A tutto Fusco, il ds che sognava il Cesena in A. "La proprietà non ci ha creduto, prendere Cole è stato un azzardo. Vi racconto tutto, ecco perché me ne sono andato!"
Orgoglio e rimpianti. Una voce sicura e squillante che tradisce momenti di profonda amarezza. Per quello che poteva essere e non è stato. Per un ruolo, quello del direttore sportivo, che le proprietà straniere, soprattutto americane, tendono a deresponsabilizzare. Filippo Fusco è passione e professionalità, basta parlarci mezz'ora e te ne rendi conto subito. L'esperienza al Cesena è terminata da pochi mesi e lui ha deciso di parlare adesso, per la prima volta da quel divorzio sorprendente, poche ore dopo l'esonero di Mignani. E dopo aver visto ieri un primo turno dei play off che avrebbe voluto e potuto giocare da protagonista.
"I rimpianti ci sono. Io ci credevo davvero quest'anno!
Nella prima parte di campionato, insieme al Frosinone, abbiamo giocato il miglior calcio della Serie B. Poi la squadra era stanca, aveva anche over-performato, ma il quinto/sesto posto era alla nostra portata. Fino a Natale siamo stati sempre in zona promozione diretta, a due-tre punti dal secondo gradino. Poi con il mercato, che non serve solo a rinforzare una squadra, il messaggio mandato è stato chiaro: non crederci come ci credevo io".
RIMPIANTI - "Quando sono andato via io, la squadra aveva un punto in meno della Juve Stabia (ora in semifinale Playoff, ndr). Siamo stati quelli che creavano più occasioni da gol per tutto il girone d'andata. Insomma, una squadra che se la poteva giocare alla pari con tutti. Poi la proprietà ha fatto delle scelte che io non condividevo. Amen. Il rimpianto è più per i tifosi, la società e la squadra che per me personalmente", ha aggiunto l'ex direttore sportivo bianconero parlando della delusione per aver interrotto il suo lavoro in anticipo.
COS'È SUCCESSO - Fusco ha raccontato com'è maturata la separazione, causata da una forte differenza di vedute con la proprietà americana JRL Investment Partners LLC: "Tutto si rompe a gennaio, e io già lì mi sarei dimesso. Quando vedo che non prendi neanche un giocatore, con la squadra che è sempre stata tra i due e i cinque punti dalla promozione diretta... Avevamo bisogno di tre giocatori, ma di prenderli il 2 gennaio, l'ho sempre detto. Era in quei giorni che dovevamo avere tre/quattro giocatori nuovi per dare una diversa energia a tutto il gruppo".
Con sincerità e trasparenza, l'ex ds del Cesena gioca a carte scopertissime, come da suo costume: "Abbiamo ceduto Blesa per quasi 2 milioni ed è stata un'operazione importante a livello di plusvalenza, ma che io non avrei concluso: a giugno avremmo preso di più. Oggi al Rio Ave chiedono 7/8 milioni, ha fatto benissimo in Portogallo. Quando parliamo di mercato, il mercato è anche un segnale che tu dai alla squadra e all'allenatore. Io non dico che prendendo i tre giocatori che avevo bloccato saremmo andati in A, ma almeno ce la saremmo giocata. Invece così dai un segnale opposto. Evidentemente non ci credevano.
Già a giugno abbiamo speso zero per fare la squadra abbassando il monte ingaggi del 35%, ma in quell'occasione avevo potuto lavorare liberamente e senza ingerenze. E allora almeno a gennaio perché non prendere tre giocatori, anche in prestito gratuito? I miei nomi erano Valoti, Sernicola e Cerri (poi arrivato comunque a fine sessione) giocatori abbordabili di cui avremmo dovuto pagare solo l'ingaggio fino a giugno. Invece in quell'occasione invece mi hanno bloccato ogni operazione, a patto che prima non partisse qualcuno. E allora i giocatori che hanno preso sono arrivati il primo febbraio, dopo aver ceduto Adamo e Blesa".
Nessun esborso immediato, sottolinea Fusco, che esprime un forte rammarico soprattutto per il fatto di non essere riuscito a svolgere il proprio ruolo liberamente: "Il mercato di gennaio per me va fatto a dicembre bloccando i nomi che hai scelto. A quel punto hanno dimostrato di non crederci, è questa la cosa che mi fa inc***are. Così loro hanno detto: 'Ormai siamo salvi, i playoff li facciamo, perché dobbiamo investire? Vediamo, capitalizziamo'".
PROPRIETÀ AMERICANE E DIRETTORE SPORTIVO - Spesso le proprietà americane nel calcio, che come sottolinea Fusco "si sostituiscono al direttore sportivo", sono state oggetto di critiche negli ultimi anni. Per spiegare questo concetto di sostituzione, il dirigente racconta la similitudine del pizzaiolo: "A me piacciono le pizze e so consigliare dove mangiarla a Napoli, ma se mi chiedi come si fa, io non posso dirtelo: mica faccio il pizzaiolo. E nel calcio è uguale: a loro piace, ma non sono professionisti e non hanno le competenze".
Dalla voce del direttore si percepisce il rammarico per non essere riuscito a portare a termine un progetto, ma soprattutto per non aver potuto fare il suo lavoro liberamente. A tal proposito, ribadisce, con passione: "Io sono abbronzato, non perché vado a prendere il sole, ma perché sto sul campo tutti i giorni e parlo, vedo, osservo: allenatore, massaggiatori, medici, magazzinieri, preparatori atletici, giocatori... Ho una competenza che mi viene da trent'anni perché faccio questo di mestiere. Quello è il mio ruolo".
