Ti ricordi di...Vincenzo Iaquinta, dalla Serie D al tetto del mondo: “Ogni tanto penso a dove sono partito e dove sono arrivato”

Ti ricordi di...Vincenzo Iaquinta, dalla Serie D al tetto del mondo: “Ogni tanto penso a dove sono partito e dove sono arrivato”TUTTOmercatoWEB.com
© foto di Filippo Gabutti
Oggi alle 09:30Interviste e Storie
di Carlo Mignolli
Dai campi di provincia alla Coppa del Mondo, passando per l'Udinese di Spalletti e la Juventus: l'ex attaccante ripercorre la sua carriera, i sacrifici della famiglia, l'emozione del gol al Ghana e il ritorno a Cutro da campione del mondo

Sono le 22:40 del 9 luglio 2006. Fabio Grosso prende la rincorsa dal dischetto: bastano pochi secondi per consegnare l’Italia alla storia. Una nazione intera trattiene il fiato, mentre ventitré uomini sono a un passo dal coronare il sogno di una vita. Chissà cosa passa nella testa di Vincenzo Iaquinta in quell’istante. Nato a Crotone il 21 novembre 1979 e cresciuto calcisticamente nel Reggiolo, l’attaccante calabrese ha costruito la propria carriera un passo alla volta, dalla Serie D alla Champions League e il Mondiale. Partito dalla Calabria e cresciuto sui campi di provincia, Iaquinta si è ritrovato sul tetto del mondo, senza dimenticare le proprie radici. Nella nuova puntata di “Ti ricordi di…”, l’ex attaccante ripercorre le tappe più intense del suo viaggio: i sacrifici della famiglia, l’accoglienza ricevuta a Cutro dopo il trionfo in Germania, i campioni incontrati e il calcio di oggi. Fino alla scelta di non diventare allenatore dopo il ritiro, per dedicarsi alla famiglia.

LE RADICI CALABRESI E LA GAVETTA A REGGIOLO - La sua storia comincia lontano dai grandi stadi. Iaquinta nasce a Crotone, mentre i genitori sono originari di Cutro. Dopo appena quattro mesi, però, lascia la Calabria per raggiungere il Nord, dove mamma e papà si sono trasferiti per lavorare. A Reggiolo, in Emilia-Romagna, trascorre l'infanzia e muove i primi passi nel calcio. È lì che comincia tutto, in una famiglia che ha dovuto fare sacrifici per costruirsi un futuro: “Come accadeva spesso all’epoca, molti emigravano verso il Nord in cerca di lavoro. Mio padre aveva trovato casa a Reggiolo, ma l’abitazione era molto umida, così i miei genitori decisero di tornare in Calabria per permettermi di nascere lì. Era novembre e faceva molto freddo, quindi scelsero di lasciarmi al Sud, affidandomi alle cure di mia nonna per i primi quattro mesi. Poi, a marzo, mi raggiunsero e mi portarono con loro al Nord”, dichiara a Gianlucadimarzio.com.

Il calcio entra presto nella sua vita. A sedici anni c'è anche una parentesi negli Allievi Nazionali del Brescia, che vorrebbe trattenerlo, ma gli accordi con il Reggiolo non vanno a buon fine. Iaquinta torna così nella squadra in cui è cresciuto e si ritrova aggregato alla prima squadra, in Serie D. Un passaggio che, col senno di poi, si rivelerà fondamentale: “A sedici anni, per me è stato molto più formativo giocare in Serie D piuttosto che nel campionato Primavera. Affrontare già a quell’età calciatori con esperienza, che avevano militato anche ad alti livelli nel professionismo, mi ha permesso di crescere, maturare e farmi le ossa. È stata un’esperienza che si è rivelata un grande vantaggio per il prosieguo della mia carriera”.

Nessuna scorciatoia, nessuna certezza di diventare un calciatore importante. Solo la voglia di migliorare, senza immaginare quanto lontano lo avrebbe portato quel percorso: "Non ho mai pensato di poter arrivare a giocare ad alti livelli. Sono sempre stato un calciatore cresciuto gradualmente, migliorando nel tempo e facendo un passo alla volta".

