Nel mondo di Fusco: “Benitez e Zeman unici, Bielsa un giorno allenerà in A. Matuzalem e Kean i miei colpi più belli, D’Amico è da Milan”
Chiuso il capitolo-Cesena, Filippo Fusco apre per www.gianlucadimarzio.com il suo album dei ricordi, ma soprattutto delle amicizie. E delle soddisfazioni personali. Sono tanti infatti i rapporti umani, unici, coltivati da un direttore sportivo che ha sempre ispirato grande fiducia in personaggi davvero originali nel mondo del calcio. E molti poco inclini alla confidenza e all'apertura di fiducia. Pensi a Fusco e l'equazione finisce subito con un nome ed un cognome, Zdenek Zeman. Dai tempi di Napoli, Fusco è infatti uno dei pochi che può vantare un rapporto speciale con il boemo che proprio ieri ha festeggiato 81 anni: "L'ho chiamato, anche se non mi ha risposto: so comunque che è uscito dall'ospedale e adesso sta un po' meglio".
E poi c'è l'ironia che ha sempre contraddistinto ZZ: "Due anni fa ci siamo sentiti a Capodanno per farci gli auguri. E lui, con il suo solito modo di fare, mi ha risposto: 'Speriamo che non sia l'ultimo'. E la sua nefasta profezia è già stata superata - sorride Filippo. Zeman è un personaggio unico nel mondo del calcio". Fusco parla di lui e la voce ogni tanto si spezza per l'emozione. Il feeeling è sempre stato ispirato da una simbiosi naturale, figlia di una stima reciproca inossidabile. Come quella con Rafa Benitez, un amore a prima vista.
"È la persona con la quale mi confronto di più (insieme a Fabio Pecchia) e che mi ha dato e mi trasmette davvero tanto. Un maestro di calcio. Sono onorato della sua stima e di quanto mi voglia bene". E non è un caso che a novembre scorso, Franco Baldini fece il nome di Fusco al
Panathinaikos per farli lavorare di nuovo insieme. Ma lasciare il Cesena in quel momento sarebbe stato poco corretto.
E Bielsa? I due sono stati insieme a Torino proprio qualche giorno fa, Fusco lo ha portato anche a Coverciano per una lezione speciale agli allenatori, su quei banchi dove lui invece insegna ai futuri direttori. Ma verrà mai il Loco ad allenare in serie A?
BIELSA - "Bielsa ha il desiderio di venire in Italia. Gli manca non aver allenato da noi, me lo dice spesso quando ci sentiamo. Ha ancora minimo quattro anni secondo me di carriera in panchina, ma i Mondiali ti consumano e credo dopo si prenderà un anno sabbatico, poi valuterà le proposte che avrà", confessa l'ex ds del Cesena, che tante volte cita nelle sue analisi il verbo del CT dell'Uruguay.
L'allenatore argentino si è infatti sempre contraddistinto per personalità e scelte. Ha sempre messo l'aspetto umano e la costruzione di un gruppo davanti a tutto, anche ai risultati: "Una volta mi ha chiamato e mi ha chiesto in base a cosa io scelga un allenatore. Sono tanti i parametri: l'aspetto tecnico, la società e gli obiettivi. Ma la cosa più importante è l'unità di valori. Io sono coraggioso e voglio un allenatore coraggioso. Un esempio che posso fare è quello di Ignazio Abate, che avrei voluto al Cesena se Mignani fosse andato a Monza. Era uno dei profili seguiti per l'atteggiamento, e mi colpì soprattutto la scelta di andare via dal Milan dopo la finale di Youth League, perché aveva dimostrato coraggio. Ha confermato alla Juve Stabia le mie sensazioni, bravo davvero!".
KEAN E MATUZALEM - Amicizie, ma anche intuizioni, colpi, visioni. "I due giocatori a cui sono più affezionato sono Kean e Matuzalem", ha ammesso Fusco parlando delle operazioni di mercato a cui si è legato di più. "Su Moise, con Pecchia, ci abbiamo creduto prima di tanti: aveva 17 anni, veniva dalla primavera della Juve e gli abbiamo dato la maglia da titolare in A nell'Hellas Verona. Se in quell'anno non si fosse infortunato, secondo me ci saremmo salvati. E Matuzalem lo abbiamo preso dal Brasile a 18 anni: ha fatto molto meno di quanto potesse, ma se Guardiola e Baggio dicono che è uno dei giocatori più forti con cui abbiano mai giocato per me è una grande soddisfazione".
TONY D'AMICO - Filippo Fusco è anche talent scout di...dirigenti. Alla Juventus, Paratici gli chiese di far crescere i giovani dirigenti che erano con lui: Claudio Chiellini, Matteo Tognozzi, Marco Ottolini e Giovanni Manna (che aveva lavorato con Zeman a Lugano): "Vederli tutti lavorare ad alti livelli è una soddisfazione incredibile per me.
Anche perché ho sempre cercato di stimolare tutti loro ad assumersi le responsabilità che il nostro ruolo richiede: il coraggio è la prima qualità che deve avere un ds e, soprattutto nelle difficoltà, mantenere lucidità e fermezza". Ma il caso più clamoroso e di attualità riguarda Tony D'Amico, vincitore dell'Europa League con l'Atalanta, regista di successi importanti in 4 anni a Bergamo e ora in orbita Milan e Roma. A scoprirlo è stato proprio Fusco, che ci racconta come: "È stato mio giocatore al Foggia, poi voleva fare l'allenatore, era il vice di Novelli alla Vigor Lamezia, ma io l'ho convinto a diventare ds. Aveva tutto per farlo: sensibilità, personalità e attenzione". E la svolta per la carriera di D'Amico è arrivata quando Fusco lascia l'Hellas e lui era il suo braccio destro nel club guidato da Setti. "Quando io sono andato via da Verona dissi al presidente che D'Amico avrebbe potuto fare il direttore sportivo, e poi lui è stato bravo e si è guadagnato tutto da sé. La scelta di mandare via Di Francesco e prendere Tudor dopo poche giornate io per esempio non l'avrei mai fatta ma Tony in questo è molto più lucido", svela Fusco. "E poi lui non cerca mai il protagonismo. Secondo me è un profilo giusto anche per le proprietà americane e adesso merita davvero di fare uno step in avanti. Quando si è trattato di passare dal Verona all'Atalanta, ricordo che lo minacciai simpaticamente: 'Se non vai ti do un calcio in c**o'".
L'orgoglio per questi rapporti forti e sinceri emerge forte e chiaro, così come la voglia di tornare presto in campo. Con una scrivania davanti, una proprietà che gli affidi un progetto, dove il ds può e deve prendersi le sue responsabilità. "Una delle mie ultime lezioni a Coverciano la intitolo così: è morto il direttore sportivo, viva il direttore sportivo. Il nostro modello italiano è stato infatti replicato ora in tutta Europa, ma adesso a questo ruolo è stata tolta forza. La responsabilità è fondamentale, ma devono darcela. Sempre al servizio del club naturalmente. Loro ci danno la direzione, noi dobbiamo realizzare quella che è la linea della società. E come dice Bielsa: la dicotomia non è giocare bene o giocare male, giocare bene o vincere. È giocare bene, per vincere". Aspettando il Loco un giorno in Italia e Fusco di nuovo in pista. Magari proprio insieme, in una nuova sfida visionaria della sua carriera.