Dalle certezze di Inzaghi e un’impronta più europea: così Chivu ha cambiato l’Inter

Dalle certezze di Inzaghi e un’impronta più europea: così Chivu ha cambiato l’InterTUTTOmercatoWEB.com
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Ieri alle 22:30Interviste e Storie
di Gianluca Monaco
A due anni di distanza da quello della Seconda Stella, l’Inter torna a vincere lo Scudetto: cos’è cambiato con l’arrivo di Chivu in panchina

13 panchine per arrivare, 35 per alzare il primo titolo da allenatore di una Prima Squadra: Cristian Chivu vince lo Scudetto alla sua prima stagione intera e lo fa eliminando lo scetticismo di tifosi e addetti ai lavori della scorsa estate. Il quadriennio di Inzaghi, terminato con la sconfitta in finale di Champions League dello scorso 31 maggio, si è costruito su basi solide e un'identità ben definita che ha portato risultati importanti.

3-5-2, centrocampo tecnico e brevilineo ed esterni sempre pronti ad attaccare l'area avversaria: da qui è ripartito Cristian Chivu. Lui stesso ha più volte ammesso: "Arrivato qua non ho voluto rivoluzionare nulla, bensì dare continuità toccando alcuni tasti giusti a livello mentale e apportando qualche modifica nella strategia di gioco".

CHIVU E INZAGHI, I PUNTI IN COMUNE - Con una rosa rinforzata, ma non stravolta, l'allenatore romeno ha scelto di dare continuità al gruppo, e ai principi, che nel quadriennio precedente hanno portato uno scudetto, due Coppa Italia e tre Supercoppe. E quindi sin dal Mondiale per Club, all'esordio sulla panchina nerazzurra, Chivu sceglie la difesa a 3 e le due punte.

La Thu-La al centro dell'attacco, Dumfries e Dimarco con licenza di spingere, Bastoni come regista aggiunto e Hakan Calhanoglu fulcro del gioco: l'Inter parte, o meglio riparte, così. Il dubbio, dopo la finale persa a Monaco, è sempre lo stesso: dare continuità o rivoluzionare tutto? L'estate, nelle scelte della dirigenza (Marotta, Ausilio e Baccin) rivela subito le intenzioni: mantenere lo "status quo".

I PRIMI CAMBIAMENTI - Sin da subito, pur senza rivoluzionare il sistema di gioco, Chivu ha cercato di dare un'impronta più europea alla squadra, portandola a pressare più alto e ad avanzare la linea di diversi metri. Per dare un'idea, secondo le statistiche fornite da Opta Analyst per la sola Champions League, il PPDA (Passes Per Defensive Action - la metrica che misura l'intensità di pressione) è sceso da 16.3 a 11.0. Più il dato scende, meno passaggi una squadra concede a quella avversaria: un delta di 5.3 indica una maggiore aggressività in favore dell'Inter di Chivu.

Nonostante questo tentativo di "europeizzazione", i risultati hanno dato ragione per ora a Simone Inzaghi: nei 4 anni con l'allenatore di Piacenza l'Inter è andata due volte in finale di Champions League, una volta ai quarti e una agli ottavi. Con Chivu le cose sono andate decisamente peggio, data la sorprendente eliminazione ai playoff contro il Bodo/Glimt.

I SINGOLI - Dal punto di vista dei giocatori, invece, i cambiamenti più importanti sono stati due: fuori Acerbi e dentro Akanji; fuori Mkhitaryan e dentro Zielinski. Il centrocampista polacco con Inzaghi ha giocato poco e si è spesso infortunato. In questa stagione, prendendo in prestito un termine dallo sport americano, è il Most Improved Player (giocatore più migliorato) della squadra . Mezzala o vertice basso al posto di Calhanoglu, la sua crescita nel rendimento è stata fondamentale nel portare l'Inter alla vittoria finale. 

E poi Pio Esposito. Cresciuto con Chivu nelle giovanili, il centravanti classe 2005 è rimasto in nerazzurro dopo una stagione da capocannoniere in Serie B a La Spezia e, complice la flessione di Thuram a metà stagione, ha trovato sempre più spazio. Gol, assist e un grande lavoro spalle alla porta gli hanno fatto conquistare anche la Nazionale in breve tempo. Se con Inzaghi le punte cosiddette "di riserva" avevano portato poco negli anni, con Chivu è stata proprio la completezza del reparto offensivo (LautaroThuramPio Esposito e Bonny) a rendere i nerazzurri il miglior attacco della Serie A.

GESTIONE E COMUNICAZIONE - Se i cambiamenti sul campo sono stati diversi, ma hanno comunque tenuto conto dell'importanza del passato e del darvi continuità, il vero e proprio punto di rottura è arrivato dal punto di vista della gestione dello spogliatoio e della comunicazione. 

Chivu ha infatti da subito ammesso la volontà nel trovare uno stile comunicativo più moderno e meno polemico. L'allenatore nerazzurro ha spesso dichiarato di non voler parlare di arbitri, né commentare gli episodi. Una priorità: il campo e i giocatori. In diverse conferenze stampa, o interviste pre-partita, l'allenatore nerazzurro ha elogiato il gruppo sia dal punto di vista tecnico sia soprattutto da quello umano, sottolineandone le abilità caratteriali per la reazione dopo le delusioni scorsa stagione. 

Anche nella gestione dei singoli alcune cose sono cambiate. Un esempio importante riguarda per esempio Federico Dimarco, che con Inzaghi usciva puntualmente al 60'. All'ex allenatore nerazzurro spesso si imputava il fatto di decidere le sostituzione prima della partita, senza considerare le esigenze della squadra all'interno dei 90 minuti. E questa è stata sicuramente una forza nella gestione delle tre competizioni, ma con Chivu il discorso è cambiato: occhi sulla partita e scelte fatte in base a quello che dice il campo.

Nonostante la continuità, sono dunque tanti i cambiamenti portati dall'allenatore romeno in questa stagione. "Sono finiti i tempi delle migliori difese che vincono i campionati", ha spiegato Chivu alla vigilia di Torino-Inter (34a giornata). Una frase che riassume tutte le novità che ha portato dal suo arrivo: un gioco più offensivo ed europeo, rinunciando alla speculazione, e un intento chiaro, quello di avere una comunicazione diretta e volta a un'evoluzione culturale, di cui sembra avere tanto bisogno il calcio italiano.