Lacrime, umiltà e un'eredità "impossibile": così Julian Schuster ha portato il Friburgo nella storia
C'è un momento esatto in cui la tensione si scioglie, l'adrenalina cede il passo all'emozione e il calcio mostra il suo lato più umano. È successo al triplice fischio di Friburgo-Braga, semifinale di ritorno di Europa League. Dopo oltre novanta minuti di pura sofferenza sportiva - un 3-1 sofferto, nonostante la superiorità numerica durata per quasi tutto il match -, il prato dell'Europa-Park Stadion è stato invaso da un'onda anomala di tifosi in delirio. E in mezzo a quel mare di gente, abbracciato ai suoi sostenitori, c'era un uomo in lacrime: Julian Schuster. "Provo semplicemente una gioia immensa quando guardo i volti delle persone. È questo che prevale e che resterà per tutta l'eternità", ha sussurrato con la voce rotta dall'emozione. Ma per capire la portata del miracolo sportivo compiuto da questo allenatore di 41 anni, bisogna riavvolgere il nastro all'estate del 2024.
L'EREDITÀ "IMPOSSIBILE" DI CHRISTIAN STREICH - Raccogliere un'eredità così pesante, in una piazza che viveva in simbiosi con il suo allenatore Christian Streich, sembrava una missione impossibile. L'opinione comune tra i dirigenti della Bundesliga era una sola: per il club della Foresta Nera sarà l'inizio della fine. La dirigenza, però, ha fatto la scelta più coraggiosa e romantica possibile: affidare la panchina a chi quel club lo conosceva come le sue tasche. Julian Schuster. Nel suo primo anno da Head Coach ha sfiorato clamorosamente la qualificazione in Champions League. Nel secondo, quello attuale, si è spinto oltre ogni limite dell'immaginazione: semifinale di Coppa di Germania e, soprattutto, la prima, storica finale europea del club.
IL "COMUNICATORE BRUTALE" CHE MANGIA MUESLI - Ma chi è davvero Julian Schuster? Prima di indossare l'abito da allenatore, è stato l'anima del Friburgo in campo: 242 presenze, leader silenzioso e capitano di lungo corso, scelto proprio da Streich nel 2012. Mediano difensivo, all'occorrenza libero, sopperiva ai limiti fisici con un'intelligenza rara. "Come giocatore non sono mai stato veloce e non sono mai stato forte", ha ammesso tempo fa. "L'analisi tattica era il mio modo per essere migliore degli altri".
Il suo ex compagno di squadra Nils Petersen ha raccontato un aneddoto che spiega tutto: "Era chiaro come il sole che un giorno 'Schusti' sarebbe diventato un allenatore. I suoi discorsi nello spogliatoio erano incredibilmente chiari e motivanti. Quando parlava lui, lo spogliatoio calava nel silenzio totale. Come giocatore, era l'estensione del braccio di un allenatore più lunga che abbia mai visto". A Friburgo lo amano al punto che, ancora oggi, i tifosi gli dedicano lo stesso coro di quando era un giocatore. Un coro ironico fa riferimento al suo mangiare muesli a colazione e all'andare a letto presto la sera. "Ho fatto pace con quella canzone", ha scherzato lui recentemente.
IL SEGRETO DEL SUCCESSO: LA NORMALITÀ - Il vero segreto del Friburgo di Schuster è la normalità del suo condottiero. Il pregio migliore di Schuster è l'umiltà. Niente urla sguaiate ai giocatori, nessuna polemica con gli arbitri, zero lamentele per le condizioni del campo o per il calendario. È un uomo che ama il suo lavoro e rispetta chi lo circonda, tanto da fermarsi sempre dopo ogni conferenza stampa per un extra-time con i giornalisti, rispondendo a ogni domanda con estrema educazione e pazienza.
Preferisce il lavoro sul campo, la tattica e, soprattutto, il legame con la sua gente. Ora lo aspetta l'ultimo ostacolo, il più grande: la finale di Istanbul. "La cosa più importante, in questi momenti di trionfo, è sapere esattamente chi sei", parola di Julian Schuster.