DAL PADOVA AL CASTEL DI SANGRO: IL SALTO IN SERIE B - Il primo cambio di prospettiva arriva quando il direttore sportivo del Padova Piero Aggradi lo nota in Serie D. Il Castel di Sangro, allora in Serie B, lo acquista e lo lascia in prestito al Reggiolo fino al termine della stagione. Ma nel mercato di gennaio si inserisce proprio il Padova, che lo prende a sua volta in prestito: “Dalla Serie D, nel giro di una settimana, mi sono ritrovato titolare in Serie B con il Padova, riuscendo anche a segnare al debutto. Da lì è iniziato un percorso positivo: quindici presenze e tre gol, a soli diciotto anni. È arrivata poi la prima convocazione in Under 21, con Tardelli come commissario tecnico. In quel momento ho iniziato a rendermi conto delle mie potenzialità e a capire che avrei potuto fare qualcosa di importante”.

La prima porta si apre, ma la gavetta non è finita. Iaquinta passa due stagioni al Castel di Sangro, in Serie C1, prima di arrivare all'Udinese. Il calcio professionistico gli ha dato una possibilità, non ancora un posto tra i protagonisti. Quello dovrà conquistarselo.

L'UDINESE DI SPALLETTI E LA NOTTE DEL PANATHINAIKOS - Udine è uno dei passaggi decisivi della sua carriera, ma non tutto comincia nel migliore dei modi. Iaquinta è giovane, deve adattarsi a un livello superiore e nei primi due anni fatica a trovare la propria dimensione: “Quando sono arrivato in Friuli ero ancora giovane e un po’ acerbo. Nei primi due anni ho incontrato qualche difficoltà, ma avevo un carattere che non mi permetteva di mollare. Avevo tanta voglia di migliorarmi e cercavo sempre di prendere esempio dai giocatori più bravi di me in quel momento, come Muzzi, un attaccante straordinario”.

Poi arriva Luciano Spalletti. Ed è qui che Iaquinta individua la svolta più importante della sua esperienza friulana. Non soltanto per i risultati raggiunti dalla squadra, ma per la fiducia ricevuta e per il modo in cui l'allenatore gli insegna a sfruttare le proprie caratteristiche: “Spalletti ha rappresentato una svolta importante per me, mi ha cambiato. Ho capito quanto credesse nelle mie capacità e questo mi ha dato ancora più motivazione per continuare a migliorarmi. Ha costruito un’Udinese straordinaria, siamo arrivati quarti in campionato, conquistando l’accesso ai preliminari di Champions League. Avevamo una squadra di grande valore: in attacco c’eravamo io, Di Natale e Di Michele, ma anche giocatori del calibro di Jankulovski, Muntari e Pizarro”.

Di Spalletti ricorda soprattutto il calcio verticale, la ricerca continua della profondità e la capacità di coinvolgere gli attaccanti anche nei movimenti senza palla. Un'idea che gli permette di diventare più incisivo e di esprimere qualità che fino a quel momento non erano emerse del tutto: “Se il pallone veniva giocato all’indietro, Spalletti si arrabbiava: voleva sempre la verticalizzazione. Ricordo che mi chiedeva di attaccare la bandierina del calcio d'angolo, allargandomi fuori dall’area, perché in questo modo la difesa avversaria era costretta a spostarsi, creando spazio per gli inserimenti degli altri centrocampisti e dell’altro attaccante esterno. Per me Spalletti è stato un vero genio”.

L'Udinese arriva così a giocarsi l'accesso alla Champions League contro lo Sporting Lisbona. Iaquinta segna nella gara d'andata, vinta 1-0, e poi firma una doppietta al ritorno. È il momento in cui il calcio europeo smette di essere soltanto un sogno lontano: “Poi è arrivata la musica della Champions League e, in quel momento, ho capito di aver raggiunto un livello importante”.

La fase a gironi regala un'altra notte da ricordare: quella contro il Panathinaikos, in cui Iaquinta segna tre gol. Un attaccante che pochi anni prima giocava in Serie D si ritrova protagonista in Europa. Ma il pensiero, quando ripensa a quel periodo, torna anche al livello del campionato italiano e ai giocatori che affrontava ogni settimana: “All’epoca, anche quando affrontavi le squadre cosiddette provinciali, trovavi giocatori di grande qualità. Oggi, invece, questa cosa si vede molto meno, perché il livello complessivo della Serie A si è notevolmente abbassato”.

