La fine di un'era: l'ultima notte mondiale di Cristiano Ronaldo

La fine di un'era: l'ultima notte mondiale di Cristiano RonaldoTUTTOmercatoWEB.com
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Oggi alle 09:55Interviste e Storie
di Mattia De Pascalis
Dalle lacrime di Euro 2004 alla notte di Arlington: la Spagna elimina il Portogallo e Cristiano Ronaldo dice addio ai Mondiali.

Mikel Merino corre verso la bandierina del calcio d'angolo con le braccia spalancate, sommerso dal delirio delle Furie Rosse. È il novantesimo minuto passato da un soffio, nel caldo cuore del Texas. È il gol dello 0-1, che spezza l'equilibrio, e decide un ottavo di finale mondiale. Ma l'occhio della telecamera, impietoso e magnetico come lo è stato per quasi ventitre anni, non segue l'esultanza dei ragazzi di De La Fuente. Cerca l'altro polo del pianeta calcio. Cerca il numero 7.

Cristiano Ronaldo è fermo nel cerchio di centrocampo dell'AT&T Stadium. Le mani sui fianchi, la testa alta verso il tetto dell'impianto americano, prima che le spalle cedano e il volto si contragga in quel pianto dirotto, antico e modernissimo allo stesso tempo, che l'Europa, e tutto il mondo del calcio, hanno imparato a conoscere a memoria. Il tunnel degli spogliatoi lo inghiotte per l'ultima volta in un Mondiale. No, non è solo il Portogallo che torna a casa, ma la chiusura della più grande operazione di riscrittura dei limiti umani mai tentata nella storia dello sport.

Per capire l'immensità di ciò che abbiamo vissuto stasera, non basta guardare la notte del Texas. Bisogna guardare l'interezza di un uomo che ha vissuto due vite parallele, entrambe leggendarie: quella spietata nei club, e quella mistica e a tratti tormentata con la maglia del Portogallo.

L'ONTOGENESI DI CRISTIANO - Il viaggio parte da lontano, da un dualismo che ha nutrito per vent'anni la nostra immaginazione. Quando il Portogallo piangeva la finale dell'Europeo 2004, persa in casa contro la Grecia, Cristiano Ronaldo era ancora una bozza d'opera d'arte. A Manchester, sponda United, Sir Alex Ferguson lo stava ancora sgrezzando: era l'ala dai mille dribbling, leggera, a tratti irritante per i difensori della Premier League. Ma già allora, mentre a Old Trafford imparava a vincere la sua prima Champions League e il suo primo Pallone d'Oro nel 2008, in nazionale Ronaldo capiva che il talento da solo non sarebbe bastato a colmare il vuoto del calcio lusitano.

Poi è arrivata la svolta di Madrid. Se lo United è stata la scuola, il Real Madrid è stato il laboratorio in cui è nato "CR7". Dal 2009 al 2018, Ronaldo ha demolito ogni record biologico e statistico: 450 gol in 438 partite ufficiali in maglia "blancos", quattro Champions League, e una rivalità logorante a distanza di poco più di 600 chilometri con Lionel Messi, che ha costretto entrambi a oltrepassare il limite oltre i confini del possibile.

Mentre nella "Capital" Cristiano diventava il monarca assoluto del calcio europeo, un cannibale che convertiva ogni gol, ogni assist in qualcosa di magico, la sua metamorfosi si rifletteva sulla Selecao. Il Portogallo non era certo il Real: non c'erano Modric o Kroos a dettare i tempi, non c'era Benzema ad aprire gli spazi. In nazionale Cristiano doveva fare tutto, doveva essere tutto: l'unico scudo contro le critiche di un intero paese.

