Da Mourinho a Ronaldo passando per lo Scudetto, Vulcano: “Ora sono pronto alla mia panchina”
Il viaggio è partito da una folgorazione: “Da ragazzino lessi la storia di Villas-Boas, collaboratore di Mourinho, e mi fiondai a cercare tutto il materiale disponibile”. Luciano Vulcano ha capito così che da grande avrebbe voluto fare l’allenatore. Anni di studio matto e disperatissimo: pagine e pagine in portoghese e spagnolo scritte da Mou, dal suo storico vice Rui Faria e dal maestro Frade - “vivevo col traduttore in mano per capirle” – hanno ispirato le sue scelte e la sua tesi – la migliore del corso – al Master UEFA Pro di Coverciano.
Vulcano è stato match analyst di Verona e Inter, poi assistente di Pioli: la Fiorentina di Chiesa, il Milan dello Scudetto, l'Al Nassr di Ronaldo. Infine la Premier: da vice, al Sunderland, ha contribuito alla qualificazione in Europa League. E ora, a trentotto anni, è pronto al grande salto: "Ho studiato le lingue, la comunicazione, la gestione del gruppo e del self. Da collaboratore e da vice ho lavorato con campioni e ho imparato molto: oggi mi sento un primo allenatore e aspetto la panchina giusta per cominciare". Dove? "Ho parlato con vari club in Italia e in Inghilterra, voglio fare la scelta giusta", racconta a GianlucaDiMarzio.com.
NELLO STAFF DI PIOLI GRAZIE (ANCHE)... A UN LIBRO - La sua è la storia di idee e intuizioni vincenti. Tattiche e non solo. Ha conosciuto la Serie A prestissimo, ancor prima di laurearsi: “Studiavo Scienze Motorie e allenavo nel settore giovanile del Varese. L’ultimo anno di università si è aperta una posizione in stage da match analyst del Verona di Mandorlini e Toni e l’ho presa”. Dopo il Verona è arrivata l’Inter. De Boer, Mancini e poi Pioli. “A Stefano un Natale ho regalato un libricino scritto da me sulla periodizzazione tattica. Gli era piaciuto molto e da quel momento siamo entrati in sintonia: quando è andato alla Fiorentina mi ha chiesto di seguirlo e, per la prima volta, anziché lavorare come match analyst per il club, sono entrato a far parte di uno staff tecnico come collaboratore”.
LA 13 DI ASTORI - Il matrimonio con Pioli ha funzionato benissimo. Fiorentina, Milan, Al Nassr. Tanti campioni – da Ibra a Ronaldo – e mille ricordi. Alti, bassi: emozioni intense. Il primo anno a Firenze è stato segnato dalla morte di Davide Astori: “In quel momento sono calate tante maschere, tanti veli comunicativi, tra staff, calciatori e membri del gruppo. Ci siamo ritrovati uniti nel dolore e sono emersi grandi valori umani, ci siamo fatti forza a vicenda”. Vulcano ha gli occhi lucidi, prende una pausa. "Mi vengono i brividi. Davide era sempre con noi: portavamo la sua numero 13 ovunque come uno stendardo, la appendevamo in spogliatoio, ascoltavamo le sue canzoni prima di ogni partita. Una era in croato, la condivideva con Badelj: ho ancora quella playlist sul telefono. Questi semplici gesti erano diventati per noi un rituale prima di andare in battaglia per una causa superiore".
UMANITÀ E LEADERSHIP - Comunicazione, empatia: i cardini della filosofia di gestione di Vulcano. "I giocatori hanno bisogno di essere compresi”, ci spiega. “Noi allenatori dobbiamo fare il primo passo e mostrarci umani nei loro confronti, affinché loro possano aprirsi con noi. Ancelotti è maestro in questo: “Un conto è l’allenatore, un conto è Carlo. Puoi essere arrabbiato con l’allenatore, poi però c’è la persona e si va oltre”. Cerco un rapporto franco con i ragazzi: preferisco affrontare un hard talk subito, prima che diventi un problema più grande. Mi piace entrare in sintonia con loro. Con i leader e ancor di più con i ragazzi che stanno ancora costruendo la loro leadership”. Altra parola chiave. Secondo Vulcano, “ogni calciatore oggi è leader di se stesso. Si dice spesso che i giocatori di oggi sono diversi da quelli di una volta. Ed è vero, sono diversissimi: oggi hanno molta più responsabilità. La complessità del calcio è diventata enorme, ogni ragazzo è circondato da professionisti: fisioterapisti, preparatori, match analyst privati. Un allenatore deve accogliere questo lavoro extra degli atleti e completarlo".
