Il Teorema di Akanji: da occasione di mercato a costante dello Scudetto

Il Teorema di Akanji: da occasione di mercato a costante dello ScudettoTUTTOmercatoWEB.com
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Ieri alle 23:00Interviste e Storie
di Simone Bianchi
Arrivato come occasione di mercato, Manuel Akanji ha conquistato l'Inter. Leader silenzioso, ha risolto il problema nella difesa di Cristian Chivu

Quanto fa 67 x 24? Nessuno sforzo. Non c'è bisogno nemmeno di chiudere gli occhi e cercare nel vuoto, provando a fare i calcoli a mente. La risposta si presenta da sola. In un battito di ciglia. Un po' come quando un attaccante entra in area e, convinto di aver spostato il pallone quanto basta per liberare il tiro, si trova davanti Manuel Akanji. Informazione processata, pericolo sventato. E la stessa facilità con cui lo svizzero risolverebbe operazioni matematiche si può ritrovare nel modo in cui si è integrato in orbita Inter.

Dopo 136 presenze, due Premier League e la Champions League vinta nel 2023 in Turchia proprio contro i nerazzurri, Akanji lascia il Manchester City di Guardiola, che decide di tornare alla difesa a quattro. L'ha corteggiato anche il Milan, ma lui ha scelto l'Inter. Un acquisto last minute, figlio dell'occasione di mercato piuttosto che di una vera programmazione tecnica. Un giorno dopo il blackout con l'Udinese, atterra a Linate. Dodici giorni dopo, e con soli due allenamenti nelle gambe, viene schierato titolare contro la Juventus. Da lì, diventa perno della difesa di Cristian Chivu. Centrale, braccetto, e all'occorrenza anche mediano. 

PROBLEMA DIFESA - Se da una parte Alessandro Bastoni rappresentava la certezza, il resto del reparto difensivo non dava garanzie. Bisseck per i (troppi) errori nei momenti cruciali, Acerbi - De Vrij per pura questione anagrafica. E con Pavard ormai al Marsiglia, serviva qualcuno che coprisse i buchi. E qui entra in gioco proprio Akanji, che sposa la visione di Chivu di una difesa più fluida, all'interno di un sistema di gioco che richiede più verticalità. Meno caos, più calcolo. Per dimenticare dubbi e blackout improvvisi. Impostazione e semplicità, per un nuovo leader di reparto che non ha bisogno di alzare la voce per farsi sentire.

DUTTILITÀ - E se la duttilità è spesso rifugio per chi non ha un ruolo definito (come Diouf, per rimanere in tema), per Akanji è stata l'arma definitiva. Arrivato per fare il braccetto di destra, Chivu ha saputo spostarlo sulla "scacchiera" con mosse degne di Magnus Carlsen. Centrale dopo l'infortunio di Acerbi, ma all'occorrenza anche mediano (ruolo già ricoperto al City con Guardiola) nel 5-4-1 schierato nei minuti finali per blindare la difesa e combattere i cali di tensione. Ruoli in cui ha sempre performato ai massimi livelli.

LEADERSHIP - Ridurre Akanji solamente a un difensore polivalente, però, sarebbe un errore. Dietro la freddezza analitica che mostra in campo, infatti, c'è un carattere d'acciaio. Mai una dichiarazione sopra le righe, mai un urlo verso un compagno dopo una disattenzione. È più facile vederlo indicare la posizione corretta con la serenità di chi sta già processando l'azione successiva. Una leadership silenziosa, che ha permesso a Chivu di dormire sogni tranquilli. Un cittadino del mondo che, ancora prima di disfare le valigie a CityLife, aveva già capito Milano e i suoi ritmi infernali.

Il 21° Scudetto dell'Inter, insomma, porta diverse firme. Quella di 'caschetto' Chivu, capace di rivitalizzare una squadra spenta; quella di capitan Lautaro, sempre più anima e recordman; quella del 'Mago' Zielinski, tornato a dipingere calcio. Ma attenzione a non dimenticare Emmanuel Obafemi Akanji. Il ragazzo di Wiesendangen con le treccine che, arrivato quasi per caso in una sera di fine estate, è diventato in pochi mesi la costante di un'equazione vincente. Perché, in fondo, il calcio è semplice: basta saper fare bene i conti. Per la cronaca, 67 x 24 fa 1608

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