L'ARRIVO DI ASHLEY COLE E L'ADDIO DI MIGNANI - L'arrivo di Ashley Cole sulla panchina bianconera a metà marzo ha sorpreso un po' tutti, soprattutto per il fatto che, con Mignani in panchina, il Cesena era ancora in piena zona Playoff. E Filippo Fusco, senza mezzi termini, spiega di non aver gradito la scelta: "Non puoi mandare via un allenatore che comunque ti ha tenuto la squadra sempre dal secondo all'ottavo posto. È stata una scelta presa precedentemente, senza consultare nessuno e senza considerare gli aspetti fondamentali di una squadra che aveva bloccato il giorno prima la capolista Frosinone giocando un grande calcio e uscendo tra gli applausi".
Sempre su Mignani, già presente sulla panchina bianconera prima dell'arrivo di Fusco, l'ex ds ammette: "Mignani non l'ho scelto io, ma l'ho difeso, l'ho supportato, l'ho aiutato e credo di aver fatto un buon lavoro". E ancora sull'importanza del ruolo del direttore sportivo: "Oggi il direttore sportivo deve anche e soprattutto gestire bene l'allenatore e gestire i presidenti. È un tavolo a tre gambe: presidente, direttore sportivo, allenatore. Il direttore sportivo è quello che deve riuscire a essere un grande mediatore tra queste situazioni".
LA SCELTA DI ASHLEY COLE - "È stata una scelta illogica. In più hanno preso un allenatore che non parla l'italiano, non conosce la Serie B...
Non puoi prendere un allenatore solo perché a cena ti fa una buona impressione, paragonandolo all'esempio di Fabregas a Como! Cesc ha prima conosciuto l'ambiente come giocatore, poi lavorato coi giovani e successivamente è stato lanciato in prima squadra. E hanno pure speso i soldi! Qui prendi Cole da zero e senza manco mettere poi i soldi? Peraltro chiedendomi di risparmiare e poi aggiungendo una spesa di 250mila euro in più per il suo ingaggio, staff compreso? Io poi avevo già detto che non avrei rinnovato e che avevamo visioni diverse, ma gli ho anche proposto, se volevano Ashley Cole, di aiutarlo nei primi mesi con la lingua, la squadra e il campionato, che è particolare, e dopodiché lo avrebbero fatto partire a inizio della prossima stagione evitando di bruciarlo", ha ammesso Filippo Fusco spiegando come, nonostante non fosse a favore, con buonsenso si sarebbe messo a disposizione dell'allenatore inglese per introdurlo al nostro calcio e, in particolare, al Cesena.
Nessun atto di coraggio nella scelta di Cole, spiega il dirigente: "È stato un errore, non un atto di coraggio. Loro mi dicevano che volevano fare una scommessa, ma allora io ho deciso di andarmene sia per il rispetto del ruolo, sia perché non condividevo una scelta così folle. E questo non vale solo per il Cesena".
LE PROPRIETÀ AMERICANE - "Innanzitutto va detto che portano capitali, e poi anche una nuova cultura. Ed è il lato positivo. Da loro fino ai Playoff è tutto show, non c'è la competitività che vediamo noi. Bisogna capire la nostra cultura e poi portare miglioramenti, perché comunque la loro è all'avanguardia. I modelli che funzionano da noi sono quelli per esempio del Bologna, o dell'Inter, in cui c'è un management italiano chiaro, e sono loro che danno le linee guida, sempre stando attenti a mediare con la proprietà, perché è giusto stare comunque guardare innanzitutto i conti", ha dichiarato Fusco sulla gestione delle proprietà americane.
Insomma, una mediazione (parola menzionata spesso da Fusco) tra culture e idee, affinché "le proprietà straniere non si comportino da colonizzatori. Devono studiare la cultura dei club, ed è la prima cosa ovunque. Il secondo punto è il rispetto dei ruoli, e quindi la continuità. Lavorare a lungo dà valore, almeno 3 anni. Per loro invece è tutto più un giochino, mentre per noi è vita.
E soprattutto dobbiamo rispettare i tifosi, dal momento che ne condizioniamo l'umore, e quindi abbiamo l'obbligo morale di pretendere sempre il massimo da noi stessi e dagli altri: è un concetto su cui punto molto quando parlo a tutte le mie squadre".
L'AMORE PER CESENA - "Io di Cesena mi sono innamorato, è un posto straordinario per fare calcio, un posto con valori antichi. Insieme a Succi e Faro abbiamo gestito la Primavera con tanti giocatori del territorio. Il Cesena è molto legato alle sue origini, io dico che è come l'Athletic Bilbao d'Italia. Ci sono due casi, quelli di Bertaccini che esordisce in Prima Squadra senza contratto e Marini, che va ai Mondiali U17 con l'Italia, e ha deciso comunque di firmare al minimo con il Cesena perché vuole giocare qua. E poteva andare in Inghilterra gratis. Questa identificazione è una cosa da coltivare", ha concluso emozionato Filippo Fusco. "I bambini qui vogliono giocare per il Cesena, è bellissimo: per loro è la Nazionale della Romagna. Lo sarà adesso e sempre anche per me".