Come Guanaes e il suo Mirassol hanno "rotto" il calcio brasiliano: "Ci siamo guadagnati il rispetto di tutti"
Immaginate di essere tifosi della squadra della vostra regione, la più piccola dello stato di San Paolo. Giocate in Serie D, ma avete un fenomeno in squadra. Ora immaginate che, grazie alla sua cessione, la società riesca a costruire un centro sportivo all'avanguardia, trasformandosi ufficialmente nella culla dei migliori giovani talenti del Paese.
Smettete di immaginare: questa squadra esiste, è il Mirassol, e la sua non è una favola, ma un progetto. Si tratta di una piccola realtà brasiliana che è riuscita a scalare le gerarchie del calcio sudamericano, passando dalla Serie D alla Libertadores a seguito di un processo durato quasi dieci anni. L'architetto di quest'ultimo capitolo è Rafael Guanaes. L'allenatore, che al primo anno nella massima competizione continentale ha portato il club fino a uno storico quarto posto, ha raccontato l'impresa a gianlucadimarzio.com
Dalle neuroscienze all’uso ossessivo dei GPS, fino al monitoraggio del sonno: Guanaes è la mente analitica dietro il successo del Mirassol. Ma per capire il presente, bisogna fare un passo indietro. "È stato un incastro perfetto," esordisce Guanaes. "Il Mirassol cercava un allenatore che rispettasse un’identità precisa: possesso palla, pressing alto e aggressività. Non avevo esperienza a questo livello, ma il club ha avuto il coraggio di scommettere sul mio profilo. Tra me e la società c’è stata sintonia immediata: è stata una storia bellissima sin dall’inizio."
"Qui non ci sono le pressioni delle grandi piazze," spiega l'allenatore. "Spesso i tifosi dei grandi club guardano solo il risultato, creando problemi ai giocatori. Al Mirassol non accade. Abbiamo rotto molti paradigmi: siamo piccoli, ma giochiamo a viso aperto contro chiunque. Oggi nessuno ci considera più soltanto 'una piccola squadra'; ci siamo guadagnati il rispetto di tutti."
QUESTIONE DI DNA - Per scalare le gerarchie del calcio brasiliano e centrare un quarto posto al debutto, non basta la tattica: serve che ogni giocatore senta propria la maglia che indossa. Guanaes è convinto che il segreto del Mirassol risieda nella consapevolezza delle proprie radici. " I giocatori devono conoscere la storia di questo club, dai campionati minori fino alla Serie A. Il Mirassol è una famiglia dove l'aspetto umano è tutto. Lavoriamo sulla mentalità: dobbiamo giocare costantemente al limite delle nostre forze."
Ma la sopravvivenza nel calcio d'élite non passa solo dal cuore; serve un'idea di gioco che resti nel tempo. L'obiettivo di Guanaes non è solo vincere le partite, ma cambiare la percezione stessa del club, lasciando un'eredità che vada oltre la sua gestione. " Il mio obiettivo è lasciare un'impronta, un'identità chiara che rimanga nel cuore dei tifosi e nella cultura della dirigenza. Pratichiamo un possesso palla intelligente, fatto di coraggio e intensità, cercando di impressionare l'avversario a prescindere dal suo blasone. Abbiamo rotto il paradigma della 'piccola squadra' che si difende e basta: il vero legato del mio Mirassol sarà questa mentalità propositiva."
ALLENATORE ARTIGIANO - Nello studio di Guanaes i poster di Guardiola, Klopp e Luis Enrique non sono trofei, ma mappe da studiare. Tuttavia, l'allenatore del Mirassol sa che "copiare" non basta: bisogna saper adattare la teoria alla materia prima a disposizione. È qui che nasce la sua definizione di calcio artigianale. "Il lavoro dell’allenatore è quello di un artigiano delle idee. Guardo a Guardiola per il possesso, ma il calcio sta cambiando e oggi serve molta più verticalità. Nel contesto del Mirassol non posso permettermi un possesso fine a se stesso: devo aggredire, finalizzare, sfruttare al massimo le caratteristiche dei miei ragazzi. Non seguo un solo modello, cerco di creare la mia filosofia migliorando me stesso e la squadra ogni giorno."
"I dati sono fondamentali, ma io confido molto nei miei occhi. Non guardo mai solo il risultato, ma analizzo se abbiamo fatto ciò che avevamo preparato. Ho uno staff che mi aiuta a studiare ogni dimensione: dai GPS alle statistiche, fino alla qualità del sonno dei giocatori. La tecnologia ci prepara, ma è l'occhio che mi permette di fare la scelta migliore."
IL FASCINO DELLA LIBERTADORES - La stagione del Mirassol vive di un dualismo affascinante: da una parte l’atmosfera magica della Libertadores, dall'altra la lotta serrata per risalire la classifica in campionato. "Ci aspettano due sfide durissime in altitudine" ammette Guanaes guardando al cammino continentale. "Siamo vicini alla qualificazione, ci manca solo un punto. Finora abbiamo sfruttato al meglio il fattore campo con tre vittorie convincenti, ma ora dobbiamo restare concentrati. Non sentiamo la pressione del risultato a ogni costo: vogliamo solo spingerci fin dove ci è possibile, giocando il nostro calcio."
"In campionato stiamo vivendo un buon momento. La sfida contro il Lanús ci ha restituito intensità, fiducia e identità. Maggio è un mese decisivo: tra coppa e campionato abbiamo l'opportunità di uscire dalla zona calda. Sono convinto che, sfruttando le partite in casa e mantenendo questo livello di gioco, a fine mese saremo fuori dalle zone basse, pronti a continuare a scrivere la nostra storia nel Brasileirão."
IL TOCCO DEL DESTINO - Mentre il Mirassol continua a stupire il Sudamerica, Guanaes non dimentica la strada percorsa. Quando gli si chiede cosa direbbe al se stesso quindicenne, la risposta è un misto di gratitudine e incredulità. "Ci pensavo proprio prima dell'ultima partita. Ero un tifoso, andavo allo stadio a vedere la Libertadores ma una volta comprai un biglietto che si rivelò essere falso. Provai a entrare da ogni porta, senza riuscirci. Ieri ero lì, ad allenare in quella stessa competizione. È un sogno che sto realizzando, sto cercando di essere la mia versione migliore. Al Rafael del passato direi di continuare a crederci: lavorando sodo si possono raggiungere cose immense."
Oggi però, quel ragazzo rimasto fuori dai cancelli non ha più bisogno di biglietti. Rafael la Libertadores la vive dall'interno, dettando i tempi, studiando la scienza applicata al campo e sfidando i colossi del continente. Perché a volte, per entrare nella storia, non serve un titolo d'ingresso: serve il coraggio di sognare una strada che ancora non esiste. E Rafael Guanaes, quella strada, la sta tracciando un passaggio alla volta.