Il padre ucciso da Al-Qaeda e il fratello rapito dall’ISIS: l'incredibile storia di Aymen Hussein, simbolo dell’Iraq al Mondiale

Il padre ucciso da Al-Qaeda e il fratello rapito dall’ISIS: l'incredibile storia di Aymen Hussein, simbolo dell’Iraq al Mondiale
Aymen Hussein
Oggi alle 08:30Interviste e Storie
di Mariapaola Trombetta
Dalle tragedie familiari causate dal terrorismo fino al gol con l'Iraq al Mondiale 2026: la storia di Aymen Hussein, leader e simbolo di un'intera nazione.

Quando Aymen Hussein racconta la propria vita, raramente parte dai gol. Eppure ne ha segnati tanti, alcuni dei quali entrati nella storia del calcio iracheno. Preferisce parlare della sua famiglia, delle persone che ha perso e di quelle che continua ad aspettare. Perché dietro il numero 9 che oggi guida l’Iraq al Mondiale 2026 si nasconde una delle storie più incredibili e toccanti dell’intero torneo.

Aymen Hussein non è soltanto il leader tecnico della sua Nazionale. È il simbolo di un Paese che ha conosciuto guerra, terrorismo, sofferenza e distruzione. Un uomo che ha trasformato il dolore in forza e che oggi porta sulle spalle le speranze di milioni di iracheni. Nato il 22 marzo 1996 nella provincia di Kirkuk, nel nord dell’Iraq, Hussein è cresciuto in una terra segnata dall’instabilità politica e dai conflitti. Fin da bambino ha dovuto convivere con una realtà molto diversa da quella vissuta dai suoi coetanei in altre parti del mondo.

Oggi, a trent’anni, è il volto dell’Iraq che sogna in grande. L’attaccante dell’Al-Karma, dopo una carriera costruita tra Iraq, Qatar, Iran e Marocco, è diventato il punto di riferimento della Nazionale e uno dei calciatori più amati del calcio arabo. La qualificazione al Mondiale 2026 e la rete alla Norvegia all'esordio hanno consacrato definitivamente il suo status di eroe nazionale, ma dietro il successo di Hussein c’è una storia che va ben oltre il calcio.

LA PERDITA DEL PADRE E DEL FRATELLO - La prima tragedia per lui arriva nel 2008. Aymen ha appena dodici anni quando suo padre esce di casa per acquistare materiali destinati alla costruzione della nuova abitazione di famiglia. Nessuno immagina che sarà l’ultima volta che lo vedranno. Poche ore dopo arriva una telefonata: l’uomo è stato ucciso in un attacco riconducibile ad Al-Qaeda. Anni dopo, lo stesso Hussein ha raccontato quel momento in un’intervista : "All’inizio non riuscivamo a crederci. Poi siamo andati in ospedale e lì abbiamo trovato il corpo di mio padre. È stata una catastrofe per tutti noi". Una ferita profonda che ha segnato per sempre la sua infanzia.

Ma, come se non bastasse, sei anni dopo la famiglia viene colpita da un’altra tragedia. Nel 2014 l’avanzata dell’ISIS costringe migliaia di persone a lasciare le proprie case nel nord dell’Iraq. Anche gli Hussein sono costretti a fuggire da Kirkuk. In quei giorni drammatici, il fratello maggiore di Aymen, che lavorava come poliziotto, viene rapito da un gruppo estremista. Da allora non è mai più tornato e non ne sono mai arrivate notizie. Il dolore è talmente forte che Aymen pensa addirittura di smettere con il calcio per aiutare la famiglia. È sua madre a impedirglielo. Gli chiede di continuare a inseguire il suo sogno, di non rinunciare a quella passione che rappresentava l’unica luce in un periodo buio. Una scelta che cambierà per sempre il destino del figlio: "Il rapimento di mio fratello non è stato il primo incontro della mia famiglia con il terrorismo. Forse non sarà nemmeno l’ultimo. Eppure mi considero un uomo fortunato", dirà anni dopo.

DALLE OLIMPIADI AL MONDIALE: LA CRESCITA DI AYMEN HUSSEIN - Mentre il resto della famiglia cercava rifugio nel nord dell’Iraq, Aymen si trovava a Baghdad per motivi calcistici. Il pallone diventa la sua ancora di salvezza. Grazie alle sue qualità fisiche, ai suoi 189 centimetri d’altezza e a un innato senso del gol, Hussein inizia a costruire una carriera che lo avrebbe portato a diventare uno degli attaccanti più forti del Medio Oriente. Il primo grande momento internazionale arriva nel 2016. È suo il gol contro il Qatar che regala all’Iraq la qualificazione alle Olimpiadi di Rio de Janeiro. Un traguardo storico per il Paese e un sogno che si realizza per il giovane attaccante: "Sono uscito dal mio Paese solo per motivi calcistici. Fino ad allora il Brasile lo avevo visto soltanto in televisione o su YouTube", raccontò prima della partenza. L’avventura olimpica non fu memorabile dal punto di vista dei risultati, ma rappresentò una tappa fondamentale nella sua crescita. Otto anni dopo, alle Olimpiadi di Parigi 2024, Hussein si presenta da leader assoluto della Nazionale. Segna all’esordio contro l’Ucraina nella sorprendente vittoria irachena e trova la rete anche contro l’Argentina di Nicolas Otamendi e Julian Alvarez. Nel frattempo è diventato una celebrità nel suo Paese. I suoi gol, il suo carisma e la sua storia personale lo hanno trasformato in un simbolo capace di andare oltre il calcio.

IL SIMBOLO DELL’IRAQ: IL GOL ALLA NORVEGIA E IL SOGNO MONDIALE - La consacrazione definitiva arriva nel 2026. Con un gol decisivo contro la Bolivia, Hussein trascina l’Iraq verso una qualificazione storica alla Coppa del Mondo. Per il Paese è un evento atteso da quarant’anni: l’unica precedente partecipazione risaliva infatti al Mondiale del 1986. Quel gol gli consegna un posto speciale nella storia dello sport iracheno e lo trasforma definitivamente nell’uomo simbolo della Nazionale. Tutto questo sempre tra mille difficoltà, perché nemmeno l’avvicinamento al torneo è stato semplice. Al suo arrivo negli Stati Uniti, l’attaccante è stato trattenuto per diverse ore dalle autorità di frontiera prima di ottenere il permesso d’ingresso nel Paese. Un episodio che ha fatto discutere molto in Iraq e che rappresenta l’ennesimo ostacolo superato in una vita costellata di problemi.

In campo, però, Hussein ha risposto come ha sempre fatto: segnando. Nella gara d’esordio contro la Norvegia ha trovato il primo gol dell’Iraq in questo Mondiale, confermandosi ancora una volta il punto di riferimento della squadra. Alla vigilia della competizione, il portiere e veterano della Nazionale Jalal Hassan aveva descritto perfettamente il peso di Hussein all’interno del gruppo: "Aymen è un nome che non ha bisogno di presentazioni. Le sue prestazioni parlano per lui, non solo in Iraq, ma in tutta la regione e nel calcio arabo. Da lui ci aspettiamo molto". E in fondo è proprio questo il ruolo che Aymen Hussein ricopre oggi. Non è soltanto il bomber dell’Iraq, è il simbolo di un popolo che ha imparato a rialzarsi dopo ogni caduta. Un uomo che ha trasformato il dolore in speranza e che oggi porta sulle spalle il sogno mondiale di un’intera nazione. Quando segna, non esulta soltanto una squadra. Esulta un Paese che non ha mai smesso di credere nel futuro.