IL 2016 E LA JUVENTUS: L'ARTE DI VINCERE AD OGNI MODO - Il punto di convergenza di queste due vite parallele è il biennio tra il 2016 e il 2018. Nel 2016, a Parigi, Ronaldo rompe finalmente l'incantesimo. La finale contro la Francia ha tutte le carte in regola per essere descritto come un dramma shakespeariano: dopo soli venti minuti è costretto a uscire dal campo in lacrime per un grave infortunio al ginocchio. Una fine sin troppo paradossale. E invece si trasforma in un leader mai visto prima: zoppo, con la coscia fasciata, urla e gesticola dalla panchina, sovrapponendosi persino al ct Santos. Il Portogallo vince l'Europeo senza di lui in campo, con CR7 che ha telecomandato i suoi compagni dal bordo del "Saint-Denis"

Due anni dopo, la decisione: l'addio a Madrid per la Juventus. A Torino, Ronaldo porta l'etica del lavoro di un trentatreenne, ma con l'età biologica di un ventenne. Segna 101 gol in tre stagioni, vince due scudetti, una Coppa Italia, e due Supercoppe. E mentre in Italia ribadisce la sua immensità, in Nazionale continua a timbrare il cartellino della storia: la Nations League del 2019 sollevata a Oporto è il secondo sigillo di un'era d'oro, seguito poi dal medesimo trofeo nel 2025.

COME HA PLASMATO IL GIOCO DEL CALCIO - Ha segnato 976 gol, ma dire che Cristiano Ronaldo è stato uno dei più grandi marcatori della storia è riduttivo. Cristiano Ronaldo ha cambiato l'antropologia del calciatore. Prima di lui, il genio calcistico era spesso associato alla sregolatezza, al puro talento che prescindeva dal fisico. Ronaldo ha imposto il dogma del professionismo totale, dimostrando che l'eccellenza si costruisce un allenamento alla volta, una dieta alla volta, un'ora di sonno alla volta.

Ha trasformato il colpo di testa in un gesto da atleta olimpico di salto in alto: indimenticabile lo stacco di 71 centimetri contro la Sampdoria in maglia Juve, quando Maurizio Sarri, senza troppi peli sulla lingua, in conferenza stampa disse di aver pensato solo: "Ca**o".

Ha verticalizzato il gioco, massimizzando l'efficacia in ogni gesto tecnico. Ogni suo scatto, ogni suo cross, ogni sua punizione è stata una lezione di biomeccanica applicata al calcio.

Oggi i giovani imitano il suo modo di stare in campo, la sua postura, il suo respiro prima di un calcio piazzato, il suo celebre "Siuuu!".

L'ULTIMO ATTO DI UN UOMO OSTINATO - I numeri finali con la Nazionale fanno gelare i polsi: 232 presenze, 146 gol, unico uomo ad aver segnato in sei edizioni del Mondiale diverse. Statistiche che appartengono ormai al mito. Ma di fronte alla Spagna, in una partita tirata e avara di occasioni fino al recupero — una traversa colpita da Nuno Mendes nel primo tempo, e un colpo di testa di Bernardo Silva finito di un soffio sopra la traversa nelle battute finali — abbiamo visto l'ultimo capitolo di Cristiano nella massima competizione calcistica internazionale.

Neanche ventiquattro ore prima, nella sala stampa dell'impianto di Arlington, qualcuno gli aveva chiesto ancora una volta del ritiro. Ronaldo, con lo sguardo di chi quella domanda la sente ripetere da anni, non si è sottratto: "Smetterò quando lo deciderò io, non quando lo vorrete voi. L'ultimo Mondiale? Sì, ma la cosa più importante ora è la partita di domani, speriamo non sia l'ultima". Parole che, a giochi fatti, suonano quasi come un presagio. Perché stavolta, forse per la prima volta in tutta la sua carriera, a decidere non è stato lui: ci ha pensato Merino, entrato da pochi minuti, servito da un altro subentrato, Ferran Torres.

A 41 anni, del resto, l'ostinazione che lo ha reso un dio del calcio è diventata anche la sua croce. La sua insistenza nel voler giocare ogni minuto, nel voler sfidare le leggi del tempo e della logica, ha dimostrato che anche lui, seppur qualcuno fatica ancora a crederci, è umano. Ma non poteva andare diversamente. Non si può chiedere a un uomo che ha conquistato il mondo, di accettare di essere normale proprio sul più bello.

Ronaldo ha ridefinito ciò che un calciatore, o meglio, un atleta possa essere. Da oggi questo sport, sarà un po' più ordinario.