Veronica Boquete, la donna che ha cambiato il calcio spagnolo: "Questo sport è ancora in debito con noi"

Veronica Boquete, la donna che ha cambiato il calcio spagnolo: "Questo sport è ancora in debito con noi"
Credits: Como 1907
Oggi alle 08:59Interviste e Storie
di Mattia De Pascalis
Veronica Boquete, capitano del Como femminile e protagonista assoluta della promozione in Serie A, racconta le battaglie per emancipare il calcio femminile.

C'è una bambina, a Santiago de Compostela. Ha cinque anni, e stringe tra le mani un pallone come se fosse la cosa più preziosa del mondo. Scende in strada, nel suo quartiere, e cerca qualcuno con cui giocare. Non trova compagne. Trova compagni. E questo, in Spagna, negli anni Novanta è già un atto di, seppur piccola, rivoluzione.

Il calcio femminile, in quell'epoca e in quel paese, non era un tema di cui si parlasse più di tanto. Non nelle case, sicuramente non nei bar tra un "Clasico" e un altro, né tantomeno nelle federazioni. Era qualcosa di marginale, quasi imbarazzante da nominare. Una bambina che vuole calciare un pallone poteva farlo solo ai margini: in un cortile, con i maschi, e lontana dalle partite ufficiali. Sì, perché quelle la federazione lo aveva stabilito con chiarezza, erano precluse.

IL MURO DAVANTIVeronica Boquete quel muro lo conosce bene. Lo ha incontrato presto, e lo ha incontrato spesso. Si allena con la squadra del quartiere, fa vedere a tutti di che pasta è fatta, ma quando arriva il momento delle gare ufficiali, deve restare fuori. A gianlucadimarzio.com, lei lo ricorda con una lucidità che fa ancora un po' di effetto: "Quella è stata la prima volta in cui mi sono resa conto che avrei trovato più difficoltà fuori dal campo che dentro. Per anni è stato per me uno sport quasi individuale: non condividevo lo spogliatoio, non vivevo quei momenti che vivono tutti i bambini. Ero l'unica ragazza, mi dovevo cambiare in altri posti. Senza il sostegno della mia famiglia e la passione per questo gioco, sarebbe stato molto più facile scegliere qualcos'altro".

LA FUGA VERSO IL SOGNO - Il calcio spagnolo non vuole cambiare le carte in tavola. E allora Vero le carte le prende e le porta altrove. La destinazione è USA, ma la partenza è quasi clandestina nella sua semplicità: un mese di vacanza, una chiamata arrivata quasi per caso, un biglietto per andare a giocare nella seconda divisione americana senza che nessuno lì, sapesse bene chi fosse. La nazionale spagnola, in quegli anni, non si qualifica a mondiali né a europei, e fuori dalla Spagna, parlare di una calciatrice iberica di talento suscita un po' di scetticismo.

Boquete arriva, gioca, e vince. La finale è trasmessa su ESPN. In tribuna ci sono diversi scout: "Era come vivere dentro un film", racconta oggi. "Tutto quello che non avevo in Spagna o in Europa, lì c'era. Ovvio, l'adattamento non è stato facile: non parlavo inglese, e il calcio si giocava in modo diverso, le compagne erano tra le migliori del mondo. Ma dopo un paio di settimane tutto era diventato più semplice. Una cosa importante che ho capito di me, è che so adattarmi a ogni situazione". Da Chicago, e da quella finale, qualcosa cambia.

LA CHAMPIONS, IL SOGNO EUROPEO - Il giro del mondo continua: Russia, di nuovo Spagna, poi Svezia e Germania. Una carriera tracciata non lungo una traiettoria lineare, ma lungo la mappa delle opportunità. Ogni spostamento, una porta aperta dove un'altra si era chiusa. E al centro di tutto, come un faro, c'è un obiettivo che non cambia mai: la Champions League.

In Svezia ci arriva vicino. Gioca la finale. La perde. È il tipo di sconfitta che avrebbe potuto chiudere un capitolo, ma che invece lo lascia aperto, e Boquete parte di nuovo, questa volta verso la Germania, a Francoforte, con un solo pensiero in testa: "Era la competizione che volevo di più. Mi sono trasferita più di una volta per avere la possibilità di vincerla. In Svezia sono arrivata in finale, ma l'ho persa. Poi sono andata in Germania per farcela davvero. Quando alzi quella coppa, la soddisfazione è enorme". Vero è la prima spagnola a giocare una finale di Champions femminile, a segnare, a vincerla. Lascia una traccia per chi verrà dopo.

LE BATTAGLIE CHE HANNO CAMBIATO LA SPAGNA Le battaglie di Boquete fanno rumore. Chiedono condizioni dignitose, riconoscimento professionale, e parità di trattamento. Alla federazione spagnola questa cosa non piace. E così, dopo oltre sessantadue presenze e trentotto gol con la maglia della "Roja", niente più convocazioni.