IL GOL AL GHANA E IL SOGNO DIVENTATO REALTÀ - Nel 2006 arriva la convocazione di Marcello Lippi per il Mondiale in Germania. Iaquinta entra in campo nella gara d'esordio contro il Ghana e segna. Per lui non è soltanto una rete importante in un torneo prestigioso: è il momento in cui il percorso fatto fino a quel giorno assume un significato diverso: “Quando mi guardo indietro, penso al percorso che ho fatto e a quanta strada sono riuscito a percorrere. Debuttare a un Mondiale, segnare un gol e poi riuscire a vincerlo rappresentano per me un motivo di grande orgoglio e una soddisfazione indescrivibile. Ogni tanto ripenso a tutto questo e mi chiedo se sia davvero successo. In fondo, resta ancora un sogno, ma un sogno che ho avuto la fortuna di vedere realizzato”.

Nel ricordare quel gol, Iaquinta torna subito alla famiglia. Ai genitori, ai sacrifici fatti per lui e a quelli affrontati personalmente per inseguire il calcio. La gioia per la rete lascia spazio a un'emozione più profonda, che si legge anche nelle immagini di quel momento: “Quando vivi momenti così belli, il pensiero va subito ai tuoi genitori e ai sacrifici che hanno fatto, ma anche a quelli che hai affrontato personalmente, alla tua famiglia e ai tuoi figli. Ti tornano in mente tantissimi ricordi ed emozioni che è difficile trattenere. Infatti, quando ho segnato, mi sono portato le mani sul volto: avevo una grande emozione e mi veniva da piangere”.

Quella Nazionale, racconta, aveva anche un segreto nello spogliatoio: la sintonia tra giocatori che sapevano prendersi in giro e alleggerire la tensione. Tra quelli che facevano ridere di più c'erano Gattuso e Pirlo: “Erano loro due a farci ridere di più. Si prendevano in giro dalla mattina alla sera, tra battute e scherzi continui. Ed è bello anche questo, perché riuscire a creare un gruppo in cui si ride e si scherza significa che c’è una grande sintonia tra tutti”.

Lippi riuscì a mettere insieme personalità diverse e percorsi differenti. Non soltanto i nomi delle grandi squadre, ma anche calciatori cresciuti lontano dai riflettori e arrivati al Mondiale dopo una lunga gavetta: “Di solito, quando costruisci una squadra, da allenatore tendi a scegliere giocatori che militano nei grandi club. All’epoca, invece, in Nazionale c’eravamo io, Barone, Grosso, Toni e Gilardino: giocavamo tutti in squadre di provincia. Eppure Lippi è riuscito a creare un gruppo straordinario e a costruire una squadra eccezionale”. Poi arriva quella notte del 9 luglio. L'Italia batte la Francia ai rigori e diventa campione del mondo. Iaquinta è parte di una squadra entrata nella storia, ma il suo racconto non si ferma alla Coppa alzata a Berlino. Perché dopo la vittoria c'è un ritorno a casa che non dimenticherà mai.

IL RITORNO A CUTRO DA CAMPIONE DEL MONDO - Iaquinta torna a Cutro insieme alla moglie e ai due figli. All'aeroporto trova i vigili ad aspettarlo, poi la scorta lo accompagna fino al paese d'origine dei genitori. È lì che si rende conto di quanto quel trionfo abbia coinvolto anche chi lo ha seguito da lontano: “Quando sono arrivato a Cutro, non riuscivo a credere ai miei occhi: c’era una quantità impressionante di gente. Ricordo persino le signore più anziane che battevano i pugni sui vetri (ride, ndr). È stata un’emozione unica. Tornare nel proprio paese d’origine e trovare così tante persone ad accoglierti, da campione del mondo, è qualcosa di indescrivibile”.

Il ricordo è ancora vivido. I festeggiamenti, infatti, non si erano esauriti con il suo arrivo: ogni giorno c’era qualcuno ad attenderlo fuori dalla sua casa al mare. Iaquinta cercava anche di ritagliarsi qualche momento di privacy, ma la popolarità conquistata dopo il Mondiale rendeva difficile persino allontanarsi in barca: “Avevo una casa al mare e ogni giorno trovavo gente fuori dal cancello, dalla mattina alla sera. Dopo qualche giorno sentivo il bisogno di avere un po’ di privacy, così prendevo la barca e mi allontanavo dalla costa. Ma c’era chi arrivava persino a inseguirmi a nuoto. È stata una cosa incredibile”.

