La Marlboro rossa, l'Inter e il rapporto con i giovani: Evaristo Beccalossi, campione del popolo
"Arrivai a Milano a 22 anni da Brescia, andai subito in piazza Duomo, accesi la Marlboro rossa, chiusi gli occhi e me la gustai. Era cambiato tutto". Evaristo Beccalossi raccontava così alla Gazzetta dello Sport il suo primo approccio a quella che fu la grande avventura della sua vita: l'Inter. "Becca" è stato un grandissimo giocatore e, soprattutto, una persona vera. Per anni ha seguito le giovanili della Nazionale, legando con i ragazzi. Come? Lo ha spiegato lui stesso così: "Sono stato credibile. Non è vero che le nuove generazioni sono viziate, i ragazzi vanno ascoltati. Mi hanno insegnato il loro linguaggio. Grazie a questi baldacchini (i cellulari, ndr) hanno scoperto chi ero".
Era una persona umile e uno dei migliori calciatori italiani. Da giovane aveva le sue insicurezze che nascondeva dietro una folta chioma di capelli. "Portavo i capelli lunghi per proteggermi, come fossero uno scudo o una corazza, anche se non mi piacevano perché somigliavo a Branduardi e Cocciante", diceva. Poi, l'onere e l'onore della maglia numero 10 dell'Inter. Beccalossi scelse l'8, per restare un passo indietro rispetto alle leggende nerazzurre. Il club decise di dargli la 10, il numero appartenuto a Mazzola e Suarez tra i tanti. "Cosa c’entravo io con loro?", si chiedeva il centrocampista, entrato in punta di piedi nella storia dell'Inter.
"TUTTI MI VOLEVANO BENE" - Beccalossi aveva talento e lo allenava sporadicamente: "Un allenamento vero a settimana. Il martedì recuperavo dalle botte, il mercoledì ci davo dentro, il giovedì dipendeva, il venerdì mi sdraiavo sul lettino del massaggiatore, il sabato provavo le palle inattive".
Sia chiaro, non era uno scriteriato. Aveva regole, le sue: "La sera, Milano era bellissima. Cenavo tardi, poi andavo in giro, finivo al Derby o in altri locali. La mattina dormivo un po’ di più. Però andavo dal tabaccaio, dal barista e tutti mi volevano bene".
DALL'INTER ALLA NAZIONALE - Il numero 10 è stato uno dei giocatori più talentuosi del calcio italiano tra gli anni '70 e '80. Cresciuto nel Brescia, si trasferì all'Inter a 22 anni, vestendo la maglia nerazzurra per 6 stagioni. A San Siro ha vinto lo scudetto nel 1980, la Coppa Italia nella stagione 1981/1982 (e una seconda nell'85 con la Sampdoria) e ha raggiunto le semifinali della Coppa Campioni. La sua leggenda è legata anche alla doppietta nel derby contro il Milan nel 1979 e ai due rigori sbagliati contro lo Slovan Bratislava, che hanno ispirato l'attore Paolo Rossi per la sua "Lode a Evaristo Beccalossi", una piece teatrale incentrata sul doppio errore dagli undici metri in Coppa Campioni.
Dopo il ritiro dal calcio giocato, Beccalossi si è dedicato alla Nazionale. Da calciatore a dirigente, ha ricoperto il ruolo di capo delegazione delle giovanili dell'Italia. In particolare seguendo l'Under 19, e legando con gli Azzurrini. "Una sera, tardi, ne ho trovati dodici a giocare con la play", raccontava. "Qualcuno temeva una punizione. Figuriamoci: “Voi andreste premiati, perché così state facendo gruppo”. Ai miei tempi nelle camere succedeva di peggio".
Evaristo Beccalossi non aveva rimpianti. Alla domanda su come volesse essere ricordato dopo la sua morte diceva: "Come una persona vera. Ho sbagliato, ho pagato, ma ho sempre vissuto per le emozioni. E se sbagli per questo motivo, è davvero un errore?".