Oggi, però, la storia ha memoria. Il Mondiale del 2023, vinto in modo straordinario dalla Spagna, non è nato dal nulla. È il frutto di un cambiamento culturale che lei e altre sue compagne hanno contribuito a innescare, pagando di persona: "Senza le lotte del 2015, senza le richieste di cambiamento che abbiamo avanzato, sarebbe stato inimmaginabile vincere il mondiale. Ognuna di noi ha fatto la sua parte in quel periodo. Quelle battaglie, le ho ripagate con la mia carriera internazionale, rendendola più corta di quello che poteva essere. Ma lo rifarei. Per chi non aveva la voce per farlo".

Gli aneddoti, quando li racconta, hanno il sapore amaro di una "normalità", che di normale aveva ben poco. Magliette troppo grandi prese dagli spogliatoi maschili perché non esistevano taglie per le donne. Allenamenti in Nazionale agli orari peggiori, senza strutture adeguate, e con dirigenti che non ci credevano davvero: "Abbiamo normalizzato tante cose perché non conoscevamo altro. Quando abbiamo iniziato a giocare in altri paesi, ci siamo rese conto che tutto quello stavamo vivendo era ingiusto. E lì sono iniziate le nostre battaglie".

L'ARRIVO IN ITALIA - Nel 2020, Veronica Boquete approda in Italia. Prima il Milan, poi la Fiorentina. Poi, in questa stagione, il Como. Il giudizio sul calcio femminile italiano è onesto: "Sono arrivata durante il periodo Covid, quando la Serie A femminile non era ancora professionistica. Rispetto a Stati Uniti, Spagna, Germania, l'Italia è ancora un po' indietro. Negli ultimi anni si sono fatti passi avanti, ma manca ancora che tutte le istituzioni e le società, si mettano davvero d'accordo per invertire la rotta in modo significativo. Come si è dimostrato in altri paesi, in pochi anni si può costruire un calcio femminile sostenibile, e soprattutto più attrattivo. Qui il potenziale c'è".

C'è, anche nelle sue parole, una riflessione più profonda sul perché certi cambiamenti stentino ad arrivare nei paesi 'latini': "In Italia e in Spagna c'è una cultura più maschilista. L'educazione che abbiamo ricevuto, giorno dopo giorno, ci ha insegnato che la donna non è allo stesso livello dell'uomo. Cresciamo senza sapere che potremmo essere professioniste. Ci vuole tempo, perché bisogna cambiare la mentalità di diverse generazioni. E abbiamo bisogno di tutti per farlo il più velocemente possibile".

COMO: LA CITTÀ, IL PROGETTO, IL FUTURO - Il Como femminile ha vinto il campionato di Serie B. L'anno prossimo giocherà in Serie A. E Boquete, a 38 anni, ne è stata protagonista assoluta. Non è un dettaglio. La ragazza del quartiere di Santiago, quella che cercava solo qualcuno con cui giocare, è ancora lì con il pallone tra i piedi. 

"Sono arrivata qui in modo un po' inaspettato, ma ho creduto nella visione e nel progetto sin dal primo momento. La società ha dovuto costruire tutto in pochissimo tempo: calciatrici, staff, direttore sportivo. Non era facile. Ma l'obiettivo era chiaro fin dall'inizio: vincere il campionato e andare in Serie A. E siamo contentissimi di averlo fatto". L'ambizione, però, non si ferma alla promozione. Il modello del Como maschile - cinque anni fa in Serie C, oggi a lottare per la Champions League - è lo specchio di quello che la società vuole applicare anche sul versante femminile: "L'intenzione del Como non è arrivare in Serie A e fermarsi. Si parla di obiettivi ambiziosi, di continuare a crescere ogni anno. Non so se si arriverà alla Champions, ma la direzione è quella".

E lei ci sarà? "Sono felice qui, con la città e con la società. Credo che anche loro siano contenti di me. Sarà una chiacchierata piacevole".

C'è ancora un sogno nel cassetto, però: "Dal momento in cui ho deciso di voler essere una calciatrice professionista, ho deciso anche che dopo avrei voluto allenare. Mi sto formando da anni. La mia intenzione è allenare ai massimi livelli, e in questo momento il livello più alto è il calcio maschile".

Quando a inizio 2026 l'Union Berlino ha affidato la panchina della prima squadra maschile a Marie-Louise Eta, Boquete ha commentato con la consapevolezza di chi ha vissuto battaglie simili: "Ha spaccato un tetto di cristallo. Si sono dette tante cose brutte, nel 2026 certi commenti non dovrebbero più esistere. Ma si è aperto un altro mondo. E spero che ne vedremo sempre di più".