LA JUVENTUS, NEDVED E L'AMMIRAZIONE PER BUFFON - Dopo un'altra stagione positiva a Udine, nel 2007 arriva la Juventus, appena tornata in Serie A dopo la retrocessione. Un altro spogliatoio pieno di campioni, un altro ambiente in cui misurarsi con giocatori che aveva già incrociato in Nazionale: “Dopo il Mondiale sono rimasto un altro anno a Udine, dove ho continuato a fare bene. Poi, nella stagione successiva alla promozione dalla Serie B, è arrivato il trasferimento alla Juventus. Un’opportunità straordinaria, che mi ha permesso di compiere un ulteriore salto di qualità nella mia carriera e di confrontarmi con una realtà di altissimo livello”. 

Tra i giocatori che lo hanno colpito maggiormente durante l’esperienza alla Juventus, Iaquinta indica senza esitazioni Pavel Nedved. A impressionarlo non erano tanto le parole, quanto il modo in cui il centrocampista ceco interpretava il proprio ruolo all’interno della squadra. La sua era una leadership silenziosa, fatta soprattutto di impegno, determinazione e atteggiamento sul terreno di gioco: “Non parlava mai, era un leader silenzioso. Si faceva sentire direttamente in campo, dimostrando con i fatti il proprio valore. Era impressionante”.

Poi c’è Buffon, un portiere che Iaquinta aveva già avuto modo di apprezzare durante l’esperienza in Nazionale, ma che riuscì a sorprenderlo ulteriormente anche nella quotidianità degli allenamenti alla Juventus. A colpirlo erano soprattutto i riflessi, la reattività e la naturalezza con cui riusciva a neutralizzare anche le conclusioni più potenti. Un talento fuori dal comune, capace di lasciare a bocca aperta persino i suoi stessi compagni: “Quello che avevo visto fare a Buffon durante il Mondiale era qualcosa di incredibile. In allenamento ci fermavamo spesso a calciare in porta: tiravamo delle vere e proprie sassate e lui, con una facilità impressionante, riusciva ad allungare il braccio e a respingerle. Alcune delle cose che gli ho visto fare non le ho mai viste fare a nessun altro”.

IL RIMPIANTO PER L'INFORTUNIO E L'ADDIO AL CALCIO - Il capitolo più doloroso della sua carriera è legato ai problemi al ginocchio. Nel 2009 Iaquinta si sottopose a un intervento chirurgico, ma da quel momento gli infortuni iniziarono a susseguirsi, il dolore non scomparve e tornare ai livelli precedenti diventò sempre più difficile. Un periodo che ancora oggi rappresenta il suo più grande rimpianto: “È questo il rammarico più grande della mia carriera. Purtroppo fui operato al ginocchio per un problema alla cartilagine del menisco esterno. Dopo quell’intervento non sono più riuscito a tornare ai livelli di prima e ho continuato ad avere problemi fisici e a infortunarmi. La cosa che mi dispiace ancora di più è che avevo appena trent’anni e avrei potuto giocare ancora per qualche stagione".

Il ritiro arriva a 33 anni, prima di quanto avrebbe voluto. Proprio in quel periodo la Juventus comincia a vincere con Antonio Conte, un allenatore che avrebbe voluto poter contare anche su di lui. È un passaggio che Iaquinta ricorda con rammarico, perché avrebbe voluto vivere da protagonista quella fase della squadra: “Ho deciso di smettere perché non riuscivo più ad andare avanti, non ce la facevo più. Continuavo ad avere infortuni e a convivere con il dolore. Era proprio il periodo in cui arrivò Conte e la Juventus iniziò il suo ciclo vincente. Mi sarebbe piaciuto moltissimo poter lavorare con lui ed essere nelle migliori condizioni fisiche per vivere da protagonista quella fase così importante della storia bianconera”.

Una carriera che aveva raggiunto il punto più alto con il Mondiale si chiude così, tra problemi fisici e la consapevolezza di non poter più dare ciò che avrebbe voluto. Il rimpianto rimane, ma Iaquinta non cancella ciò che è riuscito a conquistare: la strada dalla Serie D alla Nazionale, la Champions, la Juventus e quella Coppa del Mondo che resta il ricordo più grande.

IL CALCIO DI OGGI E LA MANCANZA DI CAMPIONI - Il calcio di oggi, per Iaquinta, è anche un confronto inevitabile con quello in cui è cresciuto. Quando parla della Serie A, la prima cosa che gli viene in mente è la mancanza di grandi campioni, soprattutto nel reparto difensivo, dove in passato si sono alternati alcuni dei migliori interpreti della storia italiana: “Mi dispiace dirlo, ma oggi faccio fatica a individuare veri campioni. Ai miei tempi, quando giocavo, c’erano calciatori del calibro di Cannavaro, Nesta e Maldini, e potrei citarne tantissimi altri. Oggi, invece, faccio fatica a individuare i giocatori più forti del campionato: si contano davvero sulle dita di una mano. Sono pochi e credo che sia anche per questo che il livello complessivo della Serie A si sia abbassato”.