DIETRO LE QUINTE DI UN GOAT (CHE VALE PER TUTTI E TRE I PAR SU CRISTIANO) - A proposito di leader, Vulcano ha lavorato con Cristiano Ronaldo e Zlatan Ibrahimovic: “Ibra alzava il livello di ogni allenamento. Chiamava palla di continuo, provocava tutti - staff incluso. Conosceva il valore del nostro lavoro: quando provocava lo faceva con rispetto. Era incalzante, uno stimolo continuo”. E poi Cristiano, con cui Vulcano ha condiviso una stagione all’Al Nassr: “Il GOAT… sono stato testimone della sua grandezza. Di lui ti colpisce tutto, ma se devo scegliere dico due cose. La prima è prettamente calcistica: il tempismo, senza senso. Lo vedi fermarsi per un secondo: si isola, entra in una bolla per percepire dove potrebbe arrivare il pallone. Pensi: “Ma poi ce la fa ad arrivare in tempo?”. Sì, ci arriva e segna”.
E la seconda? “L’uomo e il professionista. In aereo sedevo dietro di lui, in viaggio parlavamo spesso: se si sente protetto, è una persona molto espansiva. In allenamento notavo che calciava con il piede d’appoggio ben più vicino al pallone rispetto alla norma: “Cris, mi spieghi?”. “Certo, lo faccio per avere più controllo sul bacino: se devo cambiare l’angolo all’ultimo, riesco a farlo meglio”. Wow. Poi mi ha spiegato l’evoluzione della sua corsa. Oggi ha una corsa un po’ robotica, meno naturale, più da centometrista che da calciatore: “Ho studiato e mi ha aiutato a mantenere velocità con il passare degli anni”. Eccezionale. È il migliore perché ha scavato più a fondo di tutti, conosce ogni dettaglio di ciò che fa”.
ARABIA E INGHILTERRA: ESPERIENZE CHE RESTANO - L’esperienza in Arabia ha aiutato Vulcano a conoscere una nuova cultura: “Viaggiare connette alle persone. In Arabia mi sono spogliato di tanti pregiudizi costruiti per mancanza di conoscenza. Ho vissuto con grande rispetto e trasporto emotivo: ti alleni a orari diversi e organizzi la giornata per permettere ai ragazzi di vivere secondo la loro cultura. Ho imparato quelle trenta, quaranta parole di arabo per avvicinarmi ai calciatori locali: le lingue hanno una forza evocativa enorme. Ricordo che De Boer all’Inter parlava con il traduttore e spesso i suoi messaggi perdevano intensità”.
Vulcano, che oltre all’italiano parla inglese e spagnolo, continua a studiare: “Qui in Inghilterra ho un professore privato per migliorarmi sempre. Nell’ultima stagione al Sunderland mi è stato chiesto di portare il mio approccio tattico, ‘italiano’, su una struttura già solida. Il club ha costruito una squadra forte: Xhaka è un campione e in Italia sarebbe titolare ovunque, Alderete era vicino alla Roma, Brobbey era un nostro obiettivo al Milan. La qualificazione in Europa League è meritata e l’esperienza inglese mi resterà dentro”.
Non a caso, il suo viaggio da primo allenatore potrebbe partire proprio da lì: “Lascio aperte tutte le porte: guardo al progetto. Mi piacciono le squadre aggressive, organizzate e capaci di valorizzare i propri giocatori. Oggi un allenatore deve ottenere risultati, ma anche contribuire alla crescita del club. Per questo sto aspettando la sfida giusta: non una panchina qualsiasi, ma una squadra con cui costruire qualcosa".