L'addio di "Re Ciro": Immobile appende la corona dopo una carriera da record
"La gente si aggrappa all’abitudine come a uno scoglio". Nella frase di Bukowski si racchiude perfettamente ciò che è stato Ciro Immobile, soprattutto per la sua straordinaria capacità di fare gol. Vederlo in cima alla classifica marcatori era diventata quasi una consuetudine: 350 gol in 656 gare ufficiali, numeri che raccontano la storia di un attaccante letale, capace di far sognare soprattutto i tifosi della Lazio, la sua casa per otto lunghe stagioni. E poi quell'Europeo con l'Italia, iniziato con il gol contro la Turchia e culminato nella storica notte di Wembley.
GLI INIZI E L'ASCESA - Il percorso di Immobile parte da lontano, dai polverosi campi di Torre Annunziata, dove si iscrive alla sua prima scuola calcio ad appena 4 anni. È la Juventus a notarlo e a prelevarlo giovanissimo, ma l'uomo che fa brillare per la prima volta la stella di Ciro arriva dalla Boemia e si chiama Zdenek Zeman. Quel Pescara rappresenta un autentico segno del destino. Durante il ritiro precampionato, l'allora attaccante titolare Riccardo Maniero si presenta a una convocazione con la tuta arrotolata, violando il ferreo codice di abbigliamento imposto dall'allenatore. Il boemo, intransigente, spedisce Maniero in tribuna per l'amichevole successiva contro il Verona e getta nella mischia Immobile. Ciro segna, convince e da quel momento non uscirà mai più dall'undici titolare.
Sotto l'ala di Zeman, Immobile diventa una macchina: segna 28 gol e si laurea capocannoniere della Serie B. Lascia l'Abruzzo per sposare la causa del Torino, dove - sotto la guida di Giampiero Ventura - va a formare con Alessio Cerci una coppia devastante che riporta i granata in Europa. Anche in granata vince la classifica marcatori, ma questa volta nel palcoscenico della Serie A. Non sempre, però, la carriera è stata in discesa. Dopo Torino, Immobile decide di sfidare l'Europa accettando prima la chiamata del Borussia Dortmund e poi quella del Siviglia. Le due esperienze in Germania e in Spagna non vanno come sperato e spediscono l'attaccante in un vortice di critiche.
IL RE TROVA LA SUA CORONA - Per rialzare la testa ci vuole una chance: quell'opportunità arriva nella Capitale. La Lazio, alla ricerca di un centravanti in grado di riaccendere l'entusiasmo della piazza, scommette sul desiderio di riscatto di Ciro. Mai scelta fu più azzeccata. Il primo crocevia della vita laziale di Immobile arriva nella finale di Supercoppa italiana del 2017: all'Olimpico si presenta la Juventus, fino a quel momento una corazzata difficile da scalfire. Eppure, Ciro Immobile aveva altri piani: prima il rigore conquistato e trasformato, poi il colpo di testa per il 2-0. Quella partita la Lazio la vinse 3-2: quella notte, sotto il cielo di Roma, Immobile spezza la maledizione juventina e si erge definitivamente a nuovo idolo indiscusso della tifoseria biancoceleste.
L'APOTEOSI DEL 2020 - L'anno della definitiva consacrazione è quello che coincide con l'epidemia di COVID-19. Fino al lockdown di marzo, la Lazio di Inzaghi esprimeva un calcio entusiasmante, spinta da un Immobile che aveva chiuso il girone d'andata con la cifra di 20 reti. Alla ripresa estiva del campionato, in un'atmosfera surreale fatta di stadi vuoti e calendari compressi, la corsa per il titolo sfuma per i biancocelesti, ma Immobile si lancia in un'impresa: battere il record di 36 reti in una singola stagione di Serie A, stabilito da Gonzalo Higuaín con il Napoli nel 2016. Il destino sceglie un teatro simbolico per l'ultimo atto: il 1 agosto 2020, all'ultima giornata, la Lazio scende in campo allo Stadio San Paolo contro il Napoli. Nello stesso catino che aveva incoronato il Pipita quattro anni prima, Immobile si presenta con 35 reti all'attivo.
Al minuto 22', Ciro Immobile segna il gol che lo consegna alla storia nel modo più da attaccante possibile: palla in profondità, diagonale all'angolo. Nell'anno in cui il Pallone d'Oro non viene assegnato, Immobile sbaraglia la concorrenza di Lewandowski, Messi e Cristiano Ronaldo e vince la Scarpa d'Oro. Dalla sua istituzione nel 1968, la Scarpa d'Oro era stata conquistata da soli due italiani: Luca Toni (31 gol nel 2006) e Francesco Totti (26 gol nel 2007). Immobile riportava il trofeo in Italia dopo 13 anni di dominio della Liga e dell'asse Messi-Ronaldo.
IL RAPPORTO CONFLITTUALE CON LA NAZIONALE E GLI ANNI FINALI - Anche con la Nazionale, Ciro Immobile ha lasciato il segno. 17 gol in 57 presenze, di cui 16 mentre vestiva la maglia della Lazio. Il culmine della sua vita azzurra è arrivato agli Europei, vinti dall'Italia, dove l'attaccante è stato il perno del terzetto offensivo di Roberto Mancini. Nonostante lo stile di gioco del CT fosse basato sul fraseggio e sul possesso palla, Immobile è sempre stato al centro dell'attacco. Dinanzi agli attacchi mediatici sui mancati gol, fu Christian Vieri a ergersi in sua difesa: "Stanno massacrando Ciro, ma lui ha il dovere di lottare e aiutare la squadra. In Nazionale giochi per la maglia e per il tuo Paese, non per i gol". L'epilogo di quel torneo, con la vittoria ai calci di rigore contro l'Inghilterra a Wembley, regala a Immobile il titolo di Campione d'Europa e un pianto liberatorio, l'abbraccio sul prato inglese che vale una carriera intera.
Dopo le ultime esperienze in Turchia e in Francia, con Besiktas e Paris FC, "Re Ciro" ha deciso di dire basta. In un mondo di "Falsi 9" e di attaccanti "fluidi", Immobile rappresenta uno degli ultimi attaccanti veri, che come unico obiettivo hanno quello, semplicemente, di fare gol. I 36 segnati, la Scarpa d'Oro strappata all'egemonia dei giganti, il pianto liberatorio sul prato di Wembley nella notte magica di Euro 2020 e le quattro corone da capocannoniere sono pietre miliari incise nel granito. "Ho deciso di smettere perché lo dovevo a me stesso e ai miei tifosi. Non riesco più a essere il Ciro di una volta". Ciro Immobile ha amato il calcio con tutto il suo cuore, e il calcio, in un turbinio di emozioni, trionfi e tormenti, lo ha consacrato per sempre alla leggenda.