendere Verona grande, con lo storico scudetto vinto nella stagione 1984-85. Un’impresa imparagonabile e quasi irripetibile nel calcio italiano: i gialloblù sono la prima e unica squadra di città non capoluogo di Regione a vincere il campionato nella Serie A a girone unico.

LA CARRIERA DA GIOCATORE - Osvaldo Bagnoli è nato a Milano nel 1935 ed è cresciuto nel quartiere della Bovisa, in un ambiente operaio e popolare che segnerà in modo radicale il suo modo di vivere il calcio e la vita. Si tratta di un ambiente lontano da come ci immaginiamo oggi il calcio: Bagnoli, prima di diventare calciatore professionista, lavorò anche come operaio. Umiltà, serietà e sobrietà saranno sempre tratti distintivi della sua personalità.

Cresciuto nel settore giovanile del Milan, ha esordito nella metà degli anni ‘50 e ha vinto anche uno scudetto con i rossoneri. Nel 1957 si trasferì al Verona, restando con i gialloblù fino al 1960: sarà il primo passaggio che lo legherà per sempre a Verona. Ha poi sviluppato il resto della carriera da giocatore tra Udinese, Catanzaro, SPAL e Verbania

IN PANCHINA - È però dalla panchina che Bagnoli lascia un segno indelebile nella storia del calcio italiano. Iniziò con la Solbiatese nel 1973, poi Como, Rimini, Fano e Cesena. Nel 1981 torna a Verona come allenatore, iniziando un ciclo irripetibile e destinato a entrare nella leggenda. Il percorso è straordinario: nel 1981-82 ottenne la promozione in Serie A, mentre nella prima stagione in Serie A il Verona chiuse quarto per arrivare in finale di Coppa Italia la stagione successiva.

IL TRICOLORE - Nel 1984-85 arrivò lo scudetto storico, una delle più grandi imprese del calcio italiano. ll Verona scudettato era una squadra costruita sull’organizzazione e sulla forza del gruppo. Bagnoli giocava con un 532 che riusciva ad esaltare le caratteristiche di ogni calciatore: l’esempio più importante è quello di Hans-Peter Briegel, spostato in mediana e diventato uno dei simboli della squadra, chiudendo il campionato con 9 gol. Univa un calcio tradizionale, in cui la solidità e l'equlibrio difensivo erano centrali, alla capacità di ribaltare rapidamente l’azione con verticalizzazioni moderne in modo da arrivare in porta con pochi passaggi. I numeri raccontano la stagione: solo 19 gol subiti in 30 partite e migliore difesa. Il grande merito di Bagnoli fu anche quello di valorizzare quei giocatori che non avevano trovato spazio in altre realtà, come Garella, Marangon, Volpati, Tricella, Fanna, Di Gennaro. Questi erano i segreti del “Mago della Bovisa”.

GENOA E INTER - Dopo nove stagioni alla guida dell’Hellas lasciò il Verona nel 1990 dopo la retrocessione in Serie B. Bagnoli firmò con il Genoa: anche in Liguria ottenne un obiettivo di grande valore, raggiungendo con il quarto posto e la qualificazione europea. L’highlight di quella esperienza fu l’eliminazione del Liverpool in Coppa UEFA nel 1991-92, in un percorso che si fermò solo alle semifinali contro l’Ajax. Nel 1992 arrivò la chiamata dell’Inter. La prima stagione in nerazzurro fu positiva chiudendo al secondo posto dietro al Milan di Capello, mentre nella seconda stagione le cose furono pù complicate. Nel febbraio 1994 venne esonerato, soltanto per la seconda volta in carriera. Anche il presidente dell'Inter, Ernesto Pellegrini, dell’epoca lo considerò un errore: “Dopo trent’anni posso ammettere, per la prima volta, di avere sbagliato a esonerare Bagnoli, una persona per bene e un grande allenatore”. 

Nonostante i soli 59 anni decise di chiudere la carriera e non tornare più in panchina, rifiutando diverse offerte. Una scelta coerente con il suo carattere: lontano dai riflettori e fedele ai suoi valori.