Inter, Zielinski: "Chivu mi ha capito, vogliamo vincere ancora"
Piotr Zielinski si gode la terza estate da giocatore dell'Inter con una consapevolezza diversa rispetto a dodici mesi fa. Dopo una prima stagione complicata, il centrocampista polacco è stato tra i protagonisti dell'annata conclusa con il double e ora guarda al futuro con un sogno ben preciso: vincere la Champions League.
Nell'intervista rilasciata a La Gazzetta dello Sport, il numero 20 nerazzurro ripercorre la sua carriera, racconta il rapporto con Cristian Chivu e ribadisce il suo legame con l'Italia e con l'Inter.
"CHIVU MI HA CAPITO" - Il punto di svolta, secondo Zielinski, è arrivato con l'arrivo di Cristian Chivu sulla panchina nerazzurra: "Speravo che il nuovo allenatore fosse curioso di capire cosa non avesse funzionato prima. Per fortuna è successo. Mi ha capito, mi ha aspettato. E io piano piano sono riuscito a esprimere il mio potenziale. A lasciare l'Inter non ho mai pensato". Il polacco spiega anche le difficoltà vissute nella sua prima stagione in nerazzurro: "Intanto perché ho avuto dei problemi fisici. Provai delle scarpe nuove: mi causarono delle vesciche ai piedi che i fisioterapisti non avevano mai visto nella loro carriera. Da lì sono derivati altri problemi. Poi è stata anche colpa mia. Avevo sottovalutato la difficoltà del trasferimento dal Napoli. Avrei dovuto lavorare di più e accettare di non essere sempre titolare".
IL SOGNO CHAMPIONS - Guardando alla nuova stagione, Zielinski non nasconde le ambizioni della squadra: "Il sogno è vincere la Champions League. Faremo di tutto per realizzarlo, già da quest'anno. Ma non trascuriamo niente, anche in Italia". Per il centrocampista, inoltre, la Serie A continua a essere un campionato competitivo: "Io non vedo una situazione così critica a livello di club: l'Inter ha fatto tre finali europee negli ultimi anni, Roma e Atalanta hanno vinto. Non mi pare che il bilancio sia disastroso".
DALLA POLONIA ALL'ITALIA - Zielinski ripercorre anche il suo arrivo in Italia, avvenuto nel 2011 grazie all'Udinese: "Avevo 17 anni e già da quattro vivevo lontano da casa. Giocammo un torneo giovanile con la nazionale polacca in Spagna e lì mezza Serie A mi chiamò per offrirmi uno stage. L'Udinese mi convinse promettendomi un contratto. Il mio cartellino costò solo 100 mila euro, direi che è stato un buon investimento". L'inserimento, però, non fu semplice: "Non parlavo italiano. Quando arrivai lessi sul programma la parola 'ritiro' e non capivo cosa significasse. Mi dovettero spiegare che stavamo partendo per la montagna. All'inizio mi mancavano famiglia e amici, ma le persone del club mi aiutarono tantissimo".
DA TREQUARTISTA A REGISTA - Nel corso della carriera il suo ruolo è cambiato profondamente: "Sono diventato centrocampista puro a Empoli, prima con Sarri e poi soprattutto con Giampaolo. E nell'Inter sto imparando anche il ruolo di play". Un ruolo che inizialmente non lo convinceva: "Ma devo ammettere che mi sto convincendo. La mia era una resistenza mentale. Continuo a vedermi come mezzala, ma non mi manca niente per giocare davanti alla difesa".
IL LEGAME CON L'ITALIA - Quindici anni nel nostro Paese non sono un caso: "Mi sono legato all'Italia. Le opportunità di cambiare ci sono state, ma la prima scelta è sempre stata la Serie A. Qui si mangia bene, si vive bene, c'è tutto quello che un calciatore possa desiderare". Anche fuori dal campo conduce una vita molto tranquilla: "Amo stare in famiglia e lontano dal caos. Mia moglie e io abbiamo due bambini e un cane e preferiamo vivere vicino a Como, a pochi chilometri da Appiano. La mia routine è portare mio figlio a scuola e andare al campo prestissimo".
IL FUTURO - A 32 anni non pensa ancora al ritiro: "Non ci voglio pensare perché mi fa paura. Prendo esempio da Modric: a 41 anni gioca ancora ad altissimi livelli. Spero di restare nel grande calcio altri cinque o sei anni. Magari all'Inter". Infine racconta uno dei progetti a cui tiene maggiormente, nato in Polonia insieme alla sua famiglia: "Abbiamo creato due strutture che ospitano complessivamente venti bambini orfani o provenienti da famiglie difficili. È stata un'idea dei miei genitori. Mi hanno insegnato a condividere e a trattare con riguardo ogni essere umano".