Salcedo: "Inter? Pensavo bastasse il talento. In Grecia sono rinato"
“Che effetto vi farebbe se oggi l’Inter spendesse dieci milioni per un ragazzino del 2010? Nel 2018 quel ragazzino ero io, e non ho avevo la giusta consapevolezza”. Il flusso di coscienza di Eddie Salcedo colpisce per lucidità di pensiero. “Ho dato troppe cose per scontate: credevo che il mio talento sarebbe bastato ad arrivare in alto, vivevo come se tutto fosse dovuto. Quegli errori sono serviti: oggi ho una maturità diversa”. L’attaccante ci racconta la sua storia. La storia di un prodigio del calcio, un "bambino" lanciato in Serie A a soli quindici anni e acquistato dall’Inter qualche mese più tardi dopo un’asta internazionale. Ma anche e soprattutto di un uomo consapevole, che a 24 anni ha ritrovato sorriso e continuità. “Oggi gioco all’OFI Creta e mi sento a casa: ho segnato 12 gol quest’anno e abbiamo appena vinto la Coppa di Grecia, un traguardo che mancava da quarant’anni”.
La voce è ancora rotta dai festeggiamenti: “Intorno a noi c’è un’atmosfera bellissima. È un momento storico, Creta vive per questa squadra. Sono arrivato lo scorso anno: il presidente ha costruito la rosa proprio con l’obiettivo di riportare qui la Coppa: al primo tentativo abbiamo perso in finale, questa volta non ci è scappata. I tifosi sono fantastici, pur di venire a cantare allo stadio venderebbero casa. Per festeggiare abbiamo girato tutta l’isola in pullman scoperto, ci saranno state centomila persone: gente che piangeva e che esultava come mai avevo visto prima”.
MATURITÀ - 24 anni, una stagione da 12 gol e un trofeo in bacheca – vinto da protagonista. La maturità è arrivata: “L’OFI mi ha fatto rinascere, finché sarò qui darò il massimo. So di poter tornare in Serie A e spero un giorno di avere una nuova chance”. La prima, d’altronde, era arrivata prestissimo.
Genoa-Sassuolo, agosto 2017: “Ero un bambino, avevo quindici anni. Tre mesi prima ero a giocare le fasi finali con l’Under 16 e grazie a Juric mi sono ritrovato subito dopo in Serie A. Ho realizzato un sogno, è stato tutto bellissimo ma anche molto veloce. Poi è arrivata l’Inter e mi sono trasferito. In quel momento non ho avuto la giusta consapevolezza: pensavo il mio talento fosse abbastanza per farcela. Le cose andavano bene sia in Primavera all’Inter, sia con Juric al Verona l’anno dopo in Serie A. E invece alla lunga ho pagato. Ma come dico sempre, il tempo di Dio è perfetto: se le cose sono andate così c’è un motivo. Ho molta fede, il tempo mette sempre le persone dove meritano”.
LUCE E BUIO - Al Verona, Salcedo ha trascorso due buone stagioni. 17 presenze in A la prima, 21 la seconda. A diciotto, diciannove anni: “Ero uno dei pochi giovani che giocava con continuità in Italia. Lo devo a Juric: non guarda la carta d’identità, se sei forte ti manda in campo”. Poi però qualcosa si è rotto: “Dopo Verona avrei dovuto fare il salto da protagonista con lo Spezia, ma quando sono arrivato in ritiro eravamo quaranta giocatori e tantissimi attaccanti. Mi hanno adattato ala, mezz’ala e poi sono finito fuori rosa. Ho perso fiducia: pensavo fosse il mio momento e invece ho smesso di giocare”.
Da lì è partita la girandola di prestiti. “Sono stato sei mesi in B a Bari per ritrovarmi. Poi sei mesi a casa, al Genoa. Non erano andati male: 8 partite, 2 gol. Giocavamo per vincere e in un ambiente bellissimo. Oggi di quel gruppo ne sento ancora tanti: ogni volta che li guardo, il mio amico Ekuban segna. È un club che lavora bene con i giovani e sarà sempre nel mio cuore. Infatti dopo quel prestito speravo di restare, o di fare comunque un passo avanti. Invece sono finito sei mesi in seconda divisione spagnola in un club modesto come l’Eldense e poi altri sei mesi in Italia, a Lecco, dove l’aria era pesante e siamo retrocessi in C. Una mazzata”.
SWITCH - Per ritrovare la serenità, Salcedo ha scelto il mare di Creta. E ha cambiato abitudini: “Ho capito che serviva uno switch mentale. Ho assunto un mental coach, un match analyst e ho curato sempre di più alimentazione e allenamento. Così ho ritrovato la mia miglior versione e ho ripreso a segnare: questa consapevolezza di certo avrebbe aiutato qualche anno fa, ma non ho rimpianti”.
Dalla Grecia, intanto, Eddie sorride anche per… “il mio fratellino Ahanor. Siamo entrambi di Genova e abbiamo avuto un allenatore in comune che è come un padre calcistico per entrambi, Cristiano Francomacaro. Io e Honest siamo molto legati: in estate ci alleniamo insieme e sono contentissimo di vederlo splendere in Champions League.
In Italia il talento non manca. Cosa c’è diverso in Grecia? Forse più coraggio: in Italia se mandano in campo un ragazzino e la squadra non gira, il ragazzino è il primo a essere tolto. Qui fanno il contrario: ai giovani forti serve dare fiducia, le prime partite servono a sbloccarsi e trovare continuità. Poi vedrete che il ragazzino sarà all’altezza”. Parola di un ex bambino prodigio che ha ritrovato sé stesso e ora sogna in grande.
A cura di Luca Bendoni