Il discorso si allarga alla presenza dei calciatori italiani nelle squadre. Per lui, avere una base di giocatori cresciuti nel nostro calcio era importante anche per il senso di appartenenza: “Anche nelle grandi squadre, come Juventus, Milan e Inter, così come nelle società di provincia, non c’è più una vera base di calciatori italiani. Se ne trovano pochissimi, uno o due al massimo. Una volta, invece, gli italiani rappresentavano più della metà delle rose. Era una componente molto importante del nostro calcio, che oggi purtroppo è venuta meno”.

Quando si parla di attaccanti italiani, Iaquinta indica Pio Esposito come un giovane da seguire: "Ha dimostrato di essere un giocatore importante: è giovane, ha ancora ampi margini di miglioramento e soprattutto ha il gol nel sangue. L'Italia ha bisogno di attaccanti capaci di fare gol e lui sta dimostrando di poter essere una buona risorsa in questo senso. Mi auguro che continui così, perché è sulla strada giusta. Ha ancora tanto da dare e può crescere ulteriormente". Poi aggiunge: "Bisogna investire e lavorare maggiormente sui talenti italiani, perché sono convinto che ce ne siano tanti. È fondamentale partire dai settori giovanili: il talento nel nostro Paese non è mai mancato e non mancherà in futuro. Credo, però, che oggi non si stia lavorando nel modo giusto proprio a livello di settore giovanile. È da lì che bisogna ripartire per valorizzare i nostri giovani e dare loro le opportunità che meritano".

Il suo sguardo torna infine ai compagni e agli avversari che gli sono rimasti impressi. Tra i più forti tecnicamente, la scelta è ampia: "Pirlo è stato stratosferico, aveva una padronanza del pallone davvero incredibile. Del Piero, Pirlo, Totti: questi sono stati giocatori straordinari, di un livello superiore". E il difensore più forte mai affrontato? Iaquinta non ha dubbi: Nesta: "Secondo me è stato uno dei più forti nel suo ruolo. Poi ce ne sono tanti altri, da Cannavaro a Maldini: potrei citarne tantissimi. Ma Nesta è quello che mi è sempre piaciuto di più, perché aveva un'eleganza straordinaria. Era allo stesso tempo forte fisicamente, veloce e intelligente: un difensore completo".

UNA NUOVA VITA, LONTANO DALLA PANCHINA - Dopo il ritiro, Iaquinta ha scelto di non proseguire la carriera nel calcio professionistico: "Ho conseguito i patentini da allenatore, ma in quel momento avevo soprattutto il desiderio di dedicarmi alla mia famiglia. Intraprendere la carriera da allenatore significa tornare a stare spesso fuori casa, allontanarsi dai propri affetti e lasciare la famiglia per lunghi periodi. Era un aspetto che mi pesava e che non sentivo di voler affrontare. Oggi preferisco godermi la vita insieme a mia moglie e ai miei figli, dedicando loro tutto il tempo possibile".

Il calcio, però, è rimasto. Oggi partecipa a eventi e partite con altri ex calciatori, ritrovando il piacere di stare insieme a compagni con cui ha condiviso una parte importante della propria vita, senza le pressioni del professionismo: "In questo periodo partecipo a diversi eventi in giro per il mondo. Mi diverto a ritrovare gli altri ex calciatori e a giocare insieme a loro. Il 6 novembre, per esempio, saremo a Zurigo per una partita tra gli amici di Del Piero e quelli di Ronaldinho. Sono occasioni piacevoli, che mi permettono di divertirmi, trascorrere poco tempo fuori casa e poi tornare subito dalla mia famiglia".

È una nuova fase, diversa da quella che lo ha portato dalla Serie D alla Coppa del Mondo. Ma il legame con il calcio resta, così come i ricordi di un percorso costruito passo dopo passo. E quando Iaquinta si volta indietro, torna sempre lì, alla distanza tra il ragazzo che non immaginava di arrivare in alto e l'uomo che un giorno si è ritrovato campione del mondo: "Ogni tanto mi fermo a pensarci e mi chiedo: com'è possibile che sia successo davvero tutto questo? A volte mi sembra ancora di vivere un sogno, ma la cosa più bella è che quel sogno, alla fine, si è avverato".