La Romania piange Lucescu: "Era il nostro Uomo Nuovo, un'ispirazione"
L'ultima partita di Mircea Lucescu si è giocata nello stadio che Mircea Lucescu aveva fatto costruire. Basterebbe questo per rappresentare la traiettoria di vita e la carriera di un uomo dalle mille risorse.
Un giramondo, che però è rimasto sempre legato alla sua Bucarest, che in queste ore lo saluterà da eroe nazionale: prima la camera ardente all'Arena Națională, poi l'omaggio della Guardia militare e la sepoltura nel cimitero riservato alle grandi personalità della storia romena. Solo a quel punto sarà la volta delle altre dediche e intitolazioni, e non è escluso che il nuovo stadio della Dinamo Bucarest porti il suo nome (lo farà sicuramente quello di Hunedoara).
Proprio la Dinamo Bucarest aveva lanciato il Lucescu allenatore nel calcio che conta, alla fine degli anni Ottanta. Le date non sono casuali: nel 1989 la Romania abbandona il regime di Ceaușescu, chiudendo uno dei capitoli più drammatici della sua storia, nel 1990 il giovane Lucescu lascia il suo Paese approdando in Italia. Allenerà nell'ordine: Pisa, Brescia, Reggiana, Inter, con un intermezzo in patria al Rapid.
L'UOMO NUOVO - Per i giovani di Bucarest, quel signore un po' misterioso, sempre in lotta col mondo e con gli schemi preconcetti, era l'Uomo Nuovo. Non aveva avuto accesso, sotto al regime comunista, a un'istruzione di alto livello, e allora se l'era costruita da sé, una cultura. Un autodidatta che imparava le lingue dai fumetti e dai giornali sportivi. Forse neanche lui ricordava quante lingue fosse stato capace di apprendere e parlare in 80 anni di vita: un'attitudine trasmessa al figlio Razvan.
Intanto la nuova generazione di giovani romeni guardava a lui come a un patriarca, o qualcosa di simile: aveva battuto l'Italia di Bearzot, e ora stava dimostrando a tutti che un nuovo futuro per loro era possibile, nel calcio e non solo. Che la Romania poteva essere anche all'estero sinonimo di cultura e innovazione: coi suoi report, a Pisa, di fatto introdusse in Italia la figura del match analyst. Per questi e altri motivi, con l'addio all'Uomo Nuovo finisce un'era, sportiva e non solo.
LE ULTIME SETTIMANE - Chi lo ha visto e ci ha parlato appena 3 settimane fa, Emanuel Roşu del Guardian, ha trovato un uomo sereno. Affaticato dalla malattia, ma combattivo. Tanto da aver chiesto al figlio Razvan un biglietto per la finale di Coppa di Grecia del 25 aprile del suo PAOK. Parlava di tutto: di quanto sarebbe stato da codardi andarsene senza averci provato, di quanto desiderasse andare in America coi suoi ragazzi. Si lamentava dell'arbitro e dei bosniaci: mancava un rigore all'andata, e al ritorno a Zenica lo avevano fatto mettere su una sedia nello spogliatoio, senza dargli una stanza a parte. Immaginava un futuro in cui i giovani romeni potessero giocare con più continuità e in cui il calcio romeno proponesse nuove idee, più offensive e meno catenacciare.
Si diceva dello stadio che Lucescu ha contribuito a costruire. Il Kartal Yuvası ("Nido dell'Aquila"), a Istanbul, sorge in un'area splendida ed è un gioiellino di architettura. Lì si è giocata l'ultima partita di Lucescu da allenatore, anzi da CT, Turchia-Romania 1-0, semifinale playoff per i Mondiali. C'è chi racconta che nelle ore successive Lucescu rimuginasse sull'andamento della gara, dicendo che con 10 minuti in più a disposizione forse la Romania avrebbe potuto continuare a coltivare il suo sogno. Quell'impianto, però, in cui il Beşiktaş disputa le gare casalinghe, è un regalo dello stesso Lucescu. Nel 2004, quando lasciò il club che aveva portato per la prima volta fino ai quarti di Coppa Uefa, rinunciò alla buonuscita ma strappò una promessa al presidente: "Usa questi soldi per costruire il nuovo stadio". Detto, fatto. Ironia di una sorte, la sua, che Mircea Lucescu forse ha sempre previsto, conosciuto, forgiato.
Si ringrazia Emanuel Roşu per la preziosa collaborazione