Il giro del mondo in panchina di Vincenzo Annese: "Ho sempre creduto che il calcio non avesse confini"
C'è una differenza profonda tra viaggiare per il mondo e sceglierlo come cantiere in cui radicare le proprie idee e il proprio metodo. Una filosofia del lavoro basata sull'adattamento e sulla costruzione di valore, che prende forma nelle pagine del suo libro "L'allenatore del mondo" (edito da Feltrinelli), che smonta lo stereotipo del giramondo per restituire la figura di un professionista che fa della competenza la sua vera bussola. Ghana, India, Palestina, fino alla panchina della Guinea Equatoriale: per Vincenzo Alberto Annese la pancia del calcio non ha mai avuto confini o scorciatoie. L’incipit di una carriera costruita lontano dai riflettori del calcio di casa nostra. A parlare non sono mai stati i compromessi, ma il lavoro sul campo, la preparazione e la fame di chi vuole lasciare un segno ovunque decida di piantare la propria bandiera (rigorosamente italiana).
OLTRE OGNI CONFINE - Un italiano è il CT della Guinea Equatoriale, ma la sua storia inizia da molto più lontano. Nato a Molfetta, Annese ha capito sin da subito che il calcio non ha confini: "Ho sempre creduto che il calcio non avesse confini e che un allenatore dovesse avere il coraggio di uscire dalla propria zona di comfort per mettersi alla prova in contesti nuovi". Una visione che ha trovato la sua prima consacrazione in Africa: "La mia prima grande soddisfazione internazionale è arrivata in Ghana, alla guida del Bechem United, con la conquista della Coppa del Ghana. Quella vittoria ha rappresentato un momento fondamentale del mio percorso, perché mi ha permesso di comprendere concretamente che il lavoro, la preparazione e la convinzione nelle proprie idee potevano tradursi in risultati importanti anche lontano dall'Italia. È stato un passaggio che ha rafforzato la mia fiducia e mi ha spinto a continuare a cercare sfide sempre più ambiziose."
Con gli anni è maturato anche il criterio con cui scegliere la rotta da seguire: "Con il tempo è cambiato soprattutto il mio modo di valutare le opportunità. All'inizio la priorità era trovare una possibilità per dimostrare il mio valore; oggi, invece, considero anche la visione del progetto, le ambizioni della società o della federazione, le risorse disponibili e la possibilità concreta di costruire qualcosa di significativo." Un patrimonio di esperienze che oggi costituisce le fondamenta della sua nuova sfida sulla panchina africana, proiettata verso traguardi ancora più prestigiosi: "Oggi, alla guida della Guinea Equatoriale, vivo una nuova responsabilità con la consapevolezza maturata attraverso tutte queste esperienze. La mia ambizione è arrivare ai massimi livelli del calcio internazionale, compresa la Serie A, ma voglio farlo attraverso risultati concreti, competenza e continuità. Perché, per quanto siano importanti i sogni, sono il lavoro quotidiano e ciò che riesci a costruire sul campo a determinare il valore di un allenatore."
LA SUA GUINEA EQUATORIALE E IL VALORE DELLE SCELTE - "Non voglio promettere risultati senza conoscere tutte le variabili che una competizione internazionale comporta. Voglio creare le condizioni perché la Guinea Equatoriale possa crescere, competere con personalità e affrontare ogni avversario con la convinzione di poter giocare la propria partita." Parte da queste premesse il lavoro di un CT, consapevole di dover gestire una dimensione profonda e radicalmente diversa rispetto al lavoro quotidiano nei club: "La differenza principale tra un club e una Nazionale è il tempo. In un club puoi lavorare quotidianamente sui dettagli, correggere gli errori, ripetere le esercitazioni e accompagnare gradualmente i giocatori verso una comprensione sempre più profonda del modello di gioco. In Nazionale devi essere molto più essenziale e selettivo. Se i principi sono condivisi, anche giocatori provenienti da sistemi differenti possono trovare rapidamente un linguaggio comune."
Accanto alla sintesi tattica, diventa decisiva la gestione del gruppo e dei codici di comportamento. "Un altro elemento fondamentale è la comunicazione. Un allenatore deve saper spiegare, ma anche ascoltare. In una Nazionale ci sono calciatori che vivono quotidianamente realtà tecniche differenti e che possono portare esperienze utili al gruppo. Il compito dello staff è trasformare questa varietà in una risorsa." Il focus si sposta così sulla condivisione delle regole e sull'efficacia del messaggio: "Non pretendo che tutti i giocatori interpretino il calcio nello stesso modo in cui lo farei io. Pretendo, però, che condividano le regole del nostro progetto e che siano disposti a lavorare per un obiettivo comune. In Nazionale l'identità non si costruisce attraverso la quantità del lavoro, ma attraverso la qualità delle scelte. Pochi principi, spiegati bene, allenati con intensità e applicati con convinzione possono fare la differenza." Un'impostazione chiara che trova il suo limite invalicabile nei valori non negoziabili dello spogliatoio: "Ci sono poi principi sui quali non sono disposto a scendere a compromessi: disciplina tattica, disponibilità al lavoro, rispetto dei compagni e responsabilità collettiva. Il talento è importante, ma deve essere inserito in una struttura che permetta alla squadra di funzionare."
IL PESO DI ANDARE LONTANO - L'avventura all'estero racchiude una complessità intima e profonda, dove l'aspetto professionale si intreccia inevitabilmente con i sacrifici personali della vita quotidiana: "Quando cambi Paese, non cambi soltanto squadra: cambi abitudini, ambiente, relazioni quotidiane e modo di vivere." Un percorso che mette a dura prova la tenuta emotiva e misura la tenacia nei momenti più complessi: "Ci sono momenti in cui devi accettare la solitudine, gestire l'incertezza e continuare a lavorare senza avere tutte le garanzie che vorresti." È proprio in questo distacco, tuttavia, che si scopre il senso più autentico del proprio cammino e il valore delle persone: "Il calcio mi ha portato lontano, ma mi ha anche insegnato a riconoscere ciò che conta davvero: le relazioni autentiche, il rispetto, la capacità di mantenere la propria identità e la forza di continuare a inseguire un obiettivo anche quando il percorso diventa difficile."
Questa maturazione si riflette direttamente sul rettangolo di gioco, ridefinendo il senso stesso di un'esperienza internazionale: "Aver lavorato in Paesi differenti è un valore soltanto se riesci a trasformare ciò che hai imparato in competenze, metodo e risultati." Perché prima ancora delle lavagne tattiche, l'impatto di un allenatore passa dalla sua sensibilità verso gli uomini che ha di fronte: "Allo stesso tempo, ritengo fondamentale la dimensione umana. Allenare significa gestire persone, non soltanto schemi." La vera ambizione non è dunque collezionare tappe sul mappamondo, ma radicare principi capaci di resistere al tempo e lasciare un segno vero: "Non voglio essere ricordato soltanto per i Paesi in cui ho allenato, ma per ciò che ho costruito nei Paesi in cui ho lavorato. In definitiva, vorrei essere riconosciuto come un allenatore capace di portare idee, creare valore e lasciare un'eredità professionale che vada oltre il risultato di una singola partita."
UN PONTE TRA LE CULTURE - Il viaggio di Annese è una continua contaminazione, un ponte tra la scuola italiana e le influenze del calcio globale: "Le esperienze internazionali hanno avuto un ruolo decisivo nella mia evoluzione, sia dal punto di vista tattico sia da quello umano. Uscire dal proprio ambiente ti obbliga a osservare il calcio senza dare nulla per scontato e ti permette di confrontare metodologie, approcci e soluzioni che magari non avresti incontrato restando sempre nello stesso contesto." Una crescita che passa attraverso lo studio e il fattore umano, unendo l'identità tricolore a una visione senza confini: "Il calcio italiano può trarre beneficio da un dialogo più ampio con le altre culture calcistiche, mantenendo la propria qualità tecnica e tattica ma sviluppando ulteriormente la capacità di innovare. In fondo, è proprio questo il significato del mio percorso: attraversare le frontiere per ampliare la mia conoscenza del gioco, senza dimenticare da dove vengo e senza smettere di guardare verso dove voglio arrivare."
È con questa stessa mentalità pragmatica che sta plasmando il nuovo corso della selezione africana, consapevole di dover gestire dinamiche profondamente diverse rispetto a quelle di un club: "Guidare la Guinea Equatoriale rappresenta una responsabilità importante e una sfida che richiede grande attenzione. Quando lavori con una Nazionale, non puoi pensare di trasferire semplicemente un modello costruito in un club. Devi conoscere i calciatori, comprendere le caratteristiche del gruppo e sviluppare un sistema che permetta alla squadra di essere competitiva nel tempo che hai a disposizione." La tattica diventa così uno strumento al servizio degli atleti, dove le idee in campo incontrano l'orgoglio di un intero popolo: "Non credo nei sistemi imposti a prescindere: credo nei principi chiari, adattati alle caratteristiche dei giocatori. C'è poi un elemento che considero centrale: il senso di appartenenza. Indossare la maglia della propria Nazionale deve significare rappresentare un Paese, una comunità e un'ambizione collettiva. E ora il viaggio continua. Una valigia aperta in Guinea Equatoriale, la mente di chi non smette mai di studiare e la fame di chi vuole trasformare ogni nuova idea in risultati concreti sul campo. L'orizzonte è tutto da scrivere.