La Svezia si gode il suo sceriffo: dal buio alla luce, debutto da sogno per Potter
C’è un nuovo sceriffo al Mondiale. Sì tratta di Graham Potter, ct di una Svezia dominante nel primo turno del gruppo F (5-1 contro la Tunisia). L’ex allenatore di West Ham e Chelsea si era presentato con un cappello da cowboy al primo allenamento in terra americana. E nel giro di qualche giorno, dall’ilarità dei social si è passati a un velocissimo ritorno alla credibilità. L’inglese era infatti reduce da un momento difficile: da emergente in rampa di lancio a vero e proprio punto interrogativo dopo le esperienze negative vissute a Londra. E allora, quando le cose non vanno bene, si cerca un riferimento, un luogo dove sentirsi a casa.
Così Potter a ottobre non ha esitato per un attimo quando la nazione che gli ha dato una vita calcistica ha chiamato. La missione era complicata: la Svezia aveva poca fiducia e aveva iniziato con tre sconfitte e un pareggio nel girone di qualificazione al Mondiale. Una nazionale con il morale a terra, che non riusciva a scatenare il suo potenziale offensivo (solo due i gol segnati fino a quel momento). La svolta non è arrivata subito, ma l’occasione arrivata dai play off (Svezia qualificata grazie alla Nations League) è stata sfruttata appieno: 3-1 all’Ucraina e 3-2 alla Polonia, con la rete di Gyökeres allo scadere con tanto di esultanza diventata iconica:
"È quasi un'esperienza extracorporea. Vedi il pallone entrare all'ultimo minuto, poi vedi tutti i giocatori in panchina correre in campo ed è quasi come dire: 'È successo davvero?' È stata durissima, ma sono così fiero di loro", ha raccontato Potter in conferenza stampa dopo il match di Solna. Ma il bello doveva ancora arrivare. Qualche mese dopo sono arrivati 5 gol che hanno allontanato, forse definitivamente, lo scetticismo che aveva avvolto l'allenatore: nella notte di Monterrey i tifosi svedesi indossavano fieramente il cappello da cowboy, i giocatori hanno festeggiato con il sombrero messicano e Potter si è goduto un debutto mondiale da sogno.
POTTER, LO SVEDESE - Inglese di nascita, americano per il suo nuovo cappello, ma svedese di adozione. Il legame tra il ct e la nazionale scandinava è molto forte: “Mi sento svedese quando lavoro, ho il look da svedese, due dei miei figli sono nati qui. Non potrò mai dimenticare i 7 anni passati alla guida dell’Östersunds, sono ricordi che resteranno sempre con me”, ha raccontato alla BBC. Dopo una vita da giocatore passata sui campi inglesi, Potter aveva sceltoo la panchina, e soprattutto la Svezia, per iniziare un nuovo percorso. Non un’avventura banale. Si mette in gioco dalla quarta serie, ottiene tre promozioni, fino ad arrivare a vincere la Coppa di Svezia e a raggiungere i sedicesimi di Europa League (con tanto di vittoria 2-1 a Emirates contro l'Arsenal). Tutti parlano di lui e le sirene inglesi diventano irresistibili: Potter torna a casa, allena lo Swansea e poi il Brighton, dove fa benissimo e attira le attenzioni del Chelsea che lo ingaggia al posto di Thomas Tuchel.
La storia è nota, l'esperienza dura pochi mesi e il successivo tentativo di rilancio al West Ham non porta i frutti sperati (6 vittorie in 23 partite, da gennaio a settembre 2025). Potter sembra essere entrato in un vortice di negatività, ma ecco la “sua” Svezia. A ottobre arriva la chiamata e tutto cambia. L'inglese ricomincia dove tutto era iniziato, come se il tempo non fosse mai passato. E allora una nuova immersione nel suo posto del cuore: sul suo profilo instagram mostra immagini in cui visita le attrazioni paesaggistiche, legge i libri della letteratura nordica e partecipa a eventi culturali. E in più, dettaglio non da poco, lavora molto e costruisce una Svezia in versione mondiale: Gyökeres e Isak al centro di tutto e la fantasia di Ayari e Nygren in supporto. Nel 5-1 alla Tunisia la squadra di Potter ha convinto eccome. I piedi ovviamente dovranno rimanere per terra, anche se due statistiche possono far sognare i tifosi: nell’ultimo Mondiale giocato negli USA (1994) gli scandinavi arrivarono terzi, mentre nel 1958 la Svezia di un altro inglese, George Raynor, chiuse seconda dietro al Brasile di Pelé. Coincidenze, ma anche buoni presagi. Una cosa è certa: da oggi, in qualche landa americana, qualcuno indosserà con orgoglio un cappello